TRA PRECARIETA’ E MINACCE:
LO STATO DELL’INFORMAZIONE IN PUGLIA

Uno sguardo al “SUD” di genere e generazionale sul fenomeno mondiale della “PRESSPHOBIA”

a cura di Luigi Cazzato e Marilù Mastrogiovanni

INTRODUZIONE

INTRODUZIONE

Antonio Gramsci chiama “giornalismo integrale” quel giornalismo che “non solo intende soddisfare tutti i bisogni (di una certa categoria) del suo pubblico, ma intende di creare e sviluppare questi bisogni e quindi di suscitare, in un certo senso, il suo pubblico e di estenderne progressivamente l’area”1.

Con questo assunto in mente (integrale ma non integralista) si è condotto la ricerca- inchiesta sulla condizione dell’informazione giornalistica in Puglia. Si è cercato, cioè, di mappare il territorio del giornalismo regionale estendendo quanto più possibile la sua area: integrando quelle componenti professionali più deboli e marginali (ma solo nel senso del potere) e includendo i fruitori degli stessi prodotti giornalistici, al fine, se non di suscitarne i bisogni, almeno di intercettarli al tempo della cosiddetta transizione e crisi del mondo del giornalismo.

Inoltre, secondo le ultime ricerche di Freedom House2, negli ultimi anni in Europa si è assistito a un declino della libertà di stampa, dovuto, essenzialmente, alla crisi strutturale del settore, che ha comportato la chiusura di molte fonti di informazione e la concentrazione del mercato dei media. Questi fattori rendono chi opera nel sistema dell’informazione, e in particolare i giornalisti, maggiormente esposto a criticità di ordine economico e sociale.

Generation and gender gap

L’ultimo rapporto di Agcom sullo stato di salute del giornalismo in Italia ha restituito una fotografia dello stato di salute del giornalismo italiano e le relative “malattie”: precarizzazione, gender gap e barriere all’ingresso per i più giovani. Partendo dal profilo socio-demografico dei giornalisti intervistati (2.439 persone), il rapporto, giunto alla sua 2^ edizione, fotografa ogni componente della professione giornalistica in Italia, approfondendo una serie di tematiche legate alla condizione professionale e all’evoluzione della professione, alle nuove competenze digitali e alle principali criticità riscontrate nello svolgimento dell’attività.

L’analisi, realizzata in collaborazione con Ordine dei Giornalisti, INPGI, FNSI, USIGRAI, USGF, Ossigeno per l’informazione, Articolo21, rileva nel settore giornalistico un’evidenza tipica del mercato del lavoro italiano, che vede nell’età e nella tipologia contrattuale un fattore discriminante. Il Rapporto, infatti, indica come le criticità di natura economica – data l’elevata precarietà nonché i notevoli rischi occupazionali – costituiscano di gran lunga quelle più sentite.

Cionondimeno, risultano molto diffuse anche le diverse forme di intimidazione rivolte alla categoria, sia di origine criminale, sia derivanti da abusi dell’azione processuale comportando potenzialmente un effetto dissuasivo sull’esercizio della professione giornalistica e sulla libertà d’informazione. Il rapporto utilizza anche i risultati dell’analisi annuale di Ossigeno per l’informazione, realizzata in collaborazione con il Centro Europeo per la Libertà di Informazione e di Stampa di Lipsia (ECPMF), che ha lanciato un allarme sull’abbassamento del livello di libertà d’informazione in Puglia, dove nel 2016 Ossigeno ha registrato 174 casi di intimidazioni verso i giornalisti su 3202 (5,4% del totale).

Intimidation and chilling effect

Inoltre, l’ultimo rapporto del Corecom stilato in base a rilevazioni statistiche Ispres ha denunciato la presenza nei tg pugliesi di stereotipi palesi o mascherati nella rappresentazione delle donne, che sono oggetto di servizi realizzati in redazioni composte per la maggior parte da giornaliste, che non ricoprono però ruoli apicali. Le giornaliste in Puglia vivono più che in altre regioni italiane la difficoltà di sfondare il tetto di cristallo, la precarizzazione, le molestie sui luoghi di lavoro, il chilling effect a seguito di intimidazioni e minacce, anche a causa di un mercato dell’informazione più contratto rispetto ad altre regioni, dove sono presenti grandi aziende editoriali.

Ad oggi, sembra che non sia stata mai realizzata una ricerca sullo stato generale dell’informazione in Puglia, sebbene gli strumenti siano disponibili: questionari per la raccolta di dati statistici stilati da Agcom, Ossigeno, Freedom House e, a livello regionale, Ispres e Consigliera di parità.

Una barra di navigazione

La presente ricerca-inchiesta si propone di colmare questa carenza: partendo dall’analisi della mole di dati esistenti, internazionali, nazionali e regionali, il progetto di ricerca- inchiesta ha previsto una fase di ricerca e analisi dei dati per l’elaborazione di un dossier in cui incrociare i dati delle varie rilevazioni e una fase di indagine diretta sul campo per la realizzazione dell’inchiesta, per verificare la presenza in Puglia dei fenomeni registrati a livello nazionale, ossia dinamica insider–outsider, precarizzazione, gender gap, chilling effect. In fase di stesura dei questionari da somministrare a campioni significativi di giornaliste e giornalisti pugliesi, il gruppo di ricerca-inchiesta ha sentito l’esigenza di studiare anche le modalità attraverso le quali si informano gli spettatori pugliesi, per poter individuare in maniera più puntuale nuovi format e nuove tendenze editoriali che rappresentino per le future generazioni uno sbocco gratificante, sia sul fronte della libertà d’espressione e d’informazione sia sul fronte dell’equo compenso.

Per questo, oltre al questionario da somministrare ai giornalisti pugliesi in forma anonima, è stato somministrato un questionario ad un altro campione significativo, rappresentato dai giovani utenti pugliesi dei social network.

La ricerca-inchiesta ha utilizzato un approccio multimediale: sono state analizzate fonti bibliografiche e sitografiche, sono stati somministrati questionari in forma anonima attraverso social network e l’invio di newsletter; i risultati sono stati elaborati grazie agli strumenti offerti da una serie di risorse open source. I dettagli metodologici sono forniti in appendice.

I praticanti del master in giornalismo hanno realizzato interviste dirette ai direttori, caporedattori, caposervizio delle principali testate regionali. Questi ultimi hanno seguito una metodologia propria dell’inchiesta giornalistica, incrociando fonti documentali con fonti testimoniali anonime, verificando sul campo ciò che veniva fuori dai dati statistici, cercando conferma nella realtà e attraverso le voci di testimonial d’eccezione, di quanto riscontrato nei numerosi dossier analizzati.

Il risultato è la prima ricerca-inchiesta sullo stato dell’informazione in Puglia, che concludiamo alla vigilia di una svolta epocale nel mondo dell’informazione del Sud Italia:  l’apertura di un tavolo istituzionale di concertazione per scongiurare la chiusura di Gazzetta del Mezzogiorno.

Mentre affidiamo al Corecom e agli interlocutori istituzionali le proposte e le visioni per un modo nuovo di fare informazione, attraverso strumenti nuovi che consentano di superare tutti i “gap” oggetto della ricerca, purtroppo un pezzo di storia del mondo del giornalismo rischia di essere cancellato.

Ci auguriamo che questo nostro contributo possa invece fornire strumenti più affilati, fatti di ricerca e conoscenza dei fenomeni, per decostruire dinamiche logore e costruire un modo nuovo e più democratico di fare e usare l’informazione.

PARTE I – GIORNALISMO: UNO STUDIO DI SETTORE

Tra precarietà e minacce: lo stato dell’arte del giornalismo

Intimidazioni e minacce rappresentano un terreno comune al giornalismo internazionale, preda di attacchi sempre più violenti che comprendono persino aggressioni fisiche ed omicidi.

Prima di procedere nell’analisi della situazione pugliese, fulcro della presente ricerca, si

ritiene indispensabile inquadrare il problema, con riferimento sia ai più recenti studi di settore, nazionali ed internazionali, sia agli interventi di autorità ed associazioni che operano per cercare di arginare una situazione sempre più allarmante.

Un’analisi sul panorama dell’informazione che abbia aspirazioni di esaustività e completezza non può infatti esimersi da una riflessione sulle reali condizioni di chi fa informazione oggi. Il riferimento a storie concrete, a nomi e cognomi di persone, restituisce un quadro chiaro più di quanto possano fare i numeri, che pure su quelle storie e su quei nomi sono basati: per questo, si è scelto di riportare in appendice al presente lavoro i dettagli quantitativi sugli studi citati, doverosi per completezza d’informazione, lasciando invece maggiore spazio, nel corpo della ricerca, ai fenomeni rilevati.

Come emerge dalle pagine che seguiranno, la Puglia (terra di periferia?) è interessata da una serie di dinamiche speculari a quelle che, su larga scala, interessano il resto del mondo ed in particolare alcune sue zone calde.

Il 13 e il 14 aprile 2019 ha fatto tappa a Bari il Comitato esecutivo della Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ), la più grande organizzazione mondiale di giornalisti. Il Comitato è un organo elettivo dell’IFJ, che si riunisce due volte l’anno e visita i diversi Paesi per vagliare personalmente la condizione di croniste, cronisti ed operatori dell’informazione in genere.

Quello svoltosi a Bari è stato un meeting particolarmente significativo, collegato ad eventi di risonanza mondiale e locale di notevole importanza: l’arresto, pochi giorni prima (era l’11 aprile) di Julian Assange, fondatore di Wikileaks, e lo stallo vissuto ormai da mesi dalla redazione barese della Gazzetta del Mezzogiorno, alla quale i rappresentanti IFJ hanno espresso solidarietà in una visita apposita, venerdì 12 aprile.

I due casi, quello di Julian Assange e della Gazzetta del Mezzogiorno, sono accomunati da una mancanza di rispetto verso la stampa (Assange, come precisato da Philippe Leruth, presidente del Comitato esecutivo IFJ, nonostante non sia giornalista ma informatore e fonte qualificata, in quanto tale necessita di tutele simili a quelle previste per i giornalisti). Una mancanza di rispetto esercitata non da organizzazioni criminali occulte (il cui condizionamento è fortissimo in molte realtà nel mondo), ma da autorità, statali ed internazionali, politiche e giudiziarie, che dovrebbero invece essere garanti di un’informazione libera dal giogo del potere, in qualunque forma esso si manifesti: limitazione della libertà personale, condizionamento economico, rischio per la sicurezza personale.

La riunione del Comitato esecutivo della Federazione Internazionale dei Giornalisti, alla quale si farà più volte riferimento nelle prossime pagine, ha messo la Puglia sotto i riflettori internazionali per qualche giorno; ma è a riflettori spenti che bisogna agire, ricordando sempre che, tutelando la sicurezza e la libertà di lavoratori e lavoratrici del mondo dell’informazione, si tutelano diritti riconosciuti dalle Carte costituzionali di tutti gli ordinamenti democratici: quello di manifestare la propria espressione e quello, speculare, di accedere ad un’informazione libera.

Il rispetto del pubblico, delle sue esigenze, può essere realmente tale solo se non ci sono altri poteri (politico, economico, giudiziario, criminale) a condizionare l’operato delle redazioni. Sottovalutare fenomeni latenti, in territori di frontiera come la Puglia, è il più grande aiuto a chi ha interesse a mettere il bavaglio all’informazione, come si cercherà di dimostrare in questa sezione.

PARTE I – GIORNALISMO: UNO STUDIO DI SETTORE

Giornalismo, terra comune: un’analisi della situazione a livello globale ed europeo

Non esistono “isole felici” nel giornalismo internazionale: anche nei Paesi democratici, al riparo da regimi e censure palesi, il mondo dell’informazione è preda di condizionamenti più o meno pesanti da parte della criminalità organizzata, ma anche dei poteri forti sul piano politico ed economico, oltre che dei sempre più numerosi “odiatori del web”, che traggono dall’anonimato e dall’accesso libero alla rete una condizione di vantaggio per criticare, intimorire, minacciare chi esercita la libertà di stampa.

Target privilegiati delle minacce sono naturalmente le categorie percepite come più deboli, quelle cioè che possono essere colpite facilmente a causa del loro status personale o professionale: donne, giovani, precari.

Una situazione complessa, che si manifesta nelle sue diverse sfaccettature praticamente ovunque, anche nel cuore dell’Europa. L’omicidio di Daphne Caruana Galizia, il 16 ottobre 2017, ha scosso la turistica Malta, aprendo uno squarcio su un mondo sommerso di tangenti, società con sede nei paradisi fiscali e banche diventate lavatrici di soldi sporchi, su cui indagava la giornalista.

Il suo omicidio, come quello di Jan Kuciak, che in Slovacchia indagava sui rapporti tra la ‘ndrangheta e i più alti livelli del governo, ha scatenato una reazione senza precedenti da parte della popolazione, scesa in piazza a chiedere giustizia e verità.

“Nove omicidi di giornalisti su dieci restano impuniti nel mondo: questa situazione è uno scandalo, i giornalisti vengono uccisi solo perché fanno il loro lavoro, non perché sono criminali”, ha ricordato in una nostra intervista Philippe Leruth, presidente del Comitato esecutivo della Federazione Internazionale dei Giornalisti. “Si pensa generalmente che i giornalisti vengano uccisi in zone in cui si combatte, in zone di guerra, si pensa all’Afghanistan o all’Iraq. No: nove giornalisti uccisi su dieci sono giornalisti locali, come i giornalisti che incontrate nelle strade di Bari”, ha sottolineato Leruth nella conferenza stampa tenuta in occasione della riunione del Comitato esecutivo della Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ), il 13 aprile scorso a Bari.

Ma oltre ai gravissimi casi eclatanti, a destare preoccupazione tra gli addetti del settore sono i piccoli fenomeni in crescita, le micro intimidazioni quotidiane che mettono i bastoni tra le ruote soprattutto nelle realtà di provincia, nelle periferie, dove anche denunciare le pressioni subite può costare caro.

PARTE I – GIORNALISMO: UNO STUDIO DI SETTORE

Se lo Stato è il primo censore

Il rapporto “Freedom of the Press 2016”, realizzato da Freedom House, un gruppo di controllo indipendente su libertà e democrazia nel mondo (cfr Appendice 1 per i dettagli sullo studio) indica il 2015 come anno cruciale per il giornalismo contemporaneo a livello globale: la libertà di stampa ha toccato il livello più basso in 12 anni.

Fattori politico-economici hanno avuto ripercussioni importanti sul modo dei media, con i giornalisti ridotti al silenzio o divenuti meri megafoni dell’informazione di regime.

Anche l’Europa, nonostante un sistema mediatico abbastanza aperto, ha risentito negativamente di diversi eventi. Il mondo dell’informazione ha ricevuto attacchi diretti, come l’attentato del fondamentalismo islamico alla redazione del settimanale satirico francese Charlie Hebdo (che ha portato la Francia al secondo posto dopo la Siria per numero di giornalisti uccisi durante l’anno) , o è stato totalmente bypassato: in riferimento a quest’ultima situazione, il rapporto cita l’ISIS, il cui accesso diretto ai media digitali ha reso possibile una propaganda mondiale autoprodotta, senza il minimo coinvolgimento degli organi d’informazione.

Proprio a causa di atti terroristici come l’attacco a Charlie Hebdo, seppur indirettamente, il giornalismo mondiale ha subito attacchi verbali (anche da esponenti politici) e limitazioni (aumento della sorveglianza, applicazione delle leggi antiterrorismo). In Paesi come Gran Bretagna, Australia, e la stessa Francia, sono state adottate misure che espongono a rischi i giornalisti e le loro fonti, i cosiddetti whistleblower (i quali, come recentemente ribadito nel caso di Julian Assange da Philippe Leruth, hanno un ruolo che li assimila, nella necessità di essere tutelati, ai cronisti che si basano sulle loro rivelazioni): in Australia, per esempio, è stato sancito l’obbligo per i media di conservare per due anni i tabulati di telefonate e messaggi. In Polonia, inoltre, è stata approvata una disposizione che autorizza il governo a licenziare i responsabili dei media di proprietà dello Stato.

Le limitazioni da parte dei governi sono più esplicite in Paesi come Egitto, Turchia, Libia e Cina, dove la censura statale ha portato alla chiusura di organi d’informazione dissidenti e a forme di ritorsione, minacce fisiche e arresti, verso giornalisti ed editori.

Nel 2015 solo il 13% della popolazione mondiale (1 cittadino su 7) aveva la percezione di vivere in un Paese in cui la stampa è libera, con una copertura forte delle notizie, sicurezza garantita per i giornalisti, assenza di intrusioni governative e pressioni economiche o legali.

Ma è l’Europa, ancora secondo Freedom House, ad aver subito negli ultimi anni il più pesante calo in termini di libertà d’informazione, rispetto agli altri continenti presi in considerazione.

Questo è dovuto in parte all’indebolimento delle economie statali e alla diminuzione degli introiti pubblicitari, che hanno comportato licenziamenti e chiusure delle redazioni, oltre ad una maggiore concentrazione delle proprietà editoriali.

Ma altri fattori sono stati proprio l’incremento di violenze e intimidazioni verso i giornalisti, in reazione alla loro attività, e l’introduzione di leggi che hanno limitato l’attività mediatica: la classifica dei 42 Paesi del Continente europeo vede al primo posto per libertà di stampa la Norvegia, all’ultimo la Turchia. L’Italia è 30^.

Nella conferenza stampa congiunta con Philippe Leruth, il 13 aprile scorso a Bari, il segretario della Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI) Raffaele Lorusso ha ricordato come i tagli all’editoria tolgano “la voce a tante comunità che oggi hanno nel piccolo giornale l’unico modo per farsi sentire”; a proposito di tagli, Lorusso ha ricordato in una nostra intervista3 anche la possibile chiusura di Radio Radicale, dovuta alla decisione di non rinnovare la convenzione che assegna alla radio (che dal 1998 trasmette le sedute del Parlamento) uno stanziamento di 10 milioni di euro annui da parte del Ministero dello Sviluppo economico: “Radio Radicale – ha affermato il segretario FNSI – è l’altra gamba del servizio pubblico italiano, perché a tutt’oggi assicura una serie di servizi che non ci saranno più”. La sua chiusura “sarà un servizio in meno per i cittadini, un’occasione in meno di informarsi ed essere correttamente informati, e saranno anche tanti i posti di lavoro in meno”.

Un altro caso emblematico, ricordato da Philippe Leruth, rientra appieno nelle dinamiche fin qui discusse: la situazione dei lavoratori della Gazzetta del Mezzogiorno, che da mesi, in seguito al sequestro subito dall’editore Mario Ciancio Sanfilippo, non ricevono uno stipendio per il proprio lavoro. “Il Comitato esecutivo IFJ, che si riunisce due volte l’anno, va da un Paese all’altro, da una città all’altra, perché questo dà la possibilità di rendersi conto dei problemi che hanno i giornalisti nei vari Paesi, in situazioni differenti”, ha spiegato Leruth, che ha poi aggiunto: “A Bari non potevo immaginare la situazione dei colleghi che lavorano per La Gazzetta del Mezzogiorno, da più di tre mesi senza stipendio: è una situazione inaccettabile. Ho detto, e lo penso davvero, che sono l’onore della professione del giornalista, perché servono il diritto all’informazione dei cittadini di questa regione, un diritto fondamentale della Dichiarazione universale dei diritti umani; non posso capire come il potere politico e anche la giustizia accettino questa situazione”.

Il notevole peggioramento del rapporto tra politica e media viene messo da Freedom House4 in relazione diretta con il crescente consenso, nel biennio 2017-2018, intorno a partiti e movimenti populisti, che in alcuni Stati sono riusciti anche a conquistare il potere.

L’avversione nei confronti dei media è infatti un comune denominatore dei leader e dei seguaci di diversi movimenti populisti. Minando la credibilità dei media, indicando i giornalisti come rivali e le loro denunce come “fake news”, i vertici di partito alimentano la sfiducia dei cittadini verso l’informazione libera, spingendoli sempre più verso un’informazione “di regime”, nient’altro che propaganda.

Non possono passare inosservati, ad esempio, gli attacchi del presidente degli Stati Uniti

Donald Trump, che ha più volte definito i media “nemici del popolo americano” ed ha apertamente attaccato alcune testate e determinati giornalisti, creando tra i suoi elettori un generalizzato clima di diffidenza verso la professione.

In Europa, spiccano per gravità la situazione dell’Ungheria, dove anche gli organi d’informazione privati sono asserviti al governo (come riporta Freedom House, sono stati rilevati da società alleate del regime del capo dell’Esecutivo Viktor Orban, che hanno neutralizzato ogni forma di resistenza interna alle redazioni), e quella della Turchia, che nel 2017 ha confermato il suo ruolo come prima prigione al mondo per i giornalisti. Persino Wikipedia è stata censurata: da aprile 2017 per gli utenti turchi non è possibile accedere al sito.

A Bari, Philippe Leruth ha ricordato i ricorrenti attacchi del ministro dell’Interno italiano, Matteo Salvini, ai giornalisti minacciati: “Che privilegio è vivere sotto scorta permanente?”, ha chiesto, per poi aggiungere: “Quando i giornalisti devono lavorare sotto la protezione permanente della polizia, la democrazia è in pericolo”.

PARTE I – GIORNALISMO: UNO STUDIO DI SETTORE

La guerra di genere passa per la rete

Un fattore sempre più pesante in tema di libertà di stampa a livello internazionale è rappresentato, come accennato in apertura, da minacce ed insulti online, indirizzati soprattutto alle donne: Reporters Sans Frontieres stima infatti che le giornaliste ricevano commenti inappropriati sui social circa tre volte in più dei colleghi uomini5.

Spesso, la preoccupazione è tale da indurle a lasciare la professione o votarsi all’autocensura, per evitare ripercussioni sulla propria carriera, sulla propria vita o su quella dei propri familiari, come rilevato dalla rappresentanza OSCE per la libertà dei media, che nel 2015 ha lanciato il progetto Safety of Female Journalists Online (#SOFJO), raccogliendo storie di numerose giornaliste minacciate.

Recentemente è stato prodotto il documentario A Dark Place, che si concentra sulle storie di giornaliste e studiose di genere e media provenienti da numerosi Stati aderenti all’OSCE (Finlandia, Serbia, Spagna, Federazione Russa, Turchia, Regno Unito e Stati Uniti), per stimolare l’intero panorama (addetti ai lavori, istituzioni, pubblico) a discutere e comprendere meglio l’impatto delle molestie online sul pluralismo e sulla libertà dei media: un impatto notevole, se si considera che il 63% delle giornaliste di tutto il mondo ha dichiarato di essere stata vittima di intimidazioni online: minacce di morte, campagne denigratorie, insulti e molestie a sfondo sessuale.

PARTE I – GIORNALISMO: UNO STUDIO DI SETTORE

La situazione italiana

Come accennato nella ricostruzione sulle principali problematiche esistenti a livello internazionale, le congiunture socio-economiche di ciascun Paese si riflettono inevitabilmente sulle condizioni di lavoro degli operatori dell’informazione e, in definitiva, sulla qualità del giornalismo prodotto.

Prima di soffermarsi sul piano prettamente locale, con un’analisi della situazione pugliese, è necessario dunque esaminare nel dettaglio quali siano le problematiche che interessano la professione, oggi, all’interno del panorama italiano.

Oltre agli attacchi esterni (siano essi provenienti dal mondo politico o dal mondo criminale), ad indebolire il giornalismo nostrano sono infatti meccanismi interni, questioni endemiche acutamente rilevate dall’Osservatorio AGCOM sul giornalismo, le cui evidenze sono basate su dati registrati e sull’esperienza diretta di un campione di giornalisti italiani, raggiunti attraverso un questionario anonimo. Si ricapitolano di seguito le maggiori problematiche, mentre alla metodologia seguita dallo studio (la cui completezza è stata un’utile risorsa per strutturare l’indagine anonima rivolta ai giornalisti pugliesi) viene dedicato maggiore spazio in appendice.

Il confronto tra i dati nazionali e i dati locali, rilevati nel terzo capitolo di questa prima parte, si ritiene infatti indispensabile per comprendere il ruolo ricoperto dalle redazioni pugliesi rispetto al panorama complessivo italiano.

PARTE I – GIORNALISMO: UNO STUDIO DI SETTORE

Le problematiche del giornalismo

In base agli elementi raccolti attraverso il questionario somministrato ad un campione di giornalisti e attraverso l’analisi di dati forniti da INPGI e associazioni di categoria, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha verificato l’esistenza e l’effettiva gravità di problemi che ostacolano giornaliste e giornalisti nel lavoro quotidiano.

Nel dettaglio:

  • Generation gap
  • Gender gap
  • Precarietà e difficoltà reddituali
  • Chilling effect: querele temerarie ed altre forme di intimidazione

In realtà, questa divisione per items è puramente concettuale, dal momento che si tratta di difficoltà intercomunicanti, che nella loro globalità causano forme di insicurezza generalizzata.

Ad esempio, ma questo concetto si approfondirà più avanti, le querele temerarie e le altre forme di ritorsione legale hanno una maggiore presa sui soggetti più vulnerabili sul piano economico: i precari, i giovani, coloro che non vengono adeguatamente tutelati dall’editore, perché magari impiegati in realtà piccole, economicamente deboli.

Così come, ancora le querele, a livello statistico colpiscono soprattutto gli uomini: non per una questione di riguardo verso le donne, ma semplicemente a causa del fatto che, risentendo ancora di retaggi culturali del passato, la copertura di argomenti di cronaca e politica (le cosiddette hard news) è esercitata in massima parte da giornalisti di genere maschile.

In effetti, i giornalisti che hanno risposto al questionario AGCOM hanno dichiarato di aver riscontrato almeno una tra le difficoltà elencate:

Problemi che, tra l’altro, hanno un diverso peso nelle diverse aree geografiche italiane: a risentire in massima parte, soprattutto di criticità legate alla precarietà e al rischio occupazionale, sono i giornalisti del Mezzogiorno:

Si passa ora all’analisi dettagliata dei singoli problemi elencati in precedenza:

Minacce http://webdoc2018-2020.mastergiornalismo.eu/wp-admin/post.php?post=147&action=edit&classic-editor

Gender gap http://webdoc2018-2020.mastergiornalismo.eu/wp-admin/post.php?post=40&action=edit&classic-editor

Precarietà http://webdoc2018-2020.mastergiornalismo.eu/wp-admin/post.php?post=46&action=edit&classic-editor

 

PARTE I – GIORNALISMO: UNO STUDIO DI SETTORE

Generational gap

Nel 2015 i giornalisti fino ai 30 anni costituivano l’8% del totale, come gli over 60; quelli tra i 31 e i 40 anni erano il 26%, appena più numerosi dei colleghi tra i 51 e i 60 anni, a quota 25%. Il gruppo più numeroso era costituito dalla fascia 41-50 anni, il 31% del totale.

“In soli quindici anni, il giornalismo italiano è passato dall’essere una professione sostanzialmente giovane, in cui oltre la metà dei giornalisti aveva meno di quarant’anni, a un’attività svolta da personale più maturo in cui un terzo ha più di cinquant’anni (due terzi più di quaranta)”: il primo problema che il report AGCOM riscontra è il generation gap, ossia, appunto, la mancanza di un ricambio generazionale tra i giornalisti, e quindi il progressivo invecchiamento della professione, come mostra il grafico seguente, che mette a confronto la distribuzione anagrafica dei giornalisti in tre anni, 2000, 2010 e 2015:

PARTE I – GIORNALISMO: UNO STUDIO DI SETTORE

Il gender gap

I giornalisti italiani sono per la maggior parte di genere maschile (il 58,4%, rispetto al 41,6% di donne): un fattore che l’Autorità relaziona a caratteristiche proprie del mercato del lavoro italiano, composto per il 58,3% da uomini e per il 41,7% da donne.

Anzi, l’Autorità non considera il genere in sé una grave discriminante per l’accesso al giornalismo italiano (il cosiddetto transito orizzontale), visto che negli ultimi anni il settore ha accolto al suo interno sempre più forza lavoro femminile, riducendo fortemente in un ventennio le discrepanze tra occupazione femminile e maschile, in controtendenza rispetto a Paesi come Francia e Regno Unito, che ancora oggi vedono una più forte predominanza maschile.

A preoccupare, invece, sono altri fattori, effettivamente discriminanti, come la retribuzione e l’accesso a posizioni di rilievo, in molti casi prerogativa maschile (per non parlare delle violenze subite dalle operatrici: un fenomeno non oggetto di rilevazione da parte dello studio AGCOM, ma sollevato da un’indagine molto recente della Commissione pari opportunità FNSI, con il patrocinio dell’Autorità garante).

Considerando già come dato negativo un globale abbassamento consistente del reddito derivante dall’attività giornalistica (anche in questo caso, frutto di cambiamenti profondi all’interno del settore editoriale e di una crisi economica generalizzata), l’Autorità sottolinea, innanzitutto, l’esistenza di un gender pay gap, ossia uno squilibrio tra la retribuzione degli uomini e quella delle donne.

Qualche numero interessante: nel 2015 la fascia di reddito fino a 5mila euro annui comprendeva il 44% delle donne e il 41% degli uomini; la fascia retributiva più alta, oltre i 95mila euro annui, comprendeva il 6% delle donne e l’11% degli uomini.

A parità di condizioni, inoltre, le donne freelance risentono dell’assenza di tutele molto più dei colleghi.

La penalizzazione per le donne è evidente anche nell’analisi comparata degli sviluppi di carriera: le posizioni apicali (direttore, vicedirettore, caporedattore esperto) sono occupate da una percentuale molto alta di uomini.

Lo squilibrio di potere, come mostra l’indagine FNSI(6) alla quale si è accennato in precedenza, alimenta le molestie sessuali, di cui si sono dichiarate vittime l’85% delle intervistate. Ad essere più esposte, in particolare, sembrano essere le donne tra i 27 e i 30 anni (21,1%).

Le forme di molestia vanno da battute e sguardi lascivi (l’80,7% ha dichiarato di esserne stata vittima nel corso della vita) alle violenze sessuali, tentate (nell’8% dei casi) o verificatesi (nel 2,9%), anche sul luogo di lavoro.

FNSI punta il dito sui ricatti sessuali basati sul gender gap: il 19,3% delle intervistate ha dichiarato di aver subito richieste di prestazioni sessuali mentre cercava lavoro, mentre al 13,8% il rapporto sessuale è stato proposto come moneta di scambio per un avanzamento di carriera.

In linea con quest’ultimo dato, gli autori delle violenze (uomini nel 98,6% dei casi) sono superiori diretti (26,9%), seguiti da colleghi con maggiore anzianità (16,7%), direttori e vicedirettori (14,8%), superiori non diretti (11,3%), contatti di lavoro esterni alla redazione (10,3%), colleghi parigrado (6,8%).

“Il fatto che il 35% dichiara di averle subite in mezzo ad altri colleghi, indica che c’è un clima diffuso di ‘accettazione’ o scarsa consapevolezza della gravità delle molestie, siano anche solo battute che mettono a disagio chi ne è oggetto”, sottolinea il report frutto dell’indagine.

Un’altra forma di discriminazione persistente, come si accennava, è la distinzione tradizionale tra tematiche tipicamente maschili e tematiche tipicamente femminili nella copertura delle notizie.

I giornalisti si occupano soprattutto di politica (il 64% contro il 55% delle donne), economia e finanza (il 30% contro il 23% femminile), sport e motori (il 46%, contro il 20% delle donne).

Le giornaliste, invece, affrontano soprattutto tematiche legate ad arte e cultura, istruzione, scienza e tecnologia, ambiente, gossip, moda.

Un altro aspetto del gender gap risulta poi legato alla scarsa rappresentazione del punto di vista femminile nei palinsesti soprattutto televisivi, specchio di una sottorappresentatività del genere femminile nel panorama politico-istituzionale, soprattutto nel ruolo di portavoce e/o opinion leader.

L’Autorità mette a confronto, ad esempio, il tempo di parola concesso da telegiornali ed approfondimenti informativi Rai alle rappresentanti politiche e quello concesso ai loro omologhi di genere maschile: rispettivamente, il 14% (nei tg) e il 18% (negli approfondimenti) del tempo è stato concesso alle donne, mentre agli uomini sono andate le percentuali restanti, ossia, rispettivamente, l’86% e l’82%.

(6) – L’indagine, effettuata con questionari anonimi, è stata promossa in collaborazione con Casagit, Inpgi e Usigrai, con il patrocinio di Ordine dei Giornalisti e AGCOM. Al questionario, inviato a 2775 giornaliste dipendenti dei media (esclusi i periodici), hanno risposto 1132 donne, pari al 42% del totale. http://www.fnsi.it/indagine-cpo-fnsi-l85-delle-giornaliste-ha-subito-molestie-sessuali

PARTE I – GIORNALISMO: UNO STUDIO DI SETTORE

Precarietà e difficoltà reddituali

Sebbene la crisi economica del settore dell’informazione sia un elemento che ha penalizzato tutte le categorie coinvolte nella filiera giornalistica, alcune figure professionali risentono più di altre del ridimensionamento.

Una considerazione generale, che si ricollega al già esposto problema del generation gap, è che i giovani giornalisti percepiscono un reddito inferiore, in alcuni casi di molto, a quello dei colleghi più anziani.

Ma un’altra discriminante, tipica non esclusivamente del giornalismo ma dell’intero mercato del lavoro, è la cosiddetta dinamica insider-outsider, ossia la disparità di trattamento (economico, ma anche a livello di tutele del lavoratore) tra lavoratori dipendenti (insider), avvantaggiati, e lavoratori freelance e parasubordinati (outsider), che risentono di una retribuzione mediamente inferiore e di minori garanzie contro il precariato. Nella seconda categoria rientrano soprattutto donne, lavoratori e lavoratrici autonomi e parasubordinati, e giovani.

A partire dal 2009 aumentano nel giornalismo i lavoratori autonomi: non una scelta dei giornalisti, la cui condizione di freelance li rende anzi maggiormente vulnerabili (precari e sottopagati), anche a causa di un quadro normativo ancora impreparato rispetto all’evoluzione del mercato: per i giornalisti, ricorda l’AGCOM, ad oggi non esiste un tariffario minimo per le prestazioni, né un’adeguata legislazione che garantisca il cosiddetto “equo compenso”, ossia una retribuzione proporzionata rispetto a quantità e qualità del lavoro svolto dal  professionista.

Il report ha registrato che il 49,5% dei giornalisti italiani ha un contratto da dipendente, il 24,2% lavora come freelance e l’11,6% come lavoratore parasubordinato. La fascia restante è composta da disoccupati e inoccupati (il 5,7%) e pensionati (il 5,6%).

Attraverso il metodo della cluster analysis, il rapporto ha delineato le caratteristiche di cinque profili professionali con caratteristiche diverse; si può osservare in questa suddivisione la polarizzazione tra le due categorie di lavoratori e lavoratrici dipendenti, che beneficiano di un reddito mediamente più alto e di tutele maggiori, e le tre categorie restanti, composte da lavoratori autonomi e mediamente più giovani, per il quali le tutele, economiche e legali, sono nettamente inferiori.

“Il sistema di welfare che a partire dal dopoguerra ha accompagnato la crescita della professione giornalistica – si legge nel rapporto AGCOM –, la sua definizione in termini di missione pubblica e tensione valoriale, fino a rimarcare i criteri di appartenenza ed esclusione (…), ha subìto enormi prove negli ultimi anni, vacillando fino a perdere la centralità del suo ruolo di garanzia e tutela, prima che dei privilegi acquisiti, della libertà di operare in assenza di condizionamenti, quantomeno, di natura economica”.

 

PARTE I – GIORNALISMO: UNO STUDIO DI SETTORE

Il chilling effect: querele temerarie ed altre forme di dissuasione

L’Autorità definisce il chilling effect, o “effetto raffreddamento”, come “la riluttanza e la refrattarietà ad esercitare un proprio diritto nel timore di andare incontro a ripercussioni di tipo legale”.

La letteratura giuridica riporta numerosi casi di chilling effect, in vari ambiti lavorativi; “nel caso della professione giornalistica – spiega però l’Osservatorio sul giornalismo – il chilling effect si concretizza in un effetto deterrente di carattere strutturale, che si sostanzia in un’azione inibitoria nei confronti della libertà di stampa”.

Insomma, questo “effetto congelamento” equivale ad una forma di censura indiretta, o di autocensura da parte degli stessi giornalisti (o dei loro editori) che temono ritorsioni, anche sul piano legale.

A questo proposito, sollecitato dai rappresentanti di categoria, il report ricorda il pesante ritardo dell’Italia rispetto alle altre democrazie avanzate, sul piano legislativo: nell’ordinamento italiano, per esempio, è ancora previsto il carcere per i giornalisti.

Elaborando i dati forniti da Ossigeno per l’informazione, il report AGCOM fornisce un quadro delle principali intimidazioni di cui sono vittime il giornalismo italiano e il diritto dei cittadini ad essere informati:

A gennaio 2017 erano 3.085 le giornaliste e i giornalisti italiani minacciati: un numero che, comunque, non esprime appieno la portata del fenomeno, perché non comprende tutte le intimidazioni che non vengono denunciate.

Come si accennava in precedenza, i più esposti al rischio di azioni legali (le liti temerarie, le più frequenti tra le forme di intimidazione riscontrate, sia in sede penale che civile) sono i giornalisti che collaborano con realtà piccole, locali, senza avere alle spalle grandi editori in grado di (e disposti a) tutelarli da querele basate in larga parte su accuse pretestuose.

Accuse che però obbligano il o la cronista a difendersi, dimostrando di aver agito onestamente nell’esercizio del diritto-dovere di cronaca, e di aver divulgato esclusivamente dati basati su prove consistenti. Spesso chi è citato in giudizio, a causa dei problemi economici già esposti, si trova persino costretto ad anticipare le spese legali, con il rischio di essere condannato e dover persino risarcire chi lo ha citato, nell’ordine di migliaia e migliaia di euro (un altro fattore, sottolinea il rapporto, è che l’ordinamento italiano non prevede un tetto massimo di importo richiesto per il risarcimento di danni non patrimoniali).

Il rapporto cita dati ufficiali del Ministero della Giustizia: dal 2010 al 2013 il tasso di querele in Italia è aumentato dell’8%. Sul totale delle querele presentate, già il 90% viene rigettato in fase preliminare, a riprova dell’inconsistenza di argomentazioni su cui si basano.

PARTE I – GIORNALISMO: UNO STUDIO DI SETTORE

L’importanza dell’informazione locale

L’autorità evidenzia il ruolo dei giornalisti locali, che contribuiscono a “creare o rafforzare un’identità locale della comunità”, ma che proprio a causa del loro essere un punto di riferimento, sono esposti a critiche e attacchi quando si espongono in prima persona per denunciare il malaffare: “Le voci fuori dal coro, che denunciano atti illegittimi che riguardano persone vicine o note, perturbano gli equilibri esistenti, e sono spesso vissute come espressione di un tradimento, portando al conseguente isolamento sociale dei giornalisti e delle loro famiglie”.

“In ambito locale – continua il rapporto, citando il dossier Mafia, giornalisti e mondo dell’informazione – le intimidazioni subite possono determinare «un’informazione contigua, compiacente o persino collusa con le mafie. Perché se è vero che gli episodi di compiacenza a volte sono il prodotto di minacce subite, è pur vero che esiste un reticolo di interessi criminali che ha trovato in alcuni mezzi d’informazione e in alcuni editori un punto di saldatura e di reciproca tutela».

La relazione tra la percentuale di intimidazioni suddivise per ambito territoriale e i contesti (Sud e isole) in cui storicamente le organizzazione mafiose sono radicate è tutt’altro che casuale:

Come tutt’altro che casuale è l’esposizione alle minacce da parte di cronisti che guadagnano meno di 20mila euro annui (il 41% del totale):

Le già difficili condizioni economiche legate ad una professione sempre più segnata da sottoinquadramento e precariato, unite al pericolo di essere sanzionati penalmente (persino di rischiare il carcere) e di dover risarcire un eventuale querelante, o peggio, di subire attacchi personali, spingono molti cronisti ad autocensurarsi, rinunciando al diritto- dovere di denunciare il malaffare e preservare la democrazia.

PARTE I – GIORNALISMO: UNO STUDIO DI SETTORE

La protezione dei giornalisti minacciati: un impegno europeo

Le intimidazioni legali e le minacce ai giornalisti sono un problema avvertito anche dalle istituzioni europee. Nel 2016 il Comitato dei ministri degli Stati membri per la protezione del giornalismo e la sicurezza dei giornalisti e degli altri attori mediatici ha adottato una Raccomandazione, secondo cui “è allarmante e inaccettabile che i giornalisti e gli altri attori del panorama mediatico in Europa sono, in misura crescente, minacciati, molestati, soggetti a misure di sorveglianza e intimidazioni, privati arbitrariamente delle proprie libertà, attaccati sul piano fisico, torturati e persino uccisi a causa del loro lavoro investigativo, delle loro opinioni o dell’esercizio della cronaca, soprattutto quando il loro lavoro si sofferma sull’abuso di potere, sulla corruzione, sulla violazione dei diritti umani, sulle attività criminali, sul terrorismo e sul fondamentalismo”.

Le linee guida indirizzate dal Comitato agli Stati membri si articolano in quattro direzioni:

  • l’introduzione di un nuovo framework legislativo coerente con i principi enucleati dalla Corte europea dei diritti dell’uomo;
  • la definizione di regole che tutelino adeguatamente i giornalisti vittime di minacce;
  • la predisposizione di un efficace sistema di investigazione e di perseguimento dei reati commessi contro i giornalisti;
  • la promozione di campagne di informazione, sensibilizzazione ed educazione.

Inoltre, al fine di avere un quadro chiaro della situazione su cui intervenire, le istituzioni europee si sono attivate da tempo su progetti di monitoraggio omogenei, in modo da poter comparare la situazione dei singoli Stati membri.

AGCOM cita la piattaforma Mapping Media Freedom, co-finanziata dalla Commissione europea e basata su dati aperti ed evidenze fornite da organizzazioni non governative. Mapping Media Freedom categorizza le criticità della professione giornalistica in minacce, violazioni e limitazioni fronteggiate dagli operatori dell’informazione.

Un’altra iniziativa, a cura del Consiglio d’Europa, è la Piattaforma per la promozione del giornalismo e la sicurezza dei giornalisti, a cui collaborano alcune organizzazioni non governative internazionali, che segnalano eventuali abusi catalogati in:

  • attacchi alla sicurezza e all’integrità dei giornalisti;
  • detenzione e carcere dei giornalisti;
  • molestie e intimidazioni dei giornalisti;
  • impunità dei crimini commessi nei confronti dei giornalisti;
  • altri atti che producono il chilling effect.
PARTE I – GIORNALISMO: UNO STUDIO DI SETTORE

1.2.3. CONCLUSIONI E PROPOSTE: LA COSTITUZIONE DI UN “OSSERVATORIO PERMANENTE DEL CORECOM SULLA LIBERTÀ D’INFORMAZIONE”

A seguito dell’ampia ricognizione degli studi mondiali, europei e nazionali sulla libertà d’informazione, analizzata secondo diversi parametri, anche in un’ottica di genere, è utile qui avanzare le prime riflessioni.

I dossier analizzati si basano su dati e rilevazioni su vasta scala da parte di soggetti/enti/istituzioni centrali che hanno poco se non inesistente radicamento nella realtà in cui i fenomeni accadono.

È nei territori che l’informazione locale ha la capacità di incidere direttamente sulle vite dei cittadini ed è lì che avvengono le pressioni più pericolose e capaci, per contro, di influenzare la libertà d’espressione e d’informazione, dunque di compromettere la tenuta democratica del Paese.

Su quest’aspetto gli studi analizzati dimostrano che al Sud la presenza delle mafie e la maggiore precarietà dei giornalisti rappresentano un fattore che rafforza l’autocensura.

I numerosi strumenti a disposizione, grazie anche ad investimenti della Commissione Europea e del Consiglio d’Europa, si dimostrano inefficaci e incapaci di analizzare in profondità i fenomeni, in quanto rappresentano una semplice riorganizzazione gradevole di dati forniti da altre organizzazioni.

Un’istituzione come il Corecom Puglia potrebbe, in collaborazione con altri soggetti già coinvolti nella presente ricerca, attivare un Osservatorio permanente sulla libertà d’Informazione, con l’obiettivo specifico di proporre un “termometro” della libertà d’Informazione a livello locale – anche in un’ottica di genere – in base ad alcuni parametri che più avanti andremo ad analizzare.

L’istituzione di un Osservatorio permanente sulla libertà di stampa in seno al Corecom Puglia è tanto più importante quanto più si guarda alla discrasia tra i fenomeni discriminatori, molestie e minacce per come emergono dai questionari anonimi somministrati ai giornalisti pugliesi e le posizioni dei vertici delle redazioni regionali, per i quali i problemi sollevati sono marginali o quasi inesistenti.

Sarebbe un’iniziativa unica in Italia, in quanto nessun Corecom ha attivato un monitoraggio di questo tipo, con due grandi vantaggi, con ricadute dirette e misurabili sull’innalzamento della libertà d’informazione sul territorio:

  • vicinanza territoriale ai fenomeni;
  • autorità istituzionale di dialogo con le altre organizzazioni attive sul tema a livello nazionale, europeo, mondiale e, dunque, possibilità di contribuire direttamente alle metodiche e ai risultati delle altre rilevazioni, anche tramite l’implementazione di altre piattaforme on line.
PARTE I – GIORNALISMO: UNO STUDIO DI SETTORE

Focus sulla Puglia: gli studi di Corecom e Consigliera Regionale di Parità

IL GENDER GAP IN PUGLIA

Lo studio “Emittenti locali e differenze di genere – La parola alle donne”, promosso dall’Ufficio Regionale della Consigliera di Parità della Regione Puglia è il secondo step di un progetto volto a indagare le dinamiche interne al mondo dell’informazione in Puglia, con particolare riferimento al ruolo delle donne, sia in quanto croniste ed operatrici della comunicazione, sia in quanto oggetto dell’informazione, sia, infine, in quanto spettatrici.

EMITTENTI LOCALI E DIFFERENZE DI GENERE

“Emittenti locali e differenze di genere” è il titolo di un primo studio, condotto da Corecom Puglia, avente l’obiettivo specifico di indagare come la figura femminile venisse veicolata da alcune emittenti televisive sul territorio regionale pugliese.

-Il metodo
Le emittenti sono state individuate in base al bacino d’utenza; le più rappresentative, sei in totale, sono state incluse nello studio:

–  Antenna Sud (Bari)
–  Studio 100 (Taranto)
–  TRCB (Ostuni – BR)
–  Telefoggia Srl (Foggia)
–  Telenorba (Conversano – BA)
–  TeleRama (Lecce)

L’indagine condotta ha preso in esame i telegiornali e i programmi di approfondimento mandati in onda in due giornate, una feriale e una festiva, nella fascia oraria serale, quella cioè compresa tra le 19.00 e le 24.00, quando a seguire le trasmissioni è un pubblico composto sia da uomini che da donne.

-I risultati

I risultati raccolti si possono suddividere in diversi ambiti tematici:

  1. Rappresentatività della donna: nelle redazioni locali sono presenti giornaliste e conduttrici donne, ma all’interno dei servizi giornalistici c’è una netta predominanza della figura maschile;
  2. Rappresentatività dell’esperta donna: i programmi di approfondimento e di informazione ospitano per la maggior parte esperti di genere maschile; lo studio cita in particolare un paradosso: persino temi centrali nell’universo femminile, come la maternità, sono oggetto di trattazione da parte degli uomini;
  3. Assenza del punto di vista femminile: oltre ad assumere a sé la facoltà di parlare di temi quasi prettamente femminili, gli uomini veicolano un approccio prettamente maschile anche a questioni, come l’economia, in cui un punto di vista differente potrebbe sicuramente aprire nuove strade;
  4. Rappresentazione sessista della donna: i media locali sono ancorati ad una visione antiquata della donna: la donna oggetto, costretta ancora a ruoli stereotipati. Attraverso il linguaggio e le immagini che veicolano, notiziari e contenitori informativi si fanno portavoce di un paradigma culturale anacronistico, totalmente fori luogo.

Lo studio ha quindi indirizzato verso la necessità di formare, a livello locale, operatori e operatrici della comunicazione attenti ad individuare e contrastare le discriminazioni di genere sul piano sociale, economico e politico, come forma di responsabilità civile.

LA PAROLA ALLE DONNE

Rendere il panorama mediatico locale maggiormente consapevole del proprio ruolo sociale è proprio lo scopo dell’indagine “Emittenti locali e differenze di genere – La parola alle donne”, che fa suoi i risultati del primo studio, compiendo il passo successivo.

L’attenzione, questa volta, si sposta sulle operatrici dell’informazione e sulle spettatrici, per accertarne empiricamente lo spirito critico e dunque la maggiore o minore esposizione a contenuti discriminatori veicolati dai media.

Questi gli obiettivi dichiarati dell’indagine:

  1. Mettere a valore i dati monitorati, integrandoli con le opinioni delle donne (operatrici dell’informazione e pubblico);
  2. Coinvolgere le operatrici dell’informazione affinché si rendano loro stesse più consapevoli e dunque portatrici di un nuovo modo di rendere fruibili le informazioni, tenendo ben presente il punto di vista delle donne, sradicando così stereotipi più o meno consapevoli che attraverso di esse possono transitare;
  3. Coinvolgere le donne delle 6 province pugliesi in quanto potenziali utenti delle emittenti televisive locali, rendendole attrici dell’auspicato cambiamento, attraverso l’acquisizione delle loro opinioni, gradimento e suggerimenti;
  4. Mettere a punto un format televisivo, calibrato sui notiziari informativi ed approfondimento, che sia attento e rispettoso delle questioni di genere.

-Le giornaliste

La prima parte dello studio è stata rivolta al coinvolgimento delle giornaliste impiegate in redazioni locali: a dieci di loro, precedentemente individuate perché rappresentative delle diverse realtà interregionali, è stato sottoposto un questionario suddiviso per tre aree tematiche:

  • Informazioni anagrafiche;
  • Area stereotipi;
  • Valutazione dell’impatto di genere;

Successivamente le dieci giornaliste sono state invitate a partecipare a due incontri di approfondimento sul tema.

-I risultati

Il contatto con le giornaliste coinvolte ha innanzitutto permesso di conoscere una realtà fortemente condizionata dalla crisi strutturale del giornalismo: molte delle intervistate sono precarie, freelance o in mobilità presso redazioni anche extra regionali.

Solo due di loro hanno beneficiato di un avanzamento di carriera. Le otto restanti sono rimaste a ricoprire lo stesso ruolo che ricoprivano inizialmente, oppure hanno cessato il rapporto di lavoro. La metà del campione ritiene il ruolo assegnato adeguato alle proprie competenze, mentre la metà restante si dichiara insoddisfatta.

Nessuna delle intervistate sostiene di aver ricevuto domande potenzialmente discriminatorie riguardo la propria vita privata durante il colloquio per l’assunzione, ma alcune di loro riferiscono di aver sentito i colleghi uomini pronunciare affermazioni sessiste.

La necessità di attivare percorsi formativi contro la disparità di genere è avvertita da sei professioniste su dieci.

-Le spettatrici

Un altro questionario è stato poi rivolto alle donne in quanto fruitrici dell’informazione locale, e somministrato su base volontaria, attraverso diverse modalità: in presenza, tramite interviste telefoniche, o attraverso la compilazione di un modulo elettronico predisposto ad hoc e diffuso attraverso il web e i social media.

In totale, sono 623 le spettatrici che hanno risposto (integralmente o in parte) alle domande, suddivise in cinque ambiti:

  • Emittente preferita;
  • Tempi e modi di visione;
  • Programmi e temi;
  • Ruolo delle conduttrici;
  • Informazioni anagrafiche.

Il campione più rappresentativo tra le spettatrici che hanno risposto al questionario è costituito da donne tra i 25 e i 44 anni (322 donne, il 51,7%), nubili (310, il 49,8%), senza figli (391 donne, il 62,8%), diplomate (313, il 50,2%) ed occupate (312, il 50,1%).

-I risultati

Al di là delle abitudini di fruizione dei programmi televisivi da parte delle donne intervistate, o della loro predilezione di un’emittente anziché un’altra, analizzati attentamente dallo studio promosso dalla Consigliera regionale di parità, in questa sede interessa l’approccio delle donne al problema del gender gap (la discrepanza tra rappresentatività femminile e maschile e la disparità di trattamento tra lavoratori e lavoratrici) e alla percezione degli stereotipi veicolati da telegiornali e approfondimenti informativi.

La maggior parte delle donne interpellate (il 52%) ritiene che le problematiche femminili non siano adeguatamente rappresentate all’interno dei programmi televisivi; una maggioranza ancor più netta (il 54,7%) sostiene che si sentirebbe più coinvolta da un palinsesto orientato maggiormente verso le donne.

La presenza di donne in qualità di conduttrici all’interno dei format giornalistici viene percepita come una necessità dal 40% delle intervistate. Il 58% del campione si dichiara indifferente in merito alla questione.

Solo il 20,1% delle intervistate considera bassa la presenza di conduttrici donne; il 61,3% la definisce accettabile, e il 17,7% la giudica persino rilevante.

In merito all’abbattimento degli stereotipi di genere, occorre considerare che il fattore estetico è ritenuto un criterio essenziale per le conduttrici solo dall’1,9% del campione. L’intelligenza è il requisito più suffragato (lo ha indicato il 70,6% delle donne), seguito da simpatia (il 19,1%) e stile popolare (il 7,7%).

-Focus group

Quattro delle dieci giornaliste intervistate hanno preso parte a due focus group, dai quali è emerso che a livello locale il gender gap è un problema percepito in molte redazioni; la donna, la giornalista, non viene riconosciuta come persona in grado di rivestire un ruolo apicale, e i colleghi uomini ne minano autorevolezza e credibilità.

Anche le commissioni d’esame per l’accesso alla professione, si sottolinea nello studio, sono composte prevalentemente o esclusivamente da uomini, nonostante le giornaliste si dichiarino disponibili a farne parte.

Le partecipanti ai due focus group hanno insistito sull’esigenza di una formazione per combattere il sessismo e la sua espressione anche a livello linguistico.

IL QUADRO REGIONALE PUGLIESE IN RELAZIONE AL QUADRO EUROPEO

A conclusione dello studio “Emittenti locali e differenze di genere – La parola alle donne”, i risultati delle due indagini condotte a livello locale vengono confrontati con il rapporto “Advancing gender equality in decision-making in media organisations”, elaborato nel 2013 dallo European Institute for Gender Equality11.

Lo studio citato è il primo percorso di analisi comparativa del ruolo delle donne nei media all’interno dei 28 Paesi allora aderenti all’Unione Europea. I parametri presi in considerazione sono tre:

  • la presenza delle donne ai vertici del processo decisionale nelle posizioni strategiche ed esecutive delle organizzazioni dei media;
  • la presenza delle donne nei consigli-comitati decisionali ed esecutivi delle organizzazioni dei media;
  • le politiche, le misure e attività esistenti all’interno delle organizzazioni dei media orientate a promuovere condizioni di maggiore uguaglianza tra uomini e donne nelle posizioni apicali del processo decisionale ed esecutivo delle organizzazioni stesse.

Le conclusioni a cui giunge lo studio, con percentuali variabili tra i singoli Paesi, vedono una scarsa presenza femminile nelle posizioni apicali, nonostante una forte rappresentanza nel settore (il 44% del totale di occupati nel panorama mediatico europeo) e un maggior livello medio d’istruzione (tra gli occupati, il 68% dei laureati in giornalismo e informazione è costituito da donne).

Questi dati, sostiene lo studio “Emittenti locali e differenze di genere – La parola alle donne”, portano la situazione delle operatrici dell’informazione pugliesi in linea con la situazione registrata a livello europeo.

PARTE I – GIORNALISMO: UNO STUDIO DI SETTORE

2. INTERVISTE AL VERTICE DEL GIORNALISMO PUGLIESE

PARTE I – GIORNALISMO: UNO STUDIO DI SETTORE

Ricevetti una lettera anonima con proiettile: una notizia mai data

Intervista a Luisa Amenduni, responsabile Ansa Puglia

Nell’ambito dell’inchiesta sul precariato nel giornalismo pugliese, abbiamo intervistato Luisa Amenduni di Ansa Puglia. Nella sede regionale, succursale dell’agenzia di Roma, lavorano quattro redattori, due uomini e due donne, assunti con contratto giornalistico nazionale. Ci sono poi dei collaboratori esterni, che vengono pagati per ogni articolo redatto, con una retribuzione minima. Dalle prime domande che rivolgiamo alla responsabile Ansa Puglia emerge infatti che lo stato di crisi che ha investito il mondo dell’informazione ha colpito anche l’agenzia. Non essendo economicamente sostenibili i costi derivanti da un numero maggiore di collaboratori e, ancor meno, da nuove assunzioni, Ansa Puglia non copre tutte le notizie che accadono in regione, ma solo le più rilevanti. Il dato di maggior rilievo emerso durante l’intervista è stato sicuramente quello relativo alla minaccia ricevuta in passato dalla giornalista. Una lettera anonima con all’interno un proiettile, indirizzata ad Amenduni, della quale né lei né il direttore dell’Ansa hanno mai voluto parlare.

Appena arrivati nella sede dell’agenzia di stampa, un appartamento nel centro di Bari composto da tre camere, siamo stati accolti con gentilezza e disponibilità. In redazione erano presenti solo due persone oltre alla direttrice, tra cui uno dei redattori, Roberto Buonavoglia, che cura la cronaca giudiziaria. Nella stanza più grande dell’appartamento, la più curata e quella che abbiamo visitato per prima, ci sono tre scrivanie con altrettanti computer. Luisa Amenduni, seduta nella postazione centrale, dopo averci accolti, ci ha invitato a sistemare la videocamera nell’ultima camera in fondo al corridoio. Ancor prima di iniziare l’intervista, io e la mia collega eravamo abbastanza tesi, sia perché dovevamo fare qualcosa per noi di assolutamente inedito, sia per l’ambiente che avevamo intorno. Ci saremmo aspettati una redazione più grande, numerosa e movimentata. Entrambi siamo rimasti delusi da una situazione tanto “ordinaria”. In altre parole, non si può dire che in quell’appartamento si respirasse propriamente la magia del giornalismo, né l’emozione di un lavoro del quale siamo appassionati. Ad ogni modo lì, in una delle stanze adattate alle esigenze della redazione, ho iniziato la mia prima intervista.

Quanti giornalisti lavorano nella sua redazione?

Attualmente ci sono soltanto quattro “articoli 1” (assunzione a tempo indeterminato in base al Contratto nazionale di lavoro giornalistico, ndr) perché c’è stata una riduzione dei redattori a causa della crisi che investe tutto il mondo dell’informazione

Come vengono reclutati i giornalisti? Che tipo di contratto hanno?

Qui in Puglia la redazione dell’Ansa ha una rete di collaboratori sul territorio, che praticamente ci forniscono le notizie. Sono collaboratori specializzati in vari settori della cronaca nera, della cronaca giudiziaria, dell’attività politica, dell’attività istituzionale. Da questo contenitore scegliamo, quando è il momento, chi assumere. Il direttore dell’Ansa, che attualmente è Luigi Contu, sceglie il redattore da assumere.

Qual è la retribuzione dei redattori esterni?

I redattori esterni vengono retribuiti a notizia o a pezzo. È una retribuzione minima, così come succede purtroppo in tutte le realtà dell’informazione, soprattutto in questo momento. Ma è un’attività che consente al collaboratore anche di crescere professionalmente sul campo.

Avete risorse umane a sufficienza per curare tutti i servizi?

Attualmente no, perché come dicevo prima anche l’Ansa risente della situazione di crisi di tutto il mondo di editoriale. Stiamo per concludere un secondo stato di crisi, che si chiuderà a dicembre e che ha fatto andar via tantissimi redattori. Siamo diminuiti notevolmente di numero. La nostra aspirazione è che ci siano nuove assunzioni che ci consentano di seguire tutto. Diciamo che ora facciamo una scelta di notizie, dando in rete le notizie di un certo livello, mentre avendo una rete più ampia di redattori sarebbe possibile curare notizie di interesse inferiore, però più particolari.

Quante donne lavorano nella vostra redazione?

Attualmente siamo due donne e due uomini.

Una ricerca della Consigliera di parità della regione Puglia sulle giornaliste pugliesi evidenzia come per le donne ci sia una difficoltà nell’avanzamento di carriera. Solo il 20% delle donne intervistate ha avuto un avanzamento professionale, il cosiddetto “tetto di cristallo”. Lei ha faticato per raggiungere la sua posizione lavorativa?

No, io non credo di aver fatto più fatica dei miei colleghi uomini. Diciamo che quando iniziai a lavorare in quest’ambito era abbastanza difficile, perché c’era una preclusione nei confronti delle donne. Le realtà dell’informazione che erano presenti sul territorio preferivano assumere o comunque avere contratti di collaborazione con uomini piuttosto che con le donne. Quindi è stato più difficile all’inizio, poi sono entrata in questa realtà dell’Ansa dove non c’è distinzione di sesso per quanto riguarda l’avanzamento delle carriere. Non c’è stato ancora all’Ansa un direttore donna, ma penso che accadrà molto presto.

Le posso fare una domanda personale? Ha figli?

No.

Secondo lei, soprattutto per una donna, è più difficile l’inserimento professionale se si ha una famiglia?

Se una persona vuole raggiungere un obiettivo cerca ovviamente di raggiungerlo. Il problema è che in questa professione non ci sono orari: è molto difficile coordinare la vita privata con quella professionale. Però facendo un po’ di acrobazie (e le mie colleghe ne fanno molte) si riesce a trovare un giusto equilibrio. Diciamo però ad onor del vero che questo lavoro toglie molto alla vita privata, perché è un lavoro che si fonda principalmente sulla passione e che non ha orari. Qualunque cosa accada tu sei sul campo e non puoi certo dire scusa devo andare perché ho impegni. Si va. Chi ci accompagna nella vita privata accetta questo tipo di vita che abbiamo scelto.

Secondo una ricerca della AGCOM esiste una differenza tra soft e hard news. Le notizie riguardanti politica, economia, cronaca sono affidate agli uomini; le altre, cultura, spettacolo e moda, vengono trattate principalmente dalle donne. Questo avviene anche oggi? Avviene anche nella sua redazione?

Per quanto riguarda l’Ansa assolutamente no. Ci sono tantissime colleghe bravissime che si occupano di cronaca nera, che si occupano di giudiziaria. Sono donne combattive, sempre in prima linea, che vanno sul campo dove ci sono disastri, dove accadono eventi molto tragici. Così come ci sono uomini nella nostra redazione che si occupano di cultura e di spettacolo. Per quanto riguarda l’ansa non noto questa differenza.

In passato c’erano queste differenze?

Io sinceramente non l’ho mai vissuta, ne sento molto parlare. So dell’esistenza purtroppo di queste discriminazioni. Ma io personalmente non le ho vissute. Sicuramente per le donne è più faticoso entrare in questo mondo ed è stato molto di più in passato. Credo però che una qualità delle colleghe, delle donne, sia anche quella di avere una volontà di ferro. Alla fine chi vuole fare questo mestiere, a prescindere dal sesso, lo fa perché lo vuole fare.

Secondo una ricerca AGCOM del 2017 in Italia le donne vengono pagate meno degli uomini, a parità di mansione. Secondo lei per quale motivo? C’è nella sua redazione questo trattamento di disparità salariale?

No non c’è assolutamente. Siamo tantissime assunte all’Ansa, per cui ci sarebbe stata una rivolta. Io credo che questo tipo di realtà laddove ci fosse dovrebbe essere immediatamente denunciata al nostro sindacato, al nostro Ordine, per fare in modo che questo tipo di situazioni non si ripetano in nessuna realtà e in nessun luogo. Non deve essere così nel mondo dell’informazione, né in qualunque altro settore ovviamente.

Nella sua redazione ci sono stati in passato casi di minacce, abusi o peggio ancora di violenze nei confronti delle giornaliste?

Io ho ricevuto una lettera anonima con un proiettile. Non ne abbiamo mai parlato. Non abbiamo dato mai questa notizia per scelta del direttore e per scelta mia. Ne parlo ora con voi.

Ritiene che la libertà di stampa sia in pericolo in questo momento?

In questo momento ci sono stati attacchi alla stampa da parte di rappresentanti del mondo istituzionale che mai si sono verificati in passato. Ritengo che questo sia molto grave e penso che bene abbia fatto l’Ordine dei giornalisti soprattutto l’Associazione della stampa a prendere una netta posizione nei confronti di chi ha usato parole offensive nei riguardi di giornalisti che svolgono la loro professione con estrema serietà e mettendo molto spesso in pericolo la propria vita. Mi auguro che questo non avvenga più in futuro, perché lo ritengo un fatto davvero molto grave.

In passato sono avvenuti attacchi così diretti da parte del potere politico nei confronti dei giornalisti?

Attacchi ce ne sono sempre stati. Ricordo in particolare il periodo di Berlusconi. Ma offese così gravi io ritengo di no. Parole così pesanti e offensive, ritengo di no. Quando un rappresentante del mondo politico usa certi termini significa anche sdoganare questi termini e queste offese. Renderle di uso pubblico. Spero che il mondo politico abbia capito la gravità delle parole usate.

PARTE I – GIORNALISMO: UNO STUDIO DI SETTORE

TgR Puglia, tanti service esterni e poche donne

Intervista ad Attilio Romita, caporedattore TGR Rai Puglia

Ventotto giornalisti (il 30 per cento sono donne) più un responsabile di sede e uno di redazione: benvenuti nella sede Rai della Puglia.

Una gestione per lo più maschile, se consideriamo che quasi tutti i caporedattori delle sedi Rai d’Italia sono uomini, ad eccezioni di Valle d’Aosta, Calabria, Sicilia e Sardegna.

Parliamo di “capi” e non di vice, capiservizio, responsabili di line, dove invece le donne ci sono e vengono pagate tanto quanto gli uomini. Ma del resto non potrebbe essere altrimenti dal momento che in Rai “vige” il contratto nazionale di lavoro giornalistico.

Contratto che i giornalisti si tengono ben stretto poiché i bandi di selezione scarseggiano (l’ultimo per entrare in Rai si è svolto nel 2015 ma non vi è una vera e propria cadenza fissa con la quale si tengono i concorsi per i giornalisti) e i tagli sono come un’incombente spada di Damocle. I primi a dover fare un passo indietro sono state le vecchie figure note come “cineoperatori”, pian piano sostituiti da aziende esterne. Infatti, a causa della crisi economica, anche in Rai vi è la tendenza a ricorrere a service esterni per il confezionamento del prodotto giornalistico.

Service che vengono selezionati, di norma attraverso bandi pubblici, e che nel corso del tempo si fidelizzano. O l’azienda si fidelizza e quindi li riconferma. Una convenzione. Ad ogni modo con essi la Rai stipula dei contratti con un budget definito e non superabile. Perché tutto deve rientrare nelle spese di gestione, e il caporedattore “vigila” anche su questo.

Accogliente e disponibile, anche se si era dimenticato dell’intervista fissata qualche giorno prima, Attilio Romita ci ha aperto le porte del suo studio per parlare di quello che avviene nella redazione Rai della Puglia. L’incontro è avvenuto l’8 novembre: una mattinata assolata e una stanza al quarto piano con vista mare. “Diamoci del tu, siamo colleghi” è la prima affermazione del caporedattore. Ne approfittiamo per spiegare quello che gli avremmo chiesto (il tempo necessario per sistemare il cavalletto e la telecamera per la nostra prima intervista video).

Romita è esperto del settore, quindi si è lasciato microfonare senza problemi e ci ha invitati a scegliere come inquadratura non quella “formale” con la scrivania tra intervistatore e intervistato, ma i divanetti in pelle nera. La situazione ci sembra ottima anche perché alle sue spalle, dietro il divanetto, appare ben visibile il logo della redazione. Cogliamo l’occasione per anticipare che al termine dell’intervista avremmo fatto dei controcampi e qualche ripresa della redazione all’opera e, se possibile, anche dello studio. Squilla il telefono, bussano alla porta: comprensibile, erano le 12, orario di punta per la preparazione del tg delle 14.

Gli diciamo chiaramente di avere tutta la mattinata a disposizione e che avremmo potuto effettuare dei tagli alle nostre riprese. Inizia l’intervista, ma quello che ci dice a telecamere spente forse è ancora più interessante!

Inoltre dopo l’intervista abbiamo fatto un giro nella redazione e abbiamo avuto la possibilità di parlare con delle giornaliste, in particolare con Daniela Tortella, che da qualche anno svolge il ruolo di caposervizio, la quale ci ha sostanzialmente confermato quanto detto da Romita, soprattutto riguardo al web.

La disponibilità e la professionalità dei montatori, dei tecnici e dei giornalisti ci ha sorpresi, soprattutto quando ci hanno invitati a restare per assistere alla diretta del telegiornale dalla regia (per la verità ci siamo mostrati entusiasti e anche un po’ insistenti!).

Quante persone lavorano in redazione, quanti sono giornalisti e quanti sono i collaboratori esterni? Che tipo di contratti hanno?

Non abbiamo collaboratori esterni ma abbiamo 28 giornalisti che compongono la redazione, che ovviamente vengono divisi in turni di lavoro, tenendo conto che la TGR Puglia è impegnata dal mattino dalle 7.30 con “Buongiorno Regione” fino all’edizione della mezzanotte. Quindi nell’arco della giornata ci sono tre turni di lavoro sui quali “spalmiamo” i 28 colleghi.

Qual è l’iter per diventare giornalista Rai e quali sono, se ci sono, le differenze contrattuali tra giornalisti più “anziani” e quelli più “giovani”?

Il contratto nazionale governa tutta questa dinamica. La Rai ha inaugurato negli ultimi anni una prassi molto ben voluta dalla categoria dei giornalisti del nostro sindacato e che è quella del concorso pubblico. Un maxi concorso con tanti candidati, poi una graduatoria che ha dato luogo a una serie di inserimenti. 200 giornalisti con una commissione autorevole grazie a questo concorso anche a Bari, in Puglia sono arrivati giovani giornalisti già formati in linea di massima che hanno dato un valore aggiunto alla nostra redazione.

Perché i giovani giornalisti sono molto più apprezzati di quanti non lo fossero quelli della mia generazione. Ai miei tempi si entrava nelle redazioni in modo molto più semplice. Oggi arrivano anche giornalisti dalle scuole di giornalismo.

A proposito delle scuole di giornalismo, ci sono degli stagisti reclutati dalle scuole o dai master?

Abbiamo avuto alcuni stagisti dei master, in particolare del master pugliese, dell’Università di Bari. Sono venuti per alcuni mesi a vivere con noi e hanno potuto verificare in redazione tutte le varie fasi della produzione di un prodotto informativo: giornale radio, telegiornale ecc. Però poi non si può attivare un meccanismo dello stagista che viene da noi, si fa conoscere, si fa apprezzare e poi lo scegliamo. Quello che una volta si chiamava praticantato…Il praticantato ormai si fa presso le scuole e soprattutto la Rai non può fare chiamate “personali”. Tutto passa attraverso il concorso pubblico, trasparente.

E questo concorso pubblico ogni quanto si tiene?

Se n’è tenuto uno qualche anno fa. Sì, nel 2015. Era previsto che venissero a lavorare in Rai in 100, poi c’è stato bisogno di un turnover (…). E in questa fase l’azienda sta decidendo se continuare a “pescare” da questa graduatoria o se bandire un nuovo concorso. Questa volta credo lo vogliano fare su base regionale, cioè i concorrenti-candidati si presentano per poter essere collocati, in caso di successo, nella sede per la quale si sono candidati.

La Rai si avvale di service esterni per la realizzazione dei servizi?

La tendenza è quella di servirsi sempre di più di service esterni. I nostri storici telecineoperatori stanno andando in pensione e quindi il grosso del lavoro viene affidato a service esterni che poi si sono fidelizzati con la Rai e ormai sono collaboratori di “casa”, convenzionati con una contrattualistica specifica e che lavorano per noi per la produzione di immagini ovviamente affiancati dai giornalisti interni della redazione.

E questo perché è avvenuto, cioè perché la Rai spesso delega all’esterno? Per una carenza di organico interno o per una scelta economica?

Credo ci sia stata una scelta di carattere economico. Il modello ha funzionato, tenuto conto che in questa maniera si può programmare meglio la spesa dei costi sulla redazione. Perché un dipendente assunto a tempo indeterminato comporta certa problematiche, un dipendente dall’esterno viceversa è possibile convenzionarlo con un budget definito, non superabile – e anche questa è una delle mie responsabilità: fare in modo che non sia superato il budget – e questo rende tutto più utile per l’azienda.

Sul piano della qualità delle prestazioni dei service esterni devo dire che, pur apprezzando moltissimo le figure storiche che hanno raccontato il nostro Paese da quando la Rai è nata, però i service che la Rai utilizza che sono scelti, selezionati in base a dei criteri e dopo anni di servizi per la Rai hanno acquisito tutti gli standard sufficienti per continuare la collaborazione.

Web, tv, social. Oggi l’informazione passa sempre di più attraverso questi canali. La Rai ha delle redazioni suddivise tra chi si occupa di web e chi si occupa del telegiornale?

Il sito web della TGR (ogni regione ha un suo sito) è nato a febbraio 2018. Ovviamente c’è stata una fase di formazione con dei coach arrivati apposta nelle sedi regionali per formarci, aggiornarci e darci le regole della nuova partita che si stava aprendo. Diciamo così, siamo in una nuova fase che impropriamente posso definire sperimentale perché per il momento 10 sedi su 21 hanno fatto il loro sito e abbiamo anche in questo breve periodo già cambiato l’impostazione grafica e ci stiamo misurando con questo nuovo mezzo di comunicazione.

Aspettiamo adesso di sapere come l’azienda voglia definire nell’ambito del piano editoriale più generale questo ruolo dei siti regionali. Tutta la redazione concorre a produrre contenuti e poi c’è un caposervizio di line esclusivamente dedicato all’aggiornamento del sito che provvede a titolarli e inserirli nel sito.

Quindi il giornalista che manda il proprio contenuto è anche l’autore della condivisione sui social?

Sono i giornalisti stessi che condividono i contenuti. I social (Facebook, Twitter e Instagram) dovrebbero funzionare da “richiamo” per poi rimandare gli utenti sul sito dove c’è la notizia più completa.

Passiamo invece al ruolo delle donne: quante giornaliste sono presenti nella vostra redazione e quali sono le loro mansioni?

Il 30% della redazione è composto da donne. Le donne fanno i caposervizi, fanno le conduttrici, le inviate, le redattrici ordinarie in redazione. Credo che in questa redazione ci siano delle pari opportunità reali. Ma non potrebbe essere diversamente.

Beh, probabilmente la Rai ha un organico diverso. Lei sa, all’esterno avviene molto altro…

Allora negli altri comparti del mondo del lavoro, statistiche ufficiali dicono che addirittura le donne vengono pagate meno degli uomini, e questo ovviamente alla Rai non sarebbe possibile per nessuna ragione al mondo. Devo dire che le donne nel giornalismo e in Rai, in questa redazione hanno un ruolo primario.

Secondo una ricerca dell’Agcom del 2017 esiste un “gender pay gap” cioè una differenza non solo salariale tra uomo e donna ma anche una differenza nell’assegnazione dei servizi. Qui avviene questo?

Mi sento di dire con una determinazione per la quale non temo smentite che noi siamo fuori da questa statistica. Faccio un esempio: il cronista di nera, quello che va nei luoghi dove c’è appena stata una sparatoria, dove ci possono essere possibili aggressioni, beh, la cronista di nera è donna nella sede Rai della Puglia, è Sara Grattoggi, una delle più giovani arrivata da non molto tempo che abbiamo individuato per questo settore delicato e un po’ maschile nell’immaginario collettivo.

Francamente io non riesco a pensare all’affidamento dei servizi facendo una distinzione tra uomo e donna. Devo dire che le donne in televisione, quando conducono, sono anche più gradite dal pubblico. Insomma più ce n’è, meglio è.

In Rai forse ci sono più diritti per quanto riguarda il giornalismo, lei sa che fuori si gode di meno tutele…

Io non posso testimoniare una cosa di questo genere sulla base della mia esperienza di caporedattore a Bari. Devo dire che semmai l’osservazione che si fa in questi casi su opportunità non pari è relativo ai ruoli dirigenti. Si dice spesso che nelle redazioni, ma anche in altri settori, le donne siano brave, apprezzate, in prima linea, però poi quando si tratta di nominare un capo…

Il famoso “tetto di cristallo”.
Questo tetto di cristallo da noi comincia ad essere frantumato. Qualche giorno fa è stata nominata la nostra dirigente che è una donna. Questa considerazione sui ruoli della filiera di comando “alta” comincia a non esserci più. Qui dentro non abbiamo mai pensato che una donna non potesse fare la caposervizio.

Le posso fare una domanda personale: lei ha figli?

Si, una figlia.

Lei pensa che questo sarebbe stato un problema nella sua carriera giornalistica?

Non è stato un problema. Forse per mia moglie che ha dovuto crescere mia figlia mentre io giravo il mondo come inviato a seguito del presidente del Consiglio e spesso stavo fuori per settimane.

Secondo lei questo “aiuto” l’ha avvantaggiata nella sua carriera?

È stato decisivo perché per fare progressi in una carriera complicata come quella del giornalista che non prevede automatismi e bisogna investire in una stagione, quella del massimo delle energie.

Credo che un giornalista non possa lavorare con un orologio in mano pensando che è terminato il proprio turno di lavoro. Per una decina di anni mi sono dedicato anima e corpo, avevo le valigie sempre pronte e a volte mi hanno portato le valigie di ricambio in aeroporto. (…) Tutto questo credo sia stato molto utile per consentirmi di avere tutte le soddisfazioni che ho avuto.

Le minacce nei confronti dei giornalisti sono in aumento. Lo rileva Ossigeno per l’informazione che monitora a livello europeo lo stato della libertà di stampa e classifica le diverse tipologie di minacce rivolte agli operatori dell’informazione. Nel caso della Rai Puglia ci sono stati avvenimenti di questo tipo?

In questi cinque anni, da quando sono a Bari nel ruolo di caporedattore della sede della Puglia, non è mai successo nulla a nessuno dei giornalisti della mia… della redazione di Bari. È successo però ad un’inviata del TG1 che al quartiere Libertà di Bari ha preso due schiaffoni dalla moglie di un boss. Le è successo di subire, più che intimidazioni, veri e propri schiaffoni. Il caso ovviamente ha fatto il giro d’Italia, è stato molto importante. Sarà un caso ma ai giornalisti di questa redazione non è mai accaduto.

Qualche precauzione la prendiamo, nel senso che sappiamo che andare al quartiere Libertà mentre c’è la camera ardente di un malavitoso e tutta la famiglia intorno, insomma entriamo in quella casa con più accortezza, perché conosciamo l’ambiente. Magari, un inviato arrivando da fuori non può tener conto di certe cose che noi conosciamo meglio e possono succedere più facilmente episodi disgustosi come quelli di cui è stata vittima la collega del TG1. Detto questo io non posso testimoniare di minacce, di querele dirette a uno dei redattori di questa redazione di Bari.

Dopo la realizzazione dell’intervista la pm Lidia Giorgio della Procura di Bari ha chiuso le indagini preliminari, contestando a Monica Laera una serie di reati tra cui l’aggravante del reato di associazione mafiosa, art. 461 bis.1. La pm nella formulazione del capo d’imputazione ricostruisce la dinamica dell’aggressione avvenuta per strada. Per la magistrata si tratta di “intimidazione tesa all’affermazione del controllo del territorio in considerazione della sua qualità sia di condannata per partecipazione ad associazione di tipo mafioso denominata clan Strisciuglio, sia di moglie di Caldarola Lorenzo, condannato in due occasioni per associazione di tipo mafioso operante nel quartiere Libertà (luogo del fatto)”.

Spiega la pm che Maria Grazia Mazzola si recò al civico 13 di via Petrelli, luogo in cui abitano Laera, il marito e il figlio Ivan.Per strada, dinanzi alla casa dove si trovava la salma della nonna di Laera, Mazzola chiedeva se suo marito abitasse lì e diceva di “voler capire la storia” in merito ad “Ivan accusato di violenza sessuale” ripetendo la domanda in presenza della Laera che dava uno “schiaffo-pugno” al volto aggiungendo la frase “Ehi, non venire più qui che ti uccido”.

Le minacce furono rivolte alle forze dell’ordine e alla giornalista anche dalla suocera di Laera, Angela Ladisa, accusata per questo dalla pm di oltraggio a pubblico ufficiale, per aver intimato agli agenti di non avvicinarsi alla casa.
Quanto affermato da Attilio Romita viene dunque smentito dalla formulazione del capo d’imputazione a firma della pm Lidia Giorgio.

PARTE I – GIORNALISMO: UNO STUDIO DI SETTORE

“Femminilizzazione” dell’informazione e pregiudizi verso le giornaliste, a sud

Intervista a Rossella Grandolfo, caposervizio Mediaset

Il mondo del giornalismo si è femminilizzato, ma questo non significa che si stia degradando. Rossella Grandolfo, caposervizio Mediaset nella redazione di Modugno, smentisce in maniera categorica un vecchio detto secondo cui quando una professione si femminilizza questo è un sintomo del suo degrado.

Dopo aver trascorso i primi anni della sua carriera nelle sedi centrali di Milano, Grandolfo ha fatto ritorno a Bari, la sua città, dove all’inizio ha sì riscontrato un certo pregiudizio, soprattutto da parte degli operatori. Nel tempo però, questi muri si sono abbattuti e le donne hanno conquistato posti di potere al pari degli uomini.

L’intervista si è svolta all’interno della redazione del Master in Giornalismo di Uniba. Appena arrivata, Rossella Grandolfo si è subito ben disposta nei nostri confronti mettendoci a nostro agio. Ha avuto un atteggiamento dolce e quasi materno, chiedendoci come stesse andando il nostro praticantato da giornalisti. Ha risposto a tutte le nostre domande e ci ha anche concesso ulteriore tempo per una chiacchierata informale. Giornalista di grande esperienza e in forze da quasi 30 anni a Mediaset, è stata anche entusiasta di darci consigli su come approcciarci alla professione.

Essere una donna giornalista non è facile, questo è emerso fin da subito: bisogna sempre fare i conti con chi guarda alle donne come al “sesso debole”, ma per Rossella Grandolfo essere donna in questa professione è un valore aggiunto. La sensibilità, la maternità e la profondità di una donna sono quello che servono in certe situazioni delicate, come quando si viene a contatto con i parenti di una vittima.

Buongiorno e grazie per la disponibilità. Vorrei iniziare chiedendole come è organizzata la redazione Mediaset di Modugno.

Diciamo che il nostro lavoro è abbastanza anomalo dal punto di vista dell’organizzazione e dei tempi nel senso che noi siamo soltanto due e copriamo tutta la Puglia e non solo.

Spesso di fronte a eventi di particolare rilevanza nazionale ci spostiamo nelle regioni limitrofe quindi Calabria, Basilicata, Molise e capita non di rado. Siamo due e abbiamo due turni però quello che detta l’agenda è appunto l’accadimento di eventi che abbiano una particolare rilevanza nazionale, soprattutto di cronaca ma non soltanto evidentemente. Quindi diciamo che gli orari sono più che altro sulla carta, però poi nella realtà ovviamente seguiamo le edizioni dei telegiornali. Questo significa che si inizia la mattina intorno alle 7:30 per poi finire a seconda delle necessità anche con l’ultima edizione del tg5 delle 20. Riusciamo a coprire tutto l’arco della giornata muovendoci molto spesso fisicamente; ci sono periodi particolarmente pieni come questo in cui accadono varie cose. Mi è capitato di seguire ultimamente la Tap piuttosto che la triste vicenda di Simona Carpignano, la ragazza morta nel crollo del palazzo di Marsiglia, quindi sono stata a Taranto. Poi eventi anche a Bari, grosse operazioni di polizia come quella avvenuta in queste ultime ore con la collaborazione di Eurojust. Diciamo che siamo sempre in pista.

Quindi avete tutte le risorse umane per coprire tutti i servizi? O magari avreste bisogno di rinforzi?

Qui hai messo il dito nella piaga. Nel senso che siamo due e copriamo tutto. Nel rispetto comunque l’editore, bisogna dirlo, riesce a garantire più o meno dei turni di riposo e delle ferie. È molto raro che veniamo richiamate. Succede giusto per eventi di particolare gravità ed eccezionali.

Quindi non ci sono collaboratori esterni.

No, no. Per quanto riguarda i giornalisti no. Ci avvaliamo di un’ottima rete di operatori regionali che coprono le altre province a parte Bari. E le regioni limitrofe.

Dunque vi avvalete di un service esterno per quanto riguarda le troupe.

Esatto. Non sempre. Fino a pochi anni fa avevamo degli operatori interni Mediaset, poi sono stati esternalizzati. Quindi diciamo abbiamo una troupe che lavora per una ditta che a sua volta lavora per conto di Mediaset, poi le altre sono service esterni.

Secondo lei perché il mestiere dell’operatore è svolto più da uomini che da donne?

Innanzitutto è un fatto di tempra fisica, perché il lavoro dell’operatore è molto faticoso. Si deve sobbarcare non soltanto lo spostamento, quindi guidare l’auto per tante ore. A questo poi devi unire poi chiaramente il suo vero e proprio lavoro di cineoperatore e a volte anche di montatore. C’è una fatica fisica anche, quella di portare l’attrezzatura e di correre molto spesso. Purtroppo a volte capitano anche degli incidenti, fortunatamente di rado. Di recente è capitato anche un incidente, proprio a un’operatrice donna a Genova. Per il maltempo un’operatrice che portava lo zainetto per la diretta indietreggiando, probabilmente per l’asfalto scivoloso è caduta facendosi male. Richiede una certa fisicità il lavoro di operatore.

Ha mai riscontrato un diverso atteggiamento o approccio degli operatori nei confronti di giornaliste donne rispetto ai giornalisti uomini?

Vorrei dirti di no, però purtroppo sì. Assolutamente sì. Lo riscontriamo tutti i giorni e diciamo che l’ho riscontrato soprattutto a Bari avendo anche lavorato per dieci anni nelle sedi centrali. Sono tornata qui a Bari, che è la mia città, 19 anni fa . E tornando qui a Bari ho notato tantissimo quello che tu mi chiedi, perché c’è una forma di pregiudizio. Può capitare che la donna sia meno brava e abile dell’uomo però bisogna anche dire che poi lavorando insieme e conoscendosi, la gran parte dei pregiudizi poi si riesce a superare. Almeno nel mio caso senz’altro.

Le minacce invece?

Minacce direi non legate al genere femminile. Minacce me ne sono capitate, soprattutto in ambienti di criminalità organizzata. Ricordo ancora alcuni anni fa c’era stato un evento di cronaca molto triste. Una bambina che era stata uccisa per errore durante un conflitto a fuoco a San Severo, quindi chiaramente noi andammo perché era un fatto abbastanza grosso e fui minacciata. Mi si avvicinò qualcuno e mi disse, proprio perché io cercavo di approfondire i motivi di questa guerra tra clan, ti abbiamo inquadrata e sappiamo chi sei non tornare più qui. Questo è stato l’episodio più eclatante ma non l’unico.

Lei crede che gli avvenimenti di questi giorni, Di Maio e Di Battista che si scagliano contro la categoria, possano creare dell’astio nei cittadini nei confronti della professione?

No, no assolutamente. Intanto, potrebbe succedere se si cancellassero dall’Ordine dei giornalisti perché come sappiamo ci sono diversi esponenti del movimento 5 stelle che sono iscritti all’Ordine e lo stesso Di Maio è un pubblicista dal 2007. Io penso e sono convinta di questo, che la buona informazione, quella autorevole e credibile, quella documentata, abbia sempre un riscontro positivo nell’opinione pubblica.

Passiamo ora al ruolo delle donne. A Mediaset le posizioni al vertice sono occupate maggiormente da uomini o ci sono anche donne che hanno raggiunto posizioni di prestigio?

No no. Posso dire anche con un certo orgoglio di appartenenza aziendale che abbiamo parecchi generali donne. Abbiamo intanto una direttrice di telegiornale donna che è Anna Brogiato, direttrice di Studio Aperto. Abbiamo diverse vice-direttrici, decliniamole in italiano senza ricorrere a neologismi come direttora che non esistono. Tante capo- redattrici. Non credo ci sia da questo punto di vista una discriminazione di genere.

Pensa che essere donna in questa professione sia uno svantaggio o può essere un valore aggiunto?

È un valore aggiunto. Io chiaramente parlo per mia esperienza personale. Nel fare la cronaca è importantissimo approcciare i protagonisti e questa è la cosa più difficile. Vincere le resistenze tante volte è difficile: l’ultimo caso è quello della povera Simona che è morta a Marsiglia. Io sono andata lì dai familiari per cercare di raccogliere qualche testimonianza, per sapere anche a che punto fossero le ricerche e non è facile. E il valore aggiunto di una donna è intanto l’umanità nel capire l’opportunità di avvicinarsi e di porre certe domande in un certo modo. Io penso che la sensibilità femminile possa aiutare in questo lavoro.

Posso farle una domanda personale? Ha dei figli?

Sì, ho due figlie.

Pensa che questo l’abbia potuta svantaggiare nel corso della sua carriera?

No. Dire che non è facile è un eufemismo. È molto difficile nel nostro lavoro. Probabilmente un conto è lavorare nella line, quindi coordinare il lavoro degli altri. Un conto invece è dover uscire: per esempio quando c’è un episodio di cronaca devi essere pronto a uscire subito e non sai quanto tempo rimarrai fuori. Quindi devi organizzare tutto, soprattutto quando i figli sono piccoli.

Quindi se fosse stata uomo sarebbe stato più facile?

Secondo me sì. Però di contro c’è, ripeto, una marcia e una sensibilità in più che l’essere madre dà. Io sono convinta di questo.

Nel corso della sua carriera le è mai capitato che a parità di requisiti le sia stato preferito un uomo per una promozione?

Questa è una domanda un po’ spinosa. No, io non credo che la differenza fosse tra un uomo e una donna. Io credo che la differenza passasse da altri criteri. Non diciamo quali.

Agcom nel 2017 ha condotto una ricerca registrando un gender pay gap. Le donne a parità di ruoli percepirebbero uno stipendio più basso rispetto agli uomini. Le risultano queste discriminazioni nella sua redazione?

Chiamiamole discriminazioni, io la chiamerei vergogna. Nella mia redazione non ho contezza di questo, diciamo che è dipeso più dai periodi. Negli ultimi anni le retribuzioni sono basse per tutti rispetto a un periodo più felice come era quello in cui sono entrata io in azienda. Ormai 27 anni fa. Ma non credo ci fosse una differenza tra uomini e donne, almeno a me non è risultata.

Sempre Agcom ha rilevato una differenza nell’assegnazione delle notizie: alle donne soft news e agli uomini hard news.

Purtroppo alzando un po’ lo sguardo, non concentrandomi solo sulla mia azienda, direi proprio di sì. Basta leggere i giornali e guardare i telegiornali. C’è una sempre maggiore quantità di conduttrici per esempio nei telegiornali. Ovviamente senza nulla togliere al ruolo del conduttore che è fondamentale per l’autorevolezza di un tg. C’è un vecchio detto che dice che quando una professione si femminilizza, questa è la spia di un suo degrado. Io non sono assolutamente d’accordo, però effettivamente diciamo che le hard news sono forse un po’ meno appannaggio femminile.

Per quanto riguarda le molestie, l’Insi ha rilevato che su 1000 giornaliste intervistate almeno un terzo ha subito abusi da parte dei propri superiori e la maggior parte non ha denunciato.

Anche questa è una domanda molto spinosa. Sì, sì. Non credo ci sia una grossa differenza tra redazioni maggiori e minori. C’è spesso il collega che riveste un ruolo maggiore del tuo che ci prova. Anche lì mi dico che spesso dipende dalla reazione della donna. Se fossimo tutte un pochino più determinate a respingere questo tipo di seduzione (che spesso può essere accompagnata a un avanzamento di carriera, non siamo ipocriti) forse le cose andrebbero diversamente.

PARTE I – GIORNALISMO: UNO STUDIO DI SETTORE

Redazioni locali: caporedattori uomini, “line donne”; in crescita le querele temerarie

Intervista a Domenico Castellaneta, caporedattore la Repubblica

Nella redazione de la Repubblica Bari lavorano 11 persone “articolo 1” e venti collaboratori contrattualizzati o retribuiti ad articolo. I collaboratori non scrivono esclusivamente per una delle 9 redazioni locali di Repubblica, distribuite sullo Stivale. Secondo Domenico Castellaneta la percentuale di donne che lavorano nel giornale è pari al 70% del totale degli assunti. I caporedattori centrali sono tre donne e due uomini. Tuttavia I caporedattori locali sono tutti uomini. Parlando di minacce, la forma più diffusa oggi è legata alle querele per diffamazione quasi sempre infondate, che costituiscono motivo di pressione per i giornalisti.

La redazione di Repubblica Bari è tranquilla al nostro arrivo. Domenico Castellaneta, il caporedattore, non è ancora in redazione. Aspettiamo fuori dal suo ufficio, nel corridoio. Della frenesia delle redazioni raccontata nei film americani neanche l’ombra. Un po’ siamo delusi. Finalmente arriva il caporedattore. “Voi siete i ragazzi del master? Prego entrate”. Sentiamo il traffico scorrere per strada, su corso Vittorio Emanuele, mentre cerchiamo impacciati di montare il treppiede e ripassare le domande mentalmente. “Non preoccupatevi se non avete esperienza. Con tutta quella che c’è in giro nessuno sa fare più niente”: ci tranquillizza il caporedattore sistemandosi il microfono sul maglioncino. “Prego.” Comincia l’intervista.

Buongiorno e grazie per la disponibilità.

Buongiorno a voi.

Prima domanda: quante persone lavorano in questa redazione?

In questa redazione lavorano 11 persone con articolo uno e poi una ventina di collaboratori che sono quasi tutti contrattualizzati e gli altri vengono retribuiti ad articolo.

Quindi l’interezza delle risorse umane è sufficiente per coprire in maniera adeguata ogni servizio e seguire bene le notizie?

Cerchiamo di farlo nel miglior modo possibile. Anche perché dobbiamo garantire sia il servizio sulla pubblicazione del quotidiano di carta, sia il sito internet che per Repubblica funziona 24 ore su 24.

Come vengono reclutati giornalisti e collaboratori?

Il reclutamento dei giornalisti assunti con “articolo 1” risale al 2000, ed è stato fatto sulla base di una 80 di curriculum che erano pervenuti alla redazione centrale. Poi la redazione ha incaricato il capo redattore dell’epoca, che era Ettore Boffano, e io che ero il suo vice di svolgere una prima scrematura e poi di fare una selezione vera e propria all’ufficio personale di Roma. Nella stragrande maggioranza dei casi sono state auto candidature, si tratta di colleghi che si sono presentati e poi sulla base di una valutazione fatta sull’operato e su quanto scrivono, fanno, producono sono stati reclutati.

Quindi questa è un’operazione che non si è ripetuta dopo il 2000? O si è ripetuta di meno?

Si ripete quasi ogni anno, perché sui collaboratori c’è molto dinamismo. Si è ripetuta nel corso degli anni perché abbiamo avuto un turnover spiccato. La forza di Repubblica è di avere 9 sedi decentrate e tra la sede centrale e le sedi decentrate c’è stato un grande dinamismo. Cioè molta gente se n’è andata, altra gente è arrivata. Gente è stata assunta qua, alcuni sono venuti a Roma per un anno da Milano, da Torino e sono stati un anno. Insomma l’interscambio delle esperienze sicuramente ha favorito sia la dimensione umana sia la qualità del prodotto.

In quest’ottica il numero delle donne che lavora nella redazione a quanto ammonta?

Noi abbiamo una percentuale altissima che sarà del 70% tra articoli uno e collaboratori…il 70% intendo che sono 7 donne su 3 uomini. Le donne sono in maggioranza.

Una percentuale molto alta. Però dai dati forniti dall’Agcom nel 2017, è venuto fuori che esiste una disparità molto ampia tra la retribuzione di una donna e quella di un uomo che risulta più alta.

Non mi risulta. È proprio una cosa che esula da ogni genere di realtà, almeno per quanto riguarda il nostro gruppo non c’è nessun genere di disparità e ripeto essendo le donne Nella nostra redazione in maggioranza godono dello stesso trattamento degli uomini. I livelli contrattuali, garantiti tra l’altro dal contratto nazionale del lavoro, non fanno nessun genere di disparità da questo punto di vista, che sarebbe oltretutto una violazione di legge.

Anche a livello di collaborazioni non facciamo nessuna distinzione ovviamente.. mi sembra chiaro, insomma, casco un po’ dalle nuvole perché non riguarda sicuramente noi.

I dati sono stati forniti da una ricerca del 2017 dell’Agcom. Secondo la stessa oltre a una disparità di retribuzione ricerca esiste anche una disparità di assegnazione delle notizie. È stata evidenziata la tendenza ad assegnare alle donne notizie riguardanti la cultura, lo spettacolo… ambiti come la finanza e l’economia vengono piuttosto assegnati agli uomini.

Innanzitutto, chiariamo che questa eventuale indagine non è stata effettuata sul nostro Gruppo Editoriale, ma è stata effettuata credo a livello globale immagino… questa è una domanda che faccio io a lei. Da noi chi si occupa di cronaca nera è una donna. Chi si occupa di cronaca giudiziaria è una donna. Chi si occupa di cronaca politica è una donna e in sede nazionale chi si occupa di economia è una donna. E vorrei soltanto far notare che la linea di comando di Repubblica, che prevede direttori e vicedirettori, in realtà chi comanda in tutti i giornali è il caporedattore centrale che governa su l’ufficio centrale di una decina di persone… numero 1 e numero 2 di Repubblica sono due donne quindi noi siamo… tutte le redazioni sono governate da due donne.

In questo modo lei ha risposto anche alla domanda successiva. Le avrei appunto chiesto come mai c’è una difficoltà di avanzamento di carriera, sempre delle donne. Questa volta però i dati ce li ha forniti una indagine della Consigliera di parità della Regione Puglia, svolta però del 2013. Quindi per questa realtà, di Repubblica, è una situazione che…

No no. Evidentemente ha fatto indagini su altro. I nostri capi servizio maschi sono uguali ai capi servizio donne. Ripeto non c’è nessun genere di limite né in un senso né nell’altro. è una cosa assolutamente che va da sé… Ripeto la numero uno e la numero 2 del giornale in tutte le redazioni, la mattina, il pomeriggio anche adesso prima di cominciare le nostre riunioni fanno riferimento alle 2 caporedattrici che sono Valentina De Salvo e Stefania Aloia.*

Cambiando leggermente argomento: minacce ai giornalisti. Questa volta le cito una ricerca svolta da Ossigeno per l’informazione, secondo cui il fenomeno negli ultimi anni è in forte aumento. All’interno di questa redazione ci sono stati casi di minacce a giornalisti e collaboratori?

Sì ci sono stati casi di minaccia che sono naturalmente all’attenzione dell’autorità giudiziaria. Quindi non mi è possibile fornire i dettagli. Accanto alle minacce ci sono le minacce esplicite, cioè il proiettile nella busta. Poi ci sono le lettere anonime. Però ci sono anche altro genere di intimidazioni: pressioni esterne che possono venire sotto tanti punti di vista e comunque anche a livello europeo è stato stimato che soprattutto in Italia viene utilizzato una forma prevista dalla legge come quella della denuncia per diffamazione a mezzo stampa. Che è una norma assolutamente legittima se ci si sente diffamato ha il diritto dovere di rivolgersi all’autorità giudiziaria. Però molto spesso le molte e reiterate denunce sono realmente campate in aria e non hanno nessun genere di fondamento vengono utilizzate anche per in questo caso intimidire i giornalisti e comunque poiché l’intimidazione è la percezione di intimidazione posso tranquillamente dire che anche da noi qui a Bari e anche in Puglia esiste questo genere di problema.

Per quanto riguarda invece le eventuali pressioni interne, fatte all’interno della redazione, magari da altri colleghi… si è mai verificato un fenomeno del genere?

Assolutamente no anche perché il contratto fornisce un’arma molto… molto semplice. Cioè nel momento in cui il giornalista non condivide le eventuali variazioni che vengono possibilmente fatte nel suo testo o diciamo nella linea del suo articolo lui ritira la firma… ma non si è mai verificato nulla di tutto ciò il giornalista è totalmente autonomo chi scrive, scrive ciò che ha visto, ciò che ha analizzato e che vuole riportare All’attenzione del lettore perché insomma alla fine ci guida l’interesse collettivo e l’interesse del lettore.

*Struttura nazionale la Repubblica.

CAPOREDATTORI CENTRALI:
Valentina Desalvo (responsabile)
Stefania Aloia (vicaria)
Alessio Balbi, Andrea Iannuzzi, Laura Pertici

CAPOREDAZIONI LOCALI
BARI Domenico Castellaneta
PALERMO Enrico Del Mercato
GENOVA Luigi Pastore
MILANO Piero Colaprico
FIRENZE Sandro Bertuccelli
NAPOLI Giustino Fabrizio
ROMA Stefano Costantini
BOLOGNA Giovanni Egidio

PARTE I – GIORNALISMO: UNO STUDIO DI SETTORE

Epolis Bari: il settimanale free press che fa meglio dei quotidiani

Intervista a Dionisio Ciccarese, direttore EPolis Bari

Epolis, come settimanale di approfondimento, si avvale di giornalisti con esperienza e, pur essendo una free press, corrisponde 50 euro “a pezzo”. Retribuzione dunque molto più di alta di quella erogata da giornali “più importanti e blasonati”. Non esiste una redazione fisica “vecchio tipo”, è piuttosto composta da differenti collaboratori che si coordinano attraverso un software e si propongono di affrontare temi di approfondimento o inchieste riguardanti il territorio barese.

Il direttore Dionisio Ciccarese, ex capocronista della Gazzetta del Mezzogiorno e poi direttore di Antenna Sud, si è reso subito disponibile con noi raccontandoci quella che è stata la sua esperienza da cronista e poi da direttore sia di una emittente televisiva che, appunto, di EPolis Bari.

Preciso nelle sue risposte, il direttore Ciccarese ci ha spiegato come i suoi collaboratori si propongono volontariamente alla produzione del giornale, se ritengono di avere le competenze per il servizio richiesto e hanno tutti la stessa retribuzione.

Dionisio Ciccarese è stato subito disponibile nel concederci l’intervista, ci ha risposto in maniera dettagliata e approfondita raccontandoci anche di aver subito delle minacce quando si occupava di cronaca in Gazzetta. Minacce che hanno coinvolto anche i suoi familiari al punto che, per un certo periodo di tempo, è stato accompagnato da una scorta di polizia.

Tuttavia, ha precisato come in realtà non ne abbia mai parlato in pubblico perché ritenute “minacce sciocche”, non paragonabili a quelle subite da chi svolge la professione nei luoghi di guerra o da chi ha davvero a che fare con i clan della camorra o della mafia siciliana.

Quante sono le copie che vengono stampate del settimanale?

Non c’è un numero fisso. Dipende dai contenuti che abbiamo e dipende anche dal periodo. Comunque mediamente siamo tra le 5500 e le 6500 copie.

Quante sono le persone che lavorano alla realizzazione del settimanale?

I colleghi collaboratori sono 12/13, più ci sono io, c’è un grafico e naturalmente tutta la parte che a valle per la stampa e la distribuzione del giornale.

Fanno parte di una redazione stabile o sono tutti i collaboratori esterni?

Dobbiamo intenderci sul termine stabile: se parliamo di una redazione come ai vecchi tempi, non è più una redazione come ai vecchi tempi. Dico vecchi tempi perché noi avevamo cinque colleghi articolo 1 del contratto nazionale del lavoro giornalistico. Adesso si tratta di tutti i collaboratori che vengono pagati a pezzo con i quali però noi abbiamo, io ho, una frequentazione quotidiana attraverso un software per cui tutti possiamo parlarci in maniera condivisa tutti quanti insieme o anche ogni singolo collega può parlare con me oppure i colleghi possono scambiarsi informazioni tra di loro, per esempio quando scrivono i pezzi a quattro mani. Quindi se parliamo di un concetto di stabilità classico legato al giornalismo non è più così. Non c’è una relazione fisica. Tuttavia noi ogni 15 giorni abbiamo una riunione di tutti i collaboratori e siamo in permanente contatto ogni giorno.

Come è avvenuta la selezione dei collaboratori?

Devo dire la verità io ho un metodo particolare. Nel senso che è un metodo inclusivo: chiunque mi chieda di poter collaborare, collabora con il giornale. Naturalmente che si tratti di colleghi che hanno una certa esperienza e abbiano una certa base di giornalismo. Naturalmente poi, via via, il processo di selezione diventa naturale, nel senso che considerato che il nostro è un giornale di approfondimento e che quindi non si tratta di dare semplicemente una notizia, ma di spiegare alcune cose ai nostri lettori, naturalmente la qualità giornalistica dei colleghi deve essere alta. Chi si rende conto che non è all’altezza di poter fare l’inchiesta giornalistica di approfondimento spesso lascia la squadra.

Quanto viene pagato questo lavoro?

Ogni servizio viene pagato € 50 netti. Il che, permettetemi di dire, è una specie di record dalle nostre parti visto che i pezzi, mi risulta, vengono pagati anche da giornali molto più autorevoli e blasonati del nostro tra i 4 e i € 5 lordi.

Questo potrebbe essere un segnale di crisi del settore o semplicemente un segnale di cambiamento?

È tutte e due le cose, nel senso che indubbiamente la parte del settore dell’informazione legata alla carta stampata vive una crisi folle perché il numero delle copie vendute è precipitato; i quotidiani free press non hanno avuto quel successo che c’è stato in altri Paesi. È un momento di euforia para/pseudo/giornalistica perché l’accessibilità dei nuovi mezzi di comunicazione ha permesso a chiunque di generare la produzione di contenuti. Sulla differenza tra la produzione di contenuti e giornalismo dovremmo aprire una grande conversazione.

Voltiamo pagina e parliamo di una ricerca dell’Agcom del 2017 secondo cui esiste una disparità tra retribuzione maschile e quella femminile e una discriminazione nell’assegnazione delle notizie. Ha senso evidenziare ancora questo problema? Esiste ancora?

L’indagine a cui fai riferimento è un’indagine recente, quindi certamente ha un suo senso.

Se invece mi chiedi qual è la mia esperienza personale, questa non è positiva. È ultra positiva! Nel senso che sin da quando ero un giovane cronista e sono arrivato alla Gazzetta del Mezzogiorno c’erano già delle colleghe che dal punto di vista della discriminazione del compenso non sono mai state discriminate. Questo perché avevano esattamente lo stesso contratto che avevamo noi uomini. In più, titolari di due settori di punta (resoconti dell’attività comunale e cronaca giudiziaria, punti cardine di un giornale local leader) erano due colleghe donne.

Quando sono stato direttore di Antenna Sud ho avuto esattamente 50% di colleghi uomini e 50% di colleghe donne, il caporedattore centrale era una donna di altissimo valore. Tutte le mie colleghe avevano lo stesso contratto che avevano i miei colleghi. Dal punto di vista della responsabilità forse c’era una disparità, questo bisogna ammetterlo: le colleghe occupavano i settori più importanti.

Per quanto riguarda la sicurezza nello svolgere il mestiere di giornalista. Ossigeno per l’informazione ha rilevato un aumento di minacce e di violenze nei confronti dei giornalisti. Per quella che è stata la sua esperienza di direttore ora e di cronista prima, qual è la situazione adesso?

Allora. Se uno fa il giornalista e lo fa in alcuni settori particolari (per esempio se non ti occupi di moda ma di cronaca) gli incerti del mestiere ti espongono ad alcune cose. Anche io ho le mie belle esperienze personali che hanno a che fare con una scorta di polizia per un certo periodo di tempo, ma non voglio enfatizzare troppo questo aspetto. Perché questa roba riguarda l’attività professionale di un giornalista, che tra l’altro impallidisce rispetto ai rischi e ai pericoli che corrono colleghi che operano in territori molto pesanti come gli inviati di guerra. Quindi se uno sceglie di fare il giornalista sa che può andare incontro a rischi di questo genere. Certo non è bello, soprattutto quando le minacce non riguardano solo te, ma anche i tuoi familiari. Quindi questa roba esiste da sempre, oggi di più ma parliamo di minacce sciocche. Perché alcuni nostri uomini politici hanno anche di recente liberato le loro nevrosi contro i giornalisti e questo naturalmente si è diffuso a macchia d’olio in un certo tipo di opinione pubblica che non ama le critiche dei giornalisti.

PARTE I – GIORNALISMO: UNO STUDIO DI SETTORE

Giornalismo e uffici stampa, c’è la legge ma non si applica

Intervista a Laura Sutto, responsabile servizio stampa della Giunta regionale

Nonostante la Regione Puglia abbia fatto da apripista in Italia in tema di riconoscimento del ruolo di addetto stampa all’interno della pubblica amministrazione con la legge regionale 14 del 1987, di fatto i concorsi pubblici per entrare a far parte del servizio stampa della giunta regionale scarseggiano. Ieri come oggi.

E non è servita neppure la legge 150 del 2000, in particolare l’articolo 9, a ribadire che gli uffici stampa debbano avere al loro interno personale iscritto all’albo nazionale dei giornalisti (professionisti o pubblicisti). O meglio, i giornalisti ci sono, soprattutto quelli di “vecchia guardia”, ma i concorsi pubblici mancano. E per i più giovani?

In un mercato del lavoro in cui emergono nuove figure come gli editor, i social media manager, i web master, gli esperti di comunicazione, sembrerebbe che per i giornalisti del futuro ci siano diverse opportunità di lavoro. Ma senza concorsi pubblici e trasparenti il futuro si tinge di grigio.

Laura Sutto, giornalista professionista dal 2001, è la responsabile del servizio stampa della giunta regionale. Ci attende puntuale e disponibile nel suo ufficio, una stanza che condivide con un collega e che affaccia direttamente sul mare.

Iniziamo a sistemare l’occorrente tecnico per l’intervista e le spieghiamo il motivo della nostra visita: ha già inteso il nostro obiettivo. “Dammi del tu per favore” esordisce con voce piana e pacata, poi continuando “meglio spostarci in sala stampa: è più grande e la luce per le riprese è migliore”. Cogliamo al volo la sua disponibilità. La sala in effetti è più grande come anche la sua voglia di entrare in empatia. E allora via le sedie e le poltrone, ci sediamo sul tavolo rettangolare lasciandoci alle spalle il logo ben visibile dell’amministrazione della quale siamo ospiti per qualche ora.

Quante persone si occupano del servizio stampa della giunta regionale?

Del servizio stampa della Giunta regionale quattro persone, compresa me. Del servizio comunicazione della Regione un po’ di più, perché comprende oltre i due addetti stampa dei presidenti (Consiglio e Giunta), anche i colleghi dell’ufficio stampa del Consiglio regionale. Quindi diciamo che saremo in tutto una dozzina di persone.

Sono tutti giornalisti?

Sono tutti giornalisti, pubblicisti o professionisti, in grandissima parte professionisti.

Che tipo di contratti avete?

Un contratto nazionale di lavoro dei giornalisti.

Come siete stati assunti e per quanto tempo?

L’assunzione non è stata fatta in maniera omologa, nel senso che sono avvenuti in tempi diversi. Ci sono quelli la cui assunzione è stata dettata dal giudice, ci sono quelli che sono stati assunti a seguito di concorso, ci sono quelli che sono stati assunti a seguito di delibera di giunta a seguito di una presa d’atto di alcune situazioni. E le assunzioni sono quasi tutte a tempo determinato. Tutti a livello di Giunta. A livello regionale credo che abbiano contratti determinati, però non è una situazione che conosco benissimo.

Invece gli addetti stampa dei presidenti vengono per legge nominati dal presidente al momento dell’insediamento, godono anche loro naturalmente di contratto nazionale di lavoro dei giornalisti e restano in carica fino a che resta in carica il presidente.

Quindi ci sta dicendo che non c’è una situazione omologa per le assunzioni, quindi non ci sono bandi pubblici per ogni figura?

Non abbiamo più avuto bandi pubblici dall’epoca….

Da quale epoca esattamente?

Dunque, diciamo che noi viviamo in base ad una legge regionale che è del 1987, quindi precedente alla 150. Siamo stati forse la prima regione italiana ad avere una legge che si occupasse di ufficio stampa, che riconoscesse la necessità che l’ufficio stampa e chi vi lavorava fosse iscritto all’albo dei giornalisti, ed era la stessa legge che diceva che a queste persone andava riconosciuto il contratto nazionale di lavoro.

Lì c’erano una serie di situazioni che si aprivano: colleghi che facevano parte del precedente ufficio stampa della Giunta che pur essendo giornalisti pubblicisti, non erano però riconosciuti in quanto tali (perché la normativa precedente non lo consentiva). Quindi diciamo che la cosiddetta 14 (il riferimento è alla legge regionale 14/1987ndr) è nata in un clima di grande entusiasmo perché andavamo verso un riconoscimento di questi famigerati, bistrattati, giornalisti degli uffici stampa e pensavamo che in realtà la situazione dovesse andare verso un riconoscimento pieno e totale. Da quel momento la Regione ha vissuto periodi non particolarmente dorati e quindi i giornalisti non erano la prima cosa.

La comunicazione quindi non era la prima preoccupazione.

Forse la comunicazione sì, ma i giornalisti no. Era più facile rivolgersi a persone che facevano questa come terza attività anche perché noi a quel punto eravamo regolamentati da una legge e quindi assumere un giornalista significava adeguarsi. Comunque non ci sono stati più concorsi per i giornalisti. Noi speriamo sempre che siano prossimi, però naturalmente gli ultimi avvenimenti della passata legislatura nazionale ci hanno tolto il futuro roseo che pensavamo di avere. Come voi sapete la riforma dell’amministrazione voluta dall’ex ministra della Pubblica amministrazione, Marianna Madia, ha tracciato si il profilo del giornalista nella pubblica amministrazione, però ha portato tutti su una linea che è assolutamente impensabile. Abbiamo perso quello che avevamo pensato di aver guadagnato.

Lei ha fatto riferimento all’art. 9 della legge 150 del 2000 in cui si parla dell’ufficio stampa e quello di cui lei ha parlato è precedente a questa legge. Ma a settembre nel 2017 è stato sottoscritto un patto d’intesa tra Assostampa e Ordine dei giornalisti della Puglia alla presenza del sindaco di Bari, Antonio Decaro, che praticamente riconosce quello che la legge già prevedeva 2000, ovvero sia che le pubbliche amministrazioni dovessero avere all’interno del loro organico dei giornalisti iscritti all’albo. Quello che lei ci sta dicendo è che questo in realtà non è avvenuto, nello specifico nel servizio stampa della regione Puglia. Quindi ora le chiedo, ci sono stati casi di “riutilizzo” di personale già assunto che poi si è occupato della comunicazione?

No. Prima di tutto l’accordo che è stato sottoscritto con il sindaco Decaro, era sottoscritto da Decaro in quanto presidente ANCI e noi come Regione eravamo fuori da questa cosa perché le Regioni si muovono con legge e noi avevamo una legge propria. Comunque come giornalisti degli uffici stampa, indipendentemente dal ruolo fortunato, privilegiato, che sentivamo di avere, noi tutti indistintamente sentivamo di avere una grande battaglia perché anche nei Comuni più piccoli, anche nelle Asl, tutti, dove c’è un’istituzione che in tutte le sue sfaccettature si rivolge a un cittadino, meglio, più corretto è se lo fa attraverso un giornalista che sa come fare, piuttosto che servirsi di personaggi improvvisati. È vero che in Italia siamo tutti allenatori, siamo tutti giornalisti ecc., sembra il lavoro più facile del mondo ma in realtà non è così. Soprattutto quando si tratta di mettere in connessione un sistema politico, un sistema istituzionale che andrebbe protetto, coccolato, ma anche molto spesso bacchettato, ma comunque spiegato bene. Non è sempre quello che succede. Ecco, secondo noi, avere dei giornalisti preparati a questo scopo potrebbe garantire quel canale comunicativo in grado di fare crescere nelle persone la fiducia verso le istituzioni perché si riesce a spiegare meglio quello che le istituzioni fanno, altrimenti si cade spesso nel qualunquismo, nel disinteresse, nella battuta da fare. In realtà è un compito difficilissimo.

Allora ci rendiamo conto che il problema almeno all’inizio è di natura economica perché il piccolo Comune non ha le risorse per gestire lo stipendio di un giornalista professionista o comunque di un giornalista contrattualizzato come tempo pieno. Allora tante volte abbiamo lanciato l’idea di una specie di associazione di piccoli Comuni, ad esempio più comuni di uno stesso bacino sono in grado magari di gestire uno stipendio. Anche perché diciamocelo francamente, è vero che per un Comune piccolo è un problema lo stipendio di un giornalista, però è vero anche che un giornalista è sprecato per un comune piccolo perché il numero di informazioni da diramare non è continuo nelle 24 ore. Piccoli associazioni di Comuni che hanno gli stessi interessi, che partecipano agli stessi eventi. E renderebbe più fluido il dialogo a quel punto tra la gente e le istituzioni.

Senta, quando lei dice “vorremo”, avete fatto una mobilitazione concreta e reale?

Lo abbiamo fatto presente in ogni sede opportuna.

E la risposta qual è stata? A dirlo non sembra così complesso, di giornalisti ce ne sono tanti…

No, a dirlo non è mai complesso. Eh, molto interesse, molti “vedremo”. Ecco pensavamo che in questo senso l’accordo firmato dal presidente dell’ANCI potesse costituire un passo in avanti. Sono convinta che possa costituire un passo in avanti. Poi è intervenuta questa riforma della pubblica amministrazione che secondo me complica un po’ le cose perché soprattutto per quanto riguarda i nuovi assunti, disegnando il giornalista su un ruolo amministrativo, lo depotenzia come giornalista. Non voglio dire che il funzionario amministrativo conta di meno, ma sono ruoli diversi. Un funzionario risponde al suo funzionario diretto, un giornalista non risponde a nessun funzionario, ma al suo ordine professionale. Un giornalista deve scrivere in verità. Certo, deve presentare al meglio, perché sia più presentabile possibile alle persone quella che è la scelta dell’amministrazione.

Si, deve esprime la scelta dell’amministrazione.

Deve esprimere l’atto, cioè deve far capire qual è la filosofia che ha portato l’amministrazione a quell’atto. Ma non deve dire il falso. Diciamo che in altri campi è più facile abbellire, nascondere delle cose, abbellire con dei particolari che si rivelano fasulli. Molte persone che finiscono nel web e lanciano queste fake news. Se noi vogliamo persone convinte di sé, dobbiamo avere un popolo informato. Ma dobbiamo averlo informato bene.

Lei ha appena fatto riferimento al web. Ci sono agenzie di comunicazioni esterne a cui si “appoggia” o di cui si serva la Regione?

Noi come servizio stampa no. Questo compito è svolto dal servizio comunicazione istituzionale che per eventi particolari, che può essere la partecipazione della Regione a fiera fuori Italia, o per lanciare messaggi precisi di comunicazione, non di informazione, si rivolge ad agenzie attraverso bandi di concorso, o attraverso il centro “media” regionale che riunisce tutti coloro che hanno dato la disponibilità e rendersi attivi da questo punto di vista dimostrando di essere in regola con la normativa.

Quindi vengono selezionati attraverso dei bandi.

Sì, certo.

Mi corregga se sbaglio. È in questo campo che rientra l’agenzia di comunicazione
Proforma?

Può essere, però non riguarda il mio settore quindi non glielo so dire.

Ok, perché il sito di Proforma riporta tra i suoi clienti anche la Regione Puglia e il Comune di Bari.

Indubbiamente però non come ufficio stampa. La comunicazione passa anche attraverso i canali social quindi le chiedo se qui c’è qualche figura dedicata che si occupa della gestione dei canali social della regione.

Non ancora. So che la Regione sta pensando a una sorta di agenzia che possa riunire le varie sfaccettature dell’informazione e della comunicazione moderna però ancora non abbiamo nulla di concreto.

Passiamo ora al ruolo delle donne. In quale percentuale sono presenti le donne nella redazione per la quale lei lavora?

Siamo al 50%.

Quali ruoli occupano?

Essendo così pochi noi abbiamo tre redattori e una caporedattrice.

Secondo una ricerca dell’Agcom in Italia esiste un cosiddetto “gender pay gap”, cioè la differenzia di salario tra uomo e donna. Secondo lei perché avviene questo? Questo avviene nell’ambito in cui lei lavora?

Nel mio ambito è difficile che avvenga questo perché siamo una pubblica amministrazione. Non c’è e devo dire che da quando ho mosso i primi passi, dal 1980 non mi è mai capitato. Mi è capitato di fare la gavetta come i maschi, di non prendere molti stipendi come i colleghi maschi.

Da quando lavora per la Regione?

No perché la Regione è pubblica e non può fare questo.

Noi lo chiediamo perché non si sa mai!

Mi è capitato quando lavoravo per dei giornali, il più importante è stato “Puglia”. Devo dire che poi l’altra esperienza che posso raccontare è quella di essere stata la prima giornalista donna a finire a fare la cronaca di un ente come la Regione sempre come inviata del quotidiano “Puglia” e i colleghi delle altre testate erano tutti uomini. Però devo dire che sono stata piuttosto coccolata, non mi hanno fatto la guerra, sono stati piuttosto gentili.

C’era Lello Parise, Modesi, c’erano tutti i colleghi dell’Ansa…

Quindi poi com’è avvenuto questo passaggio alla Regione, al mondo diciamo dell’ufficio stampa?

Facendo la cronista di “Puglia” mi è capitato (ovviamente capita di conoscere i consiglieri regionali, gli assessori più giovani). Io avevo smesso di lavorare a “Puglia” a un certo punto e avevo assunto un impegno per un anno a Lecce. In quel periodo fu eletto presidente Totò Fitto che io avevo conosciuto come assessore alla programmazione. Un assessorato che all’epoca si diceva fosse una “scatola vuota” e lui diceva una cosa eccezionale: “Le scatole sono vuote perché vanno riempite. Datemelo e vi faccio vedere”. E  in realtà l’assessorato alla programmazione è diventato il perno della Regione Puglia perché voleva dire “scommettiamo su tutto quello che riusciamo a fare”. Era la scommessa del futuro della Regione Puglia. E quindi lo conobbi come giovane assessore. Lui mi telefonò, mi chiese quando avrei finito l’impegno a Lecce e lui disse dopo ti aspetto in Regione, vieni a fare l’addetto stampa. Da allora ho fatto l’addetto stampa.

Sempre come giornalista, cioè con contratto?

Si si. Diciamo che Totò Fitto era una persona lungimirante. Anzi, dico di più: è stato il più grande uomo politico che la Regione Puglia abbia mai avuto, perché proprio per non creare i pasticci di prima (la poca trasparenza ecc.), fu proprio lui che introdusse anche per il proprio addetto stampa il contratto nazionale di lavoro dei giornalisti. Al minimo.

Questo in che anno?

Nell’86.

Ma le leggi già c’erano…

La nostra legge venne fuori proprio grazie alla collaborazione tra due grandi presidenti: quello della Giunta che era appunto Totò Fitto, e quello del Consiglio. Grazie a loro venne fuori la legge 14 che regolamentò l’attività degli uffici stampa regionali. Io fui assunta prima ancora di questa legge con il contratto nazionale di lavoro giornalistico. Mi fu riconosciuta la qualifica di redattore ordinario perché lavoravo a tempo pieno. E a me già sembrava una cosa importante. Inutile dire che quando sono andata via io gli stipendi sono diventati molto più alti.

E come mai c’è questa differenza?

Sono state valutazioni diverse nel corso dei tempi. Però è fondamentale che sia data la giusta impostazione, cioè il riconoscimento del ruolo di giornalista anche per quanto riguarda l’addetto stampa. Voglio dire, io non ho mai fatto rivedere una dichiarazione, un pezzo al presidente Fitto, mai. Poi questa collaborazione è continuata con tutti i presidenti che si sono succeduti e che mi hanno voluto rinnovare questo incarico nel tempo, fino all’arrivo del presidente Vendola. A quel punto io ho dismesso i panni dell’addetto stampa e sono passata a un ruolo più istituzionale e sono passata all’ufficio stampa della Giunta regionale.

E lei si è trovata a lavorare anche con altre persone che cambiavano di volta in volta?

No. La segreteria politica cambiava ma la segreteria regionale e gli uffici del personale no.

L’addetto stampa però cambiava?

L’addetto stampa si spesso, ma non nel mio caso, perché l’addetto stampa è una persona di fiducia. Il problema non è quello di raccontare solo le positività di un presidente, perché il presidente è un uomo sbaglia. Bisogna raccontare la verità in modo semplice e soprattutto in maniera vera. Io non penso a come far apparire l’amministrazione in un certo modo, io penso a cosa arriva al lettore che è una persona che sfoglia il giornale mentre sta al semaforo, che sente qualcosa in televisione… Deve essere un messaggio semplice, chiaro, non ci si deve nascondere dietro i paraventi, mai…

Spesso si dice dell’ufficio stampa che è un po’ il giornalismo di “serie B”, addirittura si parla di giornalismo “marchettaro”!

Però ci sono state anche le testate “marchettare”! Però viene definito così. Ci dicevamo che il miglior giornalismo d’ufficio stampa fosse quello della Fiat. Per le notizie che diramava? No, per le notizie che non diramava. L’abilità di un ufficio stampa è anche quello di non far passare delle notizie, quando per esempio queste non sono ancora compiute. Quando magari dare delle notizie e creare un’attesa inutile o una speranza inutile, a quel punto aspetta che la notizia sia compiuta e la dai nella sua pienezza.

Tornando al ruolo delle donne. C’è un’altra ricerca della consigliera di Parità della Regione Puglia che dice che esiste il cosiddetto “tetto di cristallo”. Il 20% delle donne intervistate per questa ricerca ha affermato di aver incontrato difficoltà nel raggiungere posizioni lavorative più soddisfacenti. Dalla sua esperienza personale può confermare questo dato?

No, non credo. Da questo puto di vista e non solo, sono un po’ strana in effetti. Io sono convinta che le difficoltà che si possono incontrare sul cammino lavorativo di una donna, sono le stesse donne a porsele. Questo si verifica quando una donna, ma anche un uomo, non è ben motivato o quando certe volte si cercano di ottenere cose più facilmente.

Quindi mi sembra di capire che lei non è stata mai protagonista di avances o pressioni per ottenere accrescimenti di carriera. Ne è mai stata testimone?

Da noi non è così facile, mi rendo conto che forse in altri ambiti. Per quanto noi abbiamo il contratto di lavoro giornalistico che è privatistico, questo viene applicato da un ente pubblico. Quindi il peggio di uno e il peggio dell’altro! Quindi, le progressioni di carriera devono essere fatte anche all’interno di un bando con un avviso pubblico. Quindi, è molto difficile ottenere qualcosa. Anche perché poi siamo così pochi che… quale progressione vuoi ottenere? Quindi forse non è l’ambito più facile dove trovare situazioni di questo tipo, poi magari ci sono dove c’è una realtà composta da più persone.

Lei ha faticato per raggiungere questa posizione lavorativa? Crede che se fosse stato uomo avrebbe potuto ambire a qualcos’altro?

No.

Ultima domanda sulle minacce. Ossigeno per l’Informazione, che monitora a livello nazionale lo stato della libertà di stampa e di informazione e classifica le diverse tipologie di minacce, ci dice che il numero di giornaliste donne in Puglia è più alto rispetto alla media nazionale. Ha mai registrato casi di questo tipo in prima persona o come testimone?

Il massimo che è capitato a me è stato che mi hanno intimato di scrivere delle cose che mi sono rifiutata di scrivere. Però più in là non andiamo, non posso prenderla come una minaccia. So che esistono dei casi molto seri di colleghe, alle quali va tutta la solidarietà. Ma questo secondo me non è colpa delle colleghe. Una delle cose sulle quali non si può transigere è che non è colpa delle colleghe. È colpa di un’educazione che permea questa società dove chi fa ancora chi fa più o meno il bullo (quello chi ti minaccia ecc.).

È una società troppo permissiva, troppo dolce per questi personaggi.

Per finire. Quando si è rifiutata di scrivere qualcosa che non voleva, cosa è successo?

Si sono messi a ridere perché davanti a richieste troppo fantasiose io ricordavo che per mestiere facevo il giornalista e non lo scrittore di libri fantasy.

La richiesta più strana?

Ce ne sono tante. Quando ad esempio ci sono state decisioni prese da parte di qualche assessore che decisamente non avevano i piedi per terra o che alimentavano false speranze, ma poi per che cosa?

Beh, forse per avere consenso in più che non fa mai male!

Ma poi quel consenso lo perdi perché la gente se ne accorge. Allora io, che non ho nulla contro gli scrittori, distinguo tra il lavoro che fa il giornalista e quello che fa lo scrittore.

PARTE I – GIORNALISMO: UNO STUDIO DI SETTORE

“Molte parole per nulla”

Intervista a Maddalena Mazzitelli, direttrice Telebari

Telebari nasce nel 1973, ed è il primo canale televisivo privato del Mezzogiorno. Le sue prime trasmissioni si ebbero prima della nascita di Rai 3, di Canale 5 e di molte altre realtà televisive locali e nazionali, grazie a Orfeo Mazzitelli, fondatore di TeleBari.

Telebari è stata gestita per alcuni anni da un gruppo facente capo all’onorevole Pinuccio Tatarella, vicepresidente del consiglio del governo Berlusconi I edizioni del Roma srl e direttore della rete divenne Pasquale Di Lorenzo. Attualmente il presidente dell’emittente è Dante Mazzitelli, figlio del fondatore Orfeo. La Direttrice responsabile è Maddalena Mazzitelli.

Nonostante fossimo partiti con largo anticipo (40’ prima dell’appuntamento datoci), siamo arrivati in leggero ritardo perché ci siamo persi. La redazione di Telebari, infatti, non è facile da individuare se non si sa bene dove guardare! Un po’ come la direttrice Maddalena Mazzitelli. Disponibile al telefono e quando siamo arrivati, nell’accoglierci nella piccola redazione ma poi abbiamo dovuto attendere prima dell’intervista… Il tempo di un caffè.

Durante l’intervista, la sensazione che abbiamo avuto è stata quella di non essere stati capiti, soprattutto per la tipologia di intervista che avevamo chiesto. Crediamo sia abbastanza chiaro anche dal tipo di risposte fornite.

Anche il modo brusco in cui l’intervista è stata interrotta, ci ha lasciato un po’ basiti.

Buongiorno e grazie innanzitutto per la disponibilità.

Buongiorno a voi.

Volevamo iniziare chiedendole quante persone lavorano nella sua redazione.

Allora nella nostra redazione, nella redazione di Telebari, di cui pioniere è stato mio nonno che credeva molto nel lavoro del giornalista ma soprattutto credeva nel lavoro delle donne. Noi abbiamo avuto la prima direttrice, 45 anni fa, che era una donna e oggi abbiamo molte donne in redazione, ne cito alcune: Alessandra Bucci, Cristina Ferrigni, Barbara Cirillo… Abbiamo anche altre colleghe che lavorano collaborando con noi, tipo Isabella Battista. Noi crediamo molto nel lavoro del giornalismo, ed in quello fatto da donne ma abbiamo in redazione anche tanti uomini come Cristian Siciliani, Roberto Maggi, Tiziano Prudente, Italo CinquePalmi.

A proposito del ruolo delle donne all’interno delle redazioni, un’indagine dell’Agcom del 2017 ha evidenziato un’ampia disparità di retribuzione tra uomini e donne nel giornalismo. Volevo una sua opinione in merito.

No, assolutamente no. Noi in questo non facciamo distinzioni: il lavoro di un uomo è uguale a quello di una donna e viceversa.

Lei ha parlato di collaborazioni, i suoi collaboratori come vengono selezionati?

Noi per esempio abbiamo Isabella Battista che lavora a tempo pieno nella scuola. Ha iniziato con noi tanti anni fa, ora è diventata… ha avuto finalmente questo contratto che… quando diventi professore di ruolo è importante … e una volta a settimana viene da noi. Noi selezioniamo molto il personale perché abbiamo… Telebari è sempre stata una scuola di cucina, se così si può definire se me lo lasciate passare, dove si son venuti veramente all’inizio tante persone che poi sono diventati… hanno raggiunto delle vette importantissime. Se pensiamo a Gennaro Nunziante, a Stornaioli, Solfrizzi, Paolo Longo, Enzo Tamborra. Noi abbiamo tantissimi diciamo colleghi che in ogni ambito hanno lasciato e lasciano un segno nella quotidianità.

Un’ultima domanda. Anzi, se mi permette gliene faccio altre due. Le volevo chiedere, sempre secondo l’Agcom tra i giornalisti uomini e donne esiste non soltanto una disparità salariale ma esiste anche una disparità per quanto concerne le notizie che vengono seguite. Una disparità tra quelle definite soft news e le hard news. Secondo lei questo è vero e si verifica nella sua redazione?

Allora, io parlo della mia, della nostra realtà. A Telebari tutti facciamo tutto. All’epoca, quando da noi lavorava Donatella Azzone, che ora lavora in un’altra emittente, Donatella si è imbattuta in uno scarico di sigarette e diciamo che l’hanno minacciata in maniera pesante, affinché se ne andasse. No, assolutamente no. Noi diciamo che, quando con Enzo facciamo l’ordine di servizio, distribuiamo in base anche alla predisposizione del collega. Cioè, c’è un collega che segue il Comune, un collega che segue la regione, un collega che segue le inchieste. Noi cerchiamo di specializzare ma tutti sanno fare tutto. Perché noi siamo una televisione e facciamo 7h di informazione al giorno e tutti, ma anche io, devono fare sempre tutto.

Grazie!

Grazie a voi.

PARTE I – GIORNALISMO: UNO STUDIO DI SETTORE

Precarietà, molestie, paura di denunciare

Intervista ad Andrea Tedeschi, coordinatore responsabile TRM Bari

Le giornaliste hanno paura di denunciare le molestie per la preoccupazione di perdere il posto di lavoro, e chi mette in pratica avances improprie lo sa e lo usa a suo vantaggio. La precarietà dunque è il primo alleato delle molestie. Il giornalista di strada Andrea Tedeschi ha sentito di numerose colleghe che hanno subito questo tipo di ricatto e non ha dubbi sul fatto che le donne in questa professione debbano affrontare questo problema.

Andrea Tedeschi è il coordinatore responsabile della redazione di Bari di TRM (Televisione Radio del Mezzogiorno). Si tratta di una delle maggiori emittenti del Sud Italia, ha sede in Basilicata e copre tutta la regione, la provincia di Bari ed alcune aree di Puglia e Molise. Oltre al canale principale, il network racchiude altri canali TV: TRM 24 e TRM Art, visibili anche in Puglia, e TRM Edu, TRM Story e TRM Show visibili solo in Basilicata. Comprende anche una stazione radio, TRM Radiotour, le cui frequenze coprono Basilicata, Puglia, provincia di Salerno e parte della Calabria. È inoltre possibile sentire la radio sul canale 777 del digitale terrestre in Basilicata, Puglia e provincia di Salerno e in streaming sul sito web.

La sede centrale del network si trova a Matera e ha sedi distaccate a Potenza, Bari e Taranto. La direttrice responsabile è Rossella Tosto.

La redazione di Bari è composta da 5 persone: tre giornalisti e due cameraman. Due sono ragazze di 30 e 31 anni, giornaliste pubbliciste. Proprio per il fatto di non essere professioniste le due ragazze vengono pagate meno dei colleghi che invece lo sono, ma, secondo quanto dice Andrea Tedeschi nell’intervista, i contratti per i pubblicisti a livello salariale non hanno differenze tra uomini e donne. Il fatto di essere professionisti o no è l’unica discriminante a livello di retribuzione. Tedeschi è l’unico giornalista professionista della sede di Bari, tuttavia non ha specificato il suo “grado” esatto all’interno della redazione, definendosi redattore con funzione di coordinamento, ma anche dicendo di non avere un ruolo superiore rispetto agli altri giornalisti, come lo avrebbe avuto se fosse stato caporedattore. Lui esce da solo e si fa anche da operatore, mentre le due giornaliste con i cameraman formano due troupe indipendenti. La redazione si occupa di seguire tutti gli eventi del capoluogo pugliese e realizza almeno due edizioni di telegiornale ogni giorno. Tutti si occupano di tutto a seconda delle evenienze, dunque le notizie non vengono divise per argomento tra uomini e donne. Riescono a fornire la copertura ma, considerando che la redazione è composta da poche persone, con difficoltà.

A Bari non utilizzano collaboratori esterni, tuttavia in Puglia ci sono diversi collaboratori collegati con la sede centrale di Matera. Hanno un collaboratore sulla BAT, uno da Foggia specializzato nell’invio di materiale video, alcuni in Salento e una troupe a Taranto. In caso di necessità il materiale prodotto dai collaboratori arriva alla sede di Bari. I dipendenti della redazione barese hanno tutti un contratto Aeranti-corallo, tre a tempo indeterminato e due a tempo determinato. La rete ha deciso di regolarizzare i contratti con lo scopo di avere i requisiti richiesti per ricevere i contributi pubblici. Per lo stesso motivo hanno in programma di stabilizzare i due contratti a tempo.

L’intervista si è svolta il 22 novembre alle ore 16. Andrea ci ha chiesto di svolgere l’intervista al palazzo Chiaia Napolitano, perché subito dopo avrebbe dovuto seguire la presentazione del libro “La sfida impopulista” dell’ex presidente del consiglio Paolo Gentiloni, nello stesso edificio. Poiché è lo stesso palazzo della nostra redazione abbiamo organizzato un set nel laboratorio di registrazione del nostro TG, mettendo sulla scrivania una nostra telecamera, visto che Andrea è un giornalista professionista ma soprattutto un cameraman.

Andrea si è dimostrato molto disponibile fin da subito. Ha infatti ha risposto in modo positivo alla nostra richiesta di intervista dopo soli pochi minuti dall’invio della mail. È stato puntuale anche nel comunicarci il giorno e l’orario esatto in cui sarebbe stato disponibile. Durante l’intervista ha tenuto un atteggiamento positivo nei nostri confronti e ha risposto tranquillamente alle nostre domande. Ci ha incoraggiato alla professione e fatto gli auguri per il Master.

Com’è organizzata la vostra redazione qua a Bari?

Qua a Bari siamo tre giornalisti e due cameramen. Ci occupiamo un po’ tutti di tutto,

perché chiaramente gli eventi a Bari sono almeno 6/7 da seguire al giorno. Poi quando si tratta di lavorare a agenzie o comunque a eventi che non dipendono strettamente da appuntamenti quotidiani ci dividiamo il lavoro il più possibile e in orari abbastanza flessibili. Però diciamo che io sono per formazione sia cameraman che giornalista quindi faccio un po’ tutto da solo, stile one man show. Le altre due ragazze che sono con me e i due cameraman formano due troupe indipendenti. Riusciamo a realizzare due edizioni di telegiornale al giorno qua da Bari, che si aggiungono poi a quelli di Matera. Chiaramente la nostra televisione è bi-regionale quindi ha delle edizioni che vanno da Matera e delle edizioni che vanno da Bari.

Pensate di avere tutte le risorse umane necessarie per fare al meglio il vostro lavoro e curare tutti i servizi?

Potendone avere di più saremmo molto felici, perché in questo momento noi riusciamo a coprire ma con un discreto sforzo. L’ideale sarebbe riuscire ad arrivare ad organici maggiori, anche se non dico come la Rai o come Telenorba che hanno una struttura un po’ più ampia. Diciamo che almeno una troupe in più sarebbe l’ideale per riuscire a gestire meglio il lavoro.

E non usate dei collaboratori esterni?

Su Bari no. Abbiamo un collaboratore sulla BAT, un collega a Foggia che riesce a gestire soprattutto l’invio di materiale video, che poi montiamo qua, e in Salento abbiamo una struttura che ci manda saltuariamente delle immagini. In più abbiamo una troupe su Taranto, che però sono interni e rispondono direttamente alla redazione di Matera.

Che tipo di contratto hanno i vostri giornalisti?

Sono tutti contrattualizzati secondo contratto aeranti-corallo perché è una politica dell’azienda, che ha deciso di investire il più possibile sulla stabilizzazione dei dipendenti, anche in ottica di contributi statali. Perché le emittenti vengono classificate in base anche a questo parametro, quindi da tempo l’azienda ha deciso di avviare un progetto di questo tipo. Allo stato attuale siamo, su Bari, tra tecnici e giornalisti tre assunti a tempo indeterminato e due assunti a tempo determinato ma in previsione di una stabilizzazione a breve termine.

In totale quante ragazze lavorano nella vostra redazione? Quanti anni hanno?

Abbiamo due ragazze pubbliciste sulla via del professionismo perché dovrebbero fare l’esame l’anno prossimo. Una ha 31 e una ha 30 anni.

Secondo una ricerca dell’Agcom del 2017, in Italia esiste un “gender pay gap”, cioè le donne vengono pagate meno degli uomini a parità di mansione. Secondo lei perché? Nella vostra redazione c’è una disparità salariale tra uomini e donne?

No, allo stato attuale l’unica differenza salariale sta nel fatto che le nostre sono pubbliciste e hanno meno anzianità di servizio rispetto ad altri, però non c’è discriminazione di genere. Il responsabile della redazione di Matera è una donna. Anche se sia io che lei

siamo redattori con funzione di coordinamento e non abbiamo un ruolo superiore stile capo-servizio o capo redattore. Sinceramente c’è una divisione del lavoro molto democratica. A livello di salari il contratto non prevede alcun tipo di discriminazione, quindi le colleghe prendono esattamente quanto i colleghi maschi.

Sempre secondo la ricerca Agcom esiste una differenza tra “soft” e “hard” news, secondo cui notizie riguardanti politica, economia e finanza vengono affidate agli uomini e le altre (cultura, spettacolo e altro) vengono trattate dalle donne. Secondo lei perché? E nella sua redazione?

Ma sinceramente non c’è una divisione così netta. Non fosse perché siamo comunque pochi, noi ci occupiamo un po’ di tutto. Anche se a dire la verità io avrei problemi ad occuparmi di certi settori tipo quelli che vengono ritenute soft news. È più un problema da quel lato lì, avrei più problemi io a occuparmi di gossip che non le mie colleghe a occuparsi di politica. Più un problema al contrario!

Secondo un’altra ricerca della consigliera di Parità sulle giornaliste pugliesi c’è una difficoltà nell’avanzamento di carriera. Solo il 20% delle donne intervistate ha avuto un avanzamento. È il cosiddetto “tetto di cristallo”. Perché accade questo? Nella sua redazione come avviene, se avviene, l’avanzamento di carriera?

Nella mia osservazione di questi anni ti devo dire che la Puglia è probabilmente una delle regioni migliori da questo punto di vista perché difficilmente ho visto una tale concentrazione di direttori donne. Io ho una direttrice: il nostro redattore responsabile è una donna. Ho lavorato ad Antenna Sud è il direttore responsabile era una donna. Credo che ci siano situazioni probabilmente più discriminanti per quanto riguarda quelle realtà dove ci sono collaboratrici e collaboratori, anche se non ne ho certezza. Però su livelli apicali, devo dire la verità, secondo me la Puglia non è messa male. Il capocronaca della Rai è una donna, il capocronaca della Gazzetta è una donna. Credo che da questo punto di vista non ci sia grandissima discriminazione.

Posso farle una domanda personale? Ha dei figli?

Sì, ho un figlio.

Questo l’ha condizionata nel suo lavoro di giornalista? Se fosse stato donna pensa che l’avrebbe condizionata maggiormente?

Mia moglie è una collega, ed è condizionata. Oggettivamente noi ci dividiamo il più possibile per riuscire a stare con lui. C’è una grande possibilità offerta dalla presenza dei nonni, senza i quali non sapremmo come fare. Mia moglie, che è rimasta senza lavoro nel 2012 dopo che è fallito il giornale dove lavorava, ora sta lavorando da casa, però probabilmente sarebbe un problema riuscire ad avere entrambi un lavoro contrattualizzato a tempo pieno da redattore. Se ci fosse la possibilità ci organizzeremo probabilmente, ma non è banale.

Secondo l’International news safety institute circa due terzi delle giornaliste intervistate hanno subito molestie da parte dei propri superiori e la maggior parte di loro non ha denunciato. Perché c’è questa difficoltà secondo lei?

Nel denunciare? Perché c’è paura. È un fatto. Non dico di esserne stato testimone diretto però tante colleghe mi hanno raccontato di aver avuto avances improprie da parte dei propri superiori. Chi ce la fa a denunciare e ha il coraggio di farlo sa di mettere a rischio il proprio posto di lavoro. Non è banale, è un fatto che esiste, non c’è dubbio. Il fatto che oggi si abbia molta più paura di prima di perdere un posto di lavoro senza sapere se è possibile trovarne un altro è una discriminante importante. Non sottovaluterei il fatto che chi sta dall’altra parte e fa certi tipi di avances questa cosa la sappia e la usi a proprio vantaggio

E nella sua redazione non le è mai capitato di sentire di minacce, molestie o peggio violenza?

No, perché diciamo siamo noi, quindi è una cosa abbastanza tranquilla.

PARTE I – GIORNALISMO: UNO STUDIO DI SETTORE

La giustizia faccia il suo lavoro. Ma il giornale non può aspettare

Intervista a Giuseppe De Tomaso, direttore La Gazzetta del Mezzogiorno

Giuseppe De Tomaso rivendica gli oltre 130 anni di storia e la leadership in Puglia e Basilicata della sua testata. “La situazione è delicata” ammette subito, parlando della vicenda del sequestro dei beni dell’editore Ciancio Sanfilippo, senza nascondere la sua preoccupazione per il futuro di centinaia di lavoratori, giornalisti, poligrafici, amministrativi.

Si augura che la giustizia faccia il suo corso, spera che i tempi non siano lunghi, ma il giornale, affidato a due commissari, non ha molto tempo. Le ripercussioni sui lavoratori difficilmente potranno aspettare i tempi della giustizia.

Riprende un argomento a lui caro, quello della pubblicità legale (aste giudiziarie, gare d’appalto) che potrebbe supportare gli introiti della testata e aiutare a mantenere i livelli occupazionali in questo momento di crisi.

Aveva già polemizzato con l’allora Presidente del consiglio Matteo Renzi nel 2014 per la decisione di spostare gli annunci legali sulle testate “online”, poi riportati anche sulla carta stampata da un emendamento della finanziaria dello scorso anno.

“Non è un’elemosina” ribadisce, spiegando che sono misure che fanno parte di leggi e regolamenti che potrebbero consentire al giornale “di poter procedere nel lavoro quotidiano senza dover subire spiacevoli conseguenze oppure senza dover mettere a rischio anche la qualità e la quantità del prodotto”.

Ci attende, puntualissimo, nel suo studio all’ottavo piano. Accenna ad alzarsi per un saluto. Un attimo di imbarazzo alla vista dell’attrezzatura video: non era stato informato dalla sua segreteria della modalità dell’intervista, ma non sarà un problema.

Disponibile e cortese. Voce calda e pacata, quasi timida. Giuseppe De Tomaso dirige la Gazzetta del Mezzogiorno da 10 anni, ci lavora da più di trenta. È casa sua e si vede.

Cravatta a pois, il nodo un po’ storto, non voluto, suggerisce una scelta formale, non di artefatta e cercata eleganza. Accenniamo all’argomento dell’intervista, parla poco: approfondirà più tardi.

Siede impostato, le mani intrecciate poggiate sulla sua scrivania, chiedendo se si vedono le repliche del giornale attaccate alla parete dietro di lui. Parliamo di lavoro, di minacce, di precariato. Gesticola con le mani intrecciate, staccandole raramente per tornare rapidamente a chiuderle come un riccio in posizione di difesa, quasi il dividerle possa lasciare uno spiraglio per subire un ipotetico fendente.

Sembra quasi sulla difensiva, certo il “suo” giornale ha avuto momenti migliori ma, come ci dirà più avanti con la sua erre rotante, spera che questa fase di incertezza termini al più presto e che non metta a rischio il lavoro di tanti colleghi.

Nota: sulla GdM di oggi, 18 dicembre 2018, De Tomaso riprende nel suo editoriale la questione della pubblicità legale insistendo sull’aiuto che potrebbe portare al giornale.

Buongiorno direttore. Nella vostra redazione quanti giornalisti complessivamente lavorano e che tipo di contratto hanno?

Lavorano 51 giornalisti ex articolo 1, sono colleghi che hanno il tempo pieno nel giornale così per sintetizzare, e poi ci sono più di 30 articoli 36 che sono contratti part time però sempre assunzioni a tempo indeterminato e poi ci sono collaboratori fissi e poi c’è una pletora di corrispondenti. La Gazzetta è leader in due regioni, segue gli avvenimenti in tutti i comuni di Puglia e Basilicata, e orientativamente abbiamo un corrispondente ma a volte anche due, dipende dal numero di abitanti, nei paesi più popolati abbiamo due anche tre corrispondenti e quindi mediamente abbiamo un corrispondente a paese quindi se facciamo i conti 248 sono i comuni pugliesi non ricordo esattamente quelli Lucani parliamo comunque di centinaia di corrispondenti

E per quanto riguarda questi collaboratori esterni che tipo di contratti hanno, sono comunque contratti di collaborazione continuativa?

Dipende. Non tutti hanno le stesse configurazioni contrattuali, la formula più frequente è quella del contratto a pezzo e anche per il compenso il compenso non è identico dipende anche dall’anzianità e dal tipo di materia di cui ci si occupa. È ovvio che stiamo parlando di compensi non elevati. Ma se confrontiamo questi compensi con quello che ci capita di sentire anche a riguardo di altre testate probabilmente le nostre mini retribuzioni sono superiori

Esiste quindi per questi collaboratori un margine di incertezza, di precarietà dal punto di vista lavorativo?

Assolutamente sì, purtroppo. Se dipendesse da me, ma non solo da me anche dall’azienda, sarebbe opportuno che alcuni colleghi potessero ricevere dei riconoscimenti anche in prospettiva e in linea con l’impegno che dedicano al giornale e anche nuove assunzioni, di solito in un giornale servono a dare nuovi stimoli, a vivacizzare, a creare anche una sorta di competizione interna, insomma a migliorare il prodotto. Purtroppo, in ogni azienda i costi sono più importanti dei ricavi. I ricavi possono essere anche i ricavi più allettanti, ma se dovessero essere inferiori ai costi questo comporterebbe delle rinunce, dei tagli di tutti i tipi, delle conseguenze poco piacevoli e siccome è fondamentale mantenere l’integrità aziendale e la sopravvivenza aziendale spesso, ma questo non riguarda solo la gazzetta ma l’intero settore, si è costretti a non poter consentire a collaboratori che pure lo meriterebbero di avere una prospettiva di carriera migliore

Direttore tornando ai numeri della redazione, qual è il rapporto tra uomini e donne?

È un rapporto che risente di antiche tradizioni e forse anche di attitudini a considerare la professione del giornalista più congeniale all’uomo piuttosto che alla donna. Negli ultimi tempi, negli ultimi 10 anni, questa tendenza, questa convinzione si sono attenuate. Noi l’anno scorso abbiamo assunto 4 nuovi colleghi e il rapporto è 50 e 50, sono due uomini e due donne e penso che in prospettiva questo rapporto di genere non dico che sarà invertito, però è destinato a subire delle novità importanti e significative, nel senso che sarà sempre più importante la presenza femminile perché le donne hanno anche una determinazione forse anche maggiore e credo che se questa professione, come penso, sia pure con nuove strumentazioni, nuovi strumenti per comunicare, avrà la possibilità… Io credo che sia indiscutibile e ci sarà l’esigenza e la necessità di garantire un processo di intermediazione tra le fonti della notizia, le acquisizioni della notizia e la lettura della notizia quindi non credo a coloro che… Alle previsioni apocalittiche sul futuro di questo mestiere e se sarà così come abbiamo detto penso che il ruolo femminile sarà sempre un ruolo di primo piano, anzi direi proprio da protagoniste assolute.

Parlava delle nuove tecnologie oggi in effetti l’informazione passa sempre di più attraverso la rete. Nel suo giornale ci sono redazioni separate tra la carta stampata e il sito web e la pagina Facebook?

Il sito web e la pagina Facebook sono parte della Gazzetta del Mezzogiorno, nel senso che esiste una integrazione assoluta, una sinergia totale e quindi la parte online è direttamente collegata alla parte offline cioè al cartaceo. Credo che il futuro vedrà sempre più una attenzione particolare a favore della informazione online, mi sembra un fatto evidente anche se la stessa produzione cartacea manterrà un ruolo guida. Tra l’altro noi notiamo che le copie che vengono perse sul versante delle edicole vengono poi acquistate con l’edizione cartacea in digitale il che poi ha degli effetti collaterali spiacevoli nel senso che è molto forte la pirateria. Questo ritengo sia un argomento sottostimato perché purtroppo annulla il lavoro che viene fatto e credo che pensare di poter acquisire gratis, in maniera piratesca, in maniera corsara, un bene che ha comportato dell’impegno, dei costi, del lavoro, questo lavoro è come se non fosse retribuito. Noi oggi ci troviamo ad affrontare delle situazioni paradossali per cui anche nelle statistiche…

Apro una parentesi: ci sono le grandi bugie delle statistiche. Non bisogna mai credere alle statistiche, come insegnano i grandi dell’economia nascondono sempre la parte più interessante, cioè di solito la notizia non la danno.

Allora se dovessimo attenerci solo alle statistiche dovremmo concludere che è in atto un crollo vertiginoso delle vendite e, invece, sta accadendo il contrario nel senso che i lettori aumentano e non vengono registrati perché non vengono rilevati gli acquirenti, perché è molto imponente il fenomeno della pirateria. Cioè ci sono persone che riescono in vario modo per complicità, anche perché ci sono dei siti compiacenti che agevolano queste scorciatoie, che sono in grado di informarsi sull’edizione cartacea online senza pagare nulla e naturalmente questo sfugge a tutti i radar di controllo e a tutti i radar di rilevazione degli acquirenti e dei lettori con tutte le conseguenze paradossali che poi si riverberano anche nelle politiche di assunzione e nei progetti di sviluppo di un quotidiano. Immaginate che cosa significa dover andare da un possibile investitore pubblicitario e dover rappresentare uno stato di vendite che non corrisponde alla realtà perché la realtà è stata violentata dalla pirateria. L’effetto, l’aspetto beffardo, è di farsi leggere di più ma non potendo dimostrare di vendere altrettanto e quindi doversi accontentare di un introito pubblicitario assolutamente inferiore rispetto a quello che i dati del mercato potrebbero portare.

Per quanto riguarda le attività online e il cartaceo, ci sono redazioni separate per i due canali?

C’è una redazione dedicata all’informazione online. Naturalmente l’informazione online rispetto a quella tradizionale rappresenta una scommessa perché l’informazione online è un’informazione che richiede una redazione oraria, non una redazione tematica. Questa è la differenza tra un giornale cartaceo è uno online. Nel cartaceo ci sono i settori, quindi un giornalista si occupa prevalentemente (tranne i vertici dell’ufficio del redattore capo centrale) di specifici settori, economia, politica, cronaca giudiziaria, il giornalista che presta la sua opera. Invece, in una redazione online deve occuparsi di tutto perché la sua è un’impostazione oraria, non tematica. È ovvio che se le redazioni on-line dovessero svilupparsi ulteriormente si porrà anche per questo canale la questione dei temi, dell’assegnazione, dell’attribuzione al singolo giornalista, ma per ora le informazioni prodotte dalle redazioni on-line risentono di questa organizzazione oraria e non tematica che può sembrare una disquisizione da addetti ai lavori, ma è una questione piuttosto importante perché conferma la convinzione che il prodotto online debba basarsi soprattutto sull’annuncio della notizia, mentre il cartaceo debba basarsi soprattutto sull’approfondimento della notizia, ancor di più fino a che rimarrà in vigore questo tipo di organizzazione.

Torniamo al reclutamento dei giornalisti. Qui alla Gazzetta del Mezzogiorno come avviene?

Non c’è una regola fissa. Nel senso che questo è un mestiere che secondo me si ruba più che imparare. Dipende. Ci sono colleghi che si sono imposti perché erano collaboratori del giornale e poi hanno dimostrato le loro capacità e quindi il giornale ha ritenuto opportuno assumerli, questo è accaduto nel tempo. Ci sono anche i colleghi che sono stati scelti perché hanno fatto delle scuole ad hoc e hanno potuto fare dei tirocini nel giornale, sono stati ritenuti validi e quindi sono stati assunti e poi ci sono colleghi che si sono distinti perché erano collaboratori o giornalisti di altri quotidiani o periodici e il giornale ha ritenuto opportuno assumerli, non c’è una regola fissa. Anche perché credo che sia un mestiere un po’ anarchico non può avere delle briglie, intanto non si sa uno il giorno dopo di cosa si deve occupare, perché questa è un po’ la sfida e forse anche la parte più bella, più entusiasmante, più eccitante di questo lavoro, ma anche dal punto di vista dell’organizzazione professionale sono varie le motivazioni, le considerazioni che vengono sviluppate quando un giornale decide di allargarsi e di assumere.

Il praticantato è ancora una delle porte d’ingresso di questa professione?

Ci sono colleghi che possono essere assunti e sono già praticanti o hanno già completato il praticantato perché il praticantato prima corrispondeva a una sorta di prenotazione da parte di un’azienda editoriale che decideva di puntare su un ragazzo promettente e poi dopo i 18 mesi di praticantato scattava in automatico l’assunzione. Ora può capitare che uno diventi praticante in una scuola o in un altro giornale che non abbia la prospettiva di poter assumere l’ex praticante come redattore a tutti gli effetti e quindi è ovvio che la crisi di tutto il settore, crisi che è dipesa dalla crisi economica e poi dall’esplosione internettiana, ha indotto i giornali a ridurre la politica delle assunzioni. Anche perché bisognava ristrutturare molte aziende che di fronte alla necessità di investimenti tecnologici si dovevano trovare nella condizione di poter utilizzare l’intervento tecnologico come risparmio, non come un costo aggiuntivo, quindi sono stati fatti, purtroppo, dei tagli dolorosi perché non si verificasse un elemento un po’ singolare, vale a dire se l’investimento tecnologico poteva comportare dei risparmi, come era nelle intenzioni, non poteva sicuramente permettere che restassero in termini di personale, di organico, le stesse unità del passato, altrimenti diventava una contraddizione. Quindi ci troviamo purtroppo in una fase di transizione ancora non conclusa e speriamo che poi, quando ci sarà la parola fine di questo processo, di questa parentesi di transizione, speriamo di poter riprendere quella fisiologia delle uscite e delle entrate in redazione che hanno costituito la storia del giornalismo italiano e anche pugliese

Secondo una ricerca della Agcom del 2017 In Italia esiste un “gender pay gap”, le retribuzioni delle donne sarebbero inferiori a quelle degli uomini a parità di funzione. Qual è la sua esperienza in merito?

Ci sono le bugie, le grandi bugie e le statistiche. Non voglio certo contestare il dato ma, per quella che è la mia esperienza e anche la storia di questo giornale, il contratto nazionale che noi applichiamo è valido sia per gli uomini sia per le donne. Probabilmente quel tipo di lettura e di valutazione sulla base dei dati risente della tradizione che abbiamo detto essere un po’ maschilista all’interno del mondo editoriale, essendo in passato, credo non lo sia più, un settore quello giornalistico prevalentemente affollato di uomini ed essendo stato un settore in cui coloro che hanno avuto modo di fare più carriera sono stati gli uomini, probabilmente nella gestione complessiva dei dati è emersa questa prevalenza sul piano della retribuzione da parte degli uomini rispetto alle donne. È ovvio che ci sono anche delle condizioni oggettive, perché le donne fanno figli, vanno in maternità e probabilmente nel calcolo si tiene conto anche delle riduzioni di retribuzione che coincidono con quei periodi particolari e questo probabilmente può anche spiegare questo dato. Però noi, per quel che ci riguarda non ci sono difformità retributive tra uomini e donne, assolutamente.

In un’altra ricerca si parla del famoso tetto di cristallo. Lei diceva prima che fino a qualche tempo fa era certamente così. Pensa sia cambiato qualcosa?

Beh penso di sì, sicuramente. Noi lo vediamo. Ci sono donne che hanno ruoli che sono diventati in Italia direttori di testate importanti in televisione e anche sulla carta stampata, nella Gazzetta il capo della cronaca è una donna, ruolo importante, il capo della Cultura è una donna, non credo che ci siano delle situazioni che debbano sollecitare un intervento parificatorio diciamo in maniera molto neutra. In passato sicuramente era così, in passato esisteva una prevalenza assoluta dell’elemento maschile in redazione legato anche al fatto che era preponderante la presenza maschile. In redazione veniva ritenuta, l’attività giornalistica, diciamo più adatta alle attitudini di un uomo che a quelle di una donna, il che non è vero. Anche se nella stessa Gazzetta del Mezzogiorno per dire Wanda Gorjux, moglie di uno dei direttori storici del giornale, Raffaele Gorjux, padre di Giuseppe Gorjux, era una donna importantissima che ha avuto un ruolo molto importante, editorialista, una donna di grande levatura intellettuale che ha segnato la storia del giornale. Luciana Tedeschi è stata a capo della redazione romana negli anni successivi alla seconda guerra mondiale. Complessivamente è ovvio che la presenza maschile ha fatto sì che le cariche di vertice fossero appannaggio del mondo maschile ma credo che sia ormai un problema superato

La stessa ricerca dell’AGCOM sostiene che ci sia ancora una differenza tra gli argomenti affidati alle donne e agli uomini distinguendo tra soft e hard news. Lei ha mai rilevato queste differenze?

La cronaca di Bari è affidata a una donna e la cronaca, non solo di Bari ma vale per qualunque città, richiede un impegno che lei ha definito hard, quindi impegnativo. Non ci sono più quelle differenziazioni che rappresentavano dei luoghi comuni. Io veramente non l’ho mai avvertita, non escludo che ci possa essere ancora da qualche parte, ma credo che sia in termini molto molto risibili molto modesti

Un argomento di grande attualità è quello delle minacce ai giornalisti. Secondo l’international New Safety Institute circa la metà delle giornaliste ha ricevuto molestie principalmente da colleghi e superiori nel posto di lavoro. Lei ha mai avuto la sensazione che ci possa essere stato qualcosa del genere nella sua redazione?

Da questo punto di vista noi non rientriamo nella casistica. Non è mai accaduto nulla che possa, ultimamente, o che abbia in passato tirato in ballo questioni di questa natura davvero inaccettabili e incresciose. Qui c’è il massimo rispetto tra colleghi. Dirigo una redazione da questo punto di vista e non solo da questo punto di vista ineccepibile, c’è armonia e non ho mai avvertito delle situazioni sgradevoli o suscettibili di richiedere interventi per fermare andazzi o tentazioni di prevaricazione. Credo che i giornali nella media sono luoghi di lavoro come tutti gli altri e se in altre realtà qualche episodio di questo tipo si sia verificato credo che rientrerebbe nella media delle altre realtà aziendali o di lavoro in senso lato che ci sono in Italia

Per completare l’argomento minacce nei confronti dei giornalisti in senso più ampio. Secondo Ossigeno per l’informazione, le minacce nei confronti dei giornalisti sono in aumento. Nei suoi oltre 30 anni di lavoro qui alla Gazzetta cosa ci può dire da questo punto di vista?

Sì, c’è una insoddisfazione evidente. Il discorso richiederebbe anche parecchio tempo. La cornice è questa: sempre più avverto a tutti i livelli, sia i livelli più alti, ai livelli di decisioni istituzionali, politiche, sia a livello più basso, avverto questa insofferenza nei confronti della funzione, del ruolo intermediario tra la fonte e la foce dell’informazione giornalistica, si vorrebbe così affidare tutto a una sorta di direttismo assoluto per cui la rete trasforma chiunque in un potenziale giornalista e anche in un certificatore della bontà o meno di un prodotto, un plebiscitarismo che da politico diventa mediatico, il che è molto pericoloso sia per ragioni legate alla tenuta di una democrazia liberale, da noi invece esiste l’idea che una democrazia non debba avere aggettivi, ma se non dovesse avere aggettivi una democrazia può sfociare nella pretesa del più forte, solo perché ha vinto le elezioni, di fare quello che vuole, invece una democrazia liberale è una democrazia fondata sui limiti del potere, non sulla possibilità per il potere di fare quello che vuole solo perché ha vinto le elezioni, ci sono delle limitazioni al potere che prescindono dal risultato elettorale. Questa idea si va trasformando e proprio estendendo anche in altri ambiti e naturalmente porta a una sorta di insoddisfazione generale nei confronti di chi informa. Perché solitamente alcune informazioni non fanno piacere ma portano dispiacere. Tra l’altro, come diceva Benedetto Croce, l’illustre filosofo, un giornale esce ogni giorno per dare dispiacere a qualcuno non per fare piacere a qualcuno.

Questa idea che secondo me rappresenta la fisiologia del nostro mestiere non viene accettata e grazie anche, anzi dovrei dire per colpa degli effetti collaterali che ha prodotto la rivoluzione internettiana, l’odiocrazia, la sindrome del rancore si è così diffusa, si vanno così estendendo, allargando in molte fasce dell’opinione pubblica per cui ciò che viene scritto e non viene considerato assolutamente accettabile da chi si considera in un certo senso leso da quella informazione diventa motivo non solo di una protesta ma proprio di una reazione assolutamente assurda, inaccettabile che spesso sfocia nel minatorio. E tutto questo richiede attenzione e gli interventi, secondo me anche abbastanza urgenti, a tutela di coloro che rischiano immaginare questa involuzione in zone che non sono o che non sarebbero, per fortuna noi operiamo in una regione del Sud dove per fortuna la questione criminale la questione degli attentati non solo attentati dinamitardi ma attentati proprio alla reputazione e alla incolumità personale dei singoli redattori in Puglia è meno grave rispetto ad altre aree del Sud però bisogna fare attenzione perché intanto, come insegnava Sciascia, la linea della palma tende sempre a salire di anno in anno e la questione è diventata poi una questione nazionale. Ma anche per ragioni di tenuta democratica è assolutamente essenziale che sia le forze dell’ordine sia la magistratura sia le stesse associazioni di categoria tengano sempre alta l’attenzione su questi temi li denuncino e, soprattutto, si creino delle condizioni, non dico di protezione, ma almeno di fari accesi su questi fenomeni.

È ovvio che coloro che sono in prima fila e qui vorrei fare veramente un plauso e ringraziare tutti coloro che collaborano nei paesi in cui è più facile essere additati come colui che rompe l’armonia, o presunta tale, di un contesto più o meno opaco. Il giornalista che per primo scrive che il re è nudo è candidato a subire delle ritorsioni. Il giornale, a noi è capitato, faccio l’esempio del corrispondente di Scanzano di qualche giorno fa, di essere fatto bersaglio di un atto intimidatorio molto molto evidente ed allarmante il giornale ha preso posizione e ha dato non solo solidarietà ma abbiamo anche spiegato chi è questo signore che è impegnato in prima fila per una buona informazione per una giusta informazione un’informazione onesta trasparente e abbiamo invitato coloro che hanno la responsabilità dell’ordine pubblico e dell’amministrazione della giustizia a prestare attenzione. Ma ho fatto questo esempio ma qualche tempo fa c’è stato qualcun altro però dobbiamo assolutamente sotto questo aspetto essere inflessibili cioè non avere nessun dubbio, nessuna esitazione nell’opera di denuncia e naturalmente sperando che queste denunce, queste posizioni ferme intanto riescano a fare presa nell’opinione pubblica, ma poi, soprattutto, consentano a coloro che hanno la responsabilità di intervenire e di sanzionare comportamenti immorali e illegali di fare più poter fare più agevolmente il proprio lavoro.

Abbiamo parlato di incertezza lavorativa. Può dirci qualcosa riguardo la delicata situazione che si vive alla Gazzetta in questo momento?

Sì, la situazione è delicata. C’è un’inchiesta della magistratura siciliana, è scattata l’amministrazione giudiziaria dei beni dell’editore Ciancio e c’è un procedimento giudiziario in atto, poi vedremo come va a finire. Nel frattempo il giornale è affidato a due commissari che lo stanno gestendo. Il giornale deve fare affidamento solo sulle proprie risorse quindi non sulle risorse che possono arrivare da capitalizzazioni che prima si curava l’editore e questo sicuramente crea disagio e crea preoccupazione nella redazione, nel settore poligrafico, nel settore amministrativo, insomma in tutte le voci che contribuiscono alla riuscita del giornale. Noi speriamo che questa fase di incertezza termini al più presto. Nel frattempo la redazione è impegnata con il massimo sforzo ad assicurare il prodotto ad assicurare un buon prodotto. L’unica cosa che mi sembra doveroso dire è che la giustizia è giusto che faccia il suo lavoro, il suo corso, ci mancherebbe, però sarebbe auspicabile che alcune decisioni fossero prese in tempi molto molto così… E credo che in certi versi sia avvenendo, perché anche il procedimento che riguarda l’editore ha delle scadenze non lunghe, non prolungate. Nel frattempo è fondamentale che coloro che possano, mi riferisco anche a tutta la parte che riguarda ad esempio la pubblicità legale, la pubblicità istituzionale, che non sono elemosine cioè non sono benefici, ma fanno parte di leggi, di ordinamenti, di regole, di regolamenti, siano assicurate perché in tal modo esiste anche la possibilità, in assoluta fisiologia aziendale, di poter procedere nel lavoro quotidiano senza dover subire spiacevoli conseguenze oppure senza dover mettere a rischio anche la qualità e la quantità del prodotto.

PARTE I – GIORNALISMO: UNO STUDIO DI SETTORE

Facciamoci chiamare direttrici

Intervista ad Annagrazia Angolano, direttrice Antenna Sud

L’intervista ad Annagrazia Angolano, direttrice di Antenna Sud, è stata svolta il 12 novembre. Il responsabile delle comunicazioni di Antenna Sud ci ha accolti gentilmente e ci ha guidati verso la redazione della televisione. Qui abbiamo incontrato Angolano che oltre ad essere stata puntuale, è stata anche molto disponibile durante l’intervista. Questa si è svolta in uno studio televisivo, unico spazio disponibile in quel momento. Al termine delle nostre domande abbiamo avuto modo di visitare gli studi di montaggio, la segreteria di redazione ed un altro studio televisivo nel quale stavano registrando una puntata di Privè, programma di intrattenimento condotto da Manila Gorio. Molti spazi sono stati di recente ristrutturati. Il responsabile delle comunicazioni, ci ha guidati durante l’intera visita aiutandoci a volte nell’utilizzo della strumentazione.

Dopo aver intervistato la direttrice e aver visitato i luoghi sopra riportati, ci è stato concesso di intervistare anche l’editore dell’emittente, Domenico Distante. Mentre eravamo in attesa di entrare nel suo studio, la direttrice Annagrazia Angolano ci ha chiesto se fosse possibile conoscere prima le domande che avremmo dovuto rivolgere all’editore.

Abbiamo ritenuto opportuno non farlo. Domenico Distante si è mostrato disponibile mentre facevamo le nostre domande, molto simili a quelle rivolte in precedenza ad Angolano. Dalle nostre ricerche ci è sembrato che l’emittente avesse più volte cambiato il direttore responsabile negli ultimi anni e così, nella nostra intervista, abbiamo cercato di approfondire le cause. Da Onofrio d’Alesio, a Camassa sino ad Angolano, nel giro di pochissimo tempo si sono susseguite tre persone differenti. L’attuale direttrice ha ricondotto le cause di questo fenomeno a delle scelte che sono state fatte dall’editore per migliorare sempre più il prodotto da offrire agli spettatori. Lo stesso quesito l’abbiamo sollevato quando siamo andati ad intervistare l’editore. Distante ci ha riferito che allo scadere dei contratti precedenti ha ritenuto opportuno affidare il ruolo di direzione ad altre persone. Abbiamo parlato anche delle condizioni salariali dei giornalisti e ci è stato riferito che sono tutti pagati regolarmente, seguono infatti i contratti previsti dalla categoria. Molti collaboratori stanno facendo con l’emittente il praticantato per poter diventare pubblicisti ed anche questo sembrerebbe che venga svolto secondo le retribuzioni previste dall’ordine. Ad Antenna Sud, da quanto ci è stato riferito, non ci sarebbero disparità di genere. Nell’emittente uomini e donne hanno parità numerica.

Ad Antenna Sud e a Canale 85 operano gli stessi giornalisti?

No, sono giornalisti differenti semplicemente perché per coprire territorialmente l’emittenza e per facilitarci il compito abbiamo scelto in passato dei giornalisti che potessero operare su un territorio e altri che potessero operare sull’altro. Anche perché, è bene precisare che Antenna Sud ha il suo fulcro lavorativo nella città di Bari. Bari e poi chiaramente tutta la provincia. Canale 85 ha come territorio di competenza le tre province di Taranto, Lecce e Brindisi. Questa è la ragione per cui i giornalisti sono differenti ma appartenendo allo stesso gruppo editoriale esiste ovviamente fra loro una forma di collaborazione. Se un fatto di portata regionale avviene a Lecce e il redattore è quello della città del barocco, è chiaro che dovendo concretizzare in maniera pratica i tempi, quel servizio viene trasmesso anche dall’altra emittente, quindi Antenna Sud.

Dal 2013, anno di chiusura di Antenna Sud, ad oggi, le condizioni salariali dei giornalisti sono migliorate?

Beh, sicuramente parliamo di storie assolutamente diverse. Io non mi permetto di dilungarmi su quello che è stato il pregresso e il passato. Vi dico soltanto quello che so bene. Ovvero che Antenna Sud è stata prelevata dal nostro editore Domenico Distante, che ha voluto raccogliere cosa era rimasto da Antenna Sud assorbendo peraltro le figure professionali, pochissime, che erano rimaste e cercando di far rifiorire, almeno provandoci, questa che è una realtà storica di questa parte della Puglia.

Quindi attualmente come vengono reclutati i giornalisti di Antenna Sud e che tipo di contratto hanno?

I contratti previsti dalla categoria. Vengono reclutati secondo una selezione che ci consente di capire se hanno le capacità, se hanno l’esperienza o se hanno fosse solo la voglia di imparare a lavorare e di imparare a conoscere questo mestiere. Cercando di capire come si possa andare avanti, nella maniera più professionale possibile. Molti ragazzi, giovani che non avevano mai avuto esperienza giornalistica hanno iniziato con noi questa nuova avventura e hanno conseguito per esempio il tesserino da pubblicista. Questo per noi è un risultato importante, in un momento storico importante del giornalismo laddove in altri contesti ritengo sia difficile anche conseguire un tesserino.

Quindi hanno tutti un contratto giornalistico?

Sicuramente, altrimenti sarebbe difficile avere i requisiti per poter arrivare a certi risultati.

Avete anche collaboratori esterni?

Sì sì, abbiamo anche quelli. Un’emittente, una tv, si deve avvalere anche di alcune figure che sporadicamente si adoperano per collaborazioni quindi per forme collaborative certamente di questo tipo.

Come mai Antenna Sud ha cambiato più volte direttore negli ultimi tempi? Sul sito, ad esempio, è ancora riportato il nome di Camassa.

Ha fatto bene a dirmelo così correggiamo. È successo perché nella ricerca spasmodica di fare presto e di riattivare un canale di questo tipo però vasto, evidentemente tanti passi sono stati compiuti con quella celerità che forse non si deve alla scelta di un direttore. Nel senso che diversamente si dovrebbe marciare con tempi diversi. Però c’era la necessità e la voglia di dare subito una risposta al territorio e di dare soprattutto una risposta al pluralismo dell’informazione. Poi il fatto che siano cambiati dei direttori, beh, evidentemente la dice lunga sulla continua scelta a offrire il meglio ai propri telespettatori. Non che loro non potessero offrire il meglio, ma si sa bene che le scelte editoriali vanno rispettate.

Noi ci stiamo occupando nell’ambito della nostra inchiesta soprattutto del ruolo delle donne all’interno delle redazioni giornalistiche…

Eccomi!

Vorrei sapere quante donne lavorano come giornaliste all’interno di Antenna Sud?

E sono al 50% donne e uomini. Adesso non mi far dire il numero preciso ma siamo esattamente una percentuale paritaria. Non perché necessariamente volessimo la quota rosa o la quota azzurra da rispettare, perché magari la presenza femminile attira sempre il telespettatore. Né l’uno e né l’altro. Le figure che alimentano tutto il palinsesto con il loro contributo sono figure cercate, selezionate per dare un proprio contributo alla qualità della programmazione, siano esse donne, siano essi uomini.

Una ricerca fatta dalla consigliera di parità sulle giornaliste pugliesi evidenzia come le donne abbiano un avanzamento di carriera all’interno delle redazioni giornalistiche più lento rispetto a quello degli uomini. Solo il 20% delle donne intervistate ha avuto un avanzamento di carriera. Stiamo parlando del cosiddetto “tetto di cristallo”. Per lei è stato difficile raggiungere questa posizione lavorativa essendo una donna?

Allora il tetto di cristallo nel mio caso può essere bello che rotto perché sono l’esempio vivente, la concreta dimostrazione che tutta questa difficoltà non esiste. In televisione, per lo meno per l’esperienza che mi ha vista protagonista ma anche per quelle esperienze che mi hanno vista terza rispetto alle parti mi viene oggi da dire che si può raggiungere un obiettivo se si lavora tenacemente e con la caparbietà. Forse talvolta in alcuni contesti, chiaramente generalizzo, non faccio riferimento al nostro in particolare, con la caparbietà di dimostrare che nonostante degli impegni in più, (ipocrisia da parte se si è donna magari si ha una famiglia, si hanno dei figli), nonostante gli impegni si può dimostrare di tenere tanto al proprio lavoro, di sapersi impegnare quotidianamente e di avere voglia di apportare qualcosa in più rispetto agli altri. Perché no? Credo che faccia parte dell’essere in sé, non dell’essere donna o dell’essere uomo. A mio avviso nonostante altri settori, dati alla mano, parlino diversamente, la televisione è ancora uno di quegli spazi, di quelle isole felici, in grado di poter offrire il ruolo giusto anche alle donne.

Quindi secondo lei l’avere figli non può influenzare negativamente nella vita professionale di una giornalista?

No. Può semplicemente indurre la stessa ad organizzare i propri tempi e i propri spazi diversamente. Sempre che quella giornalista abbia la tenacia di voler andare avanti, abbia la tenacia di tener al suo lavoro, abbia la tenacia di chiedere aiuto. Chiaro che in alcuni casi ci sono degli oggettivi e obiettivi impedimenti e allora probabilmente ci troviamo di fronte a delle donne che non sono fortunate da questo punto di vista, pur mettendocela tutta. Io mi sono impegnata e forse sono stata anche molto fortunata, mettiamo le due componenti insieme. Non siamo delle super eroine. Io non escluderei la carriera della donna in televisione perché a mio avviso non ci sono precludenti in tal senso.

La sua esperienza qui ad Antenna Sud ha visto in passato minacce, abusi o peggio ancora, violenze nei confronti di giornaliste?

Ma no, assolutamente no. No no no ne nel mio passato personale ne in quello di colleghe. Io vengo da un’altra realtà, precedentemente ad Antenna Sud e a Canale 85, ho lavorato altrove e devo dire che nel corso della mia carriera non mi è capitato di ascoltare storie di questo tipo. O meglio le ho ascoltate ma erano molto lontane da me.

Perché questo magari è lontano da lei però vicino ad altre colleghe giornaliste che purtroppo, lo dicono i dati…

Lo dicono i dati, lo dicono i numeri e rincresce sapere che alcune donne si siano trovare in situazioni di questo tipo ma che soprattutto alcune di loro forse neanche hanno avuto la forza giusta e la reazione al momento opportuno. O altre che pur avendola avuta non sono state supportate opportunamente. Chiaramente poi bisogna valutare caso per caso. Io mi auguro che ci siano sempre meno donne che non si facciano chiamare direttore ma direttrici. Ci siano sempre più donne che inizino ad amare il suono cacofonico di un termine che fino a quel momento non sia stato mai usato ma che per la sua valenza possa

prestarsi all’immagine di donna che nei fatti sa farsi valere e allora anche forse la terminologia andrebbe di conseguenza rivisitata. Se sono le donne a non volerlo in alcuni casi, ma potrei citarne qualcuno in particolare, vuol dire che noi donne per prime dobbiamo fare ancora molta strada. Non è un complimento sentirsi dire “hai gli attributi come un uomo”, io voglio ricevere un complimento come donna, se mi dici che sono come un uomo non è un complimento. Hai detto altro, che non corrisponde al vero.

Le minacce nei confronti dei cronisti, sono in aumento. Lo rileva Ossigeno per l’informazione. Molti giornalisti sono costantemente minacciati. Ci sono casi nella vostra redazione?

Sì sì. Un caso anche piuttosto recente, una mia cronista aveva semplicemente realizzato un servizio su una vicenda che metteva insieme cronaca e politica nella città di Lecce. Lei ha ricevuto un messaggio da parte di una persona indagata, un’altra donna tra l’altro e di conseguenza me l’ha riferito. Ha regolarmente provveduto a quello che è l’iter successivo e da a me è nato nel giro di 24 ore, non di più, un editoriale. L’editoriale aveva come obiettivo la difesa dei diritti dei giornalisti di fare cronaca e che in un certo qual modo la metteva a riparo da quell’insulto. Perché lei deontologicamente ha fatto tutto quello che era nei nostri criteri lavorativi e nel modus agendi di una professionista.

Che tipo di insulto?

La minaccia era quella di non occuparsi del caso e di ricordarsi che ha due figlie. Preferirei che di questo però ne parlasse con lei. Vi dico che se c’è stato un editoriale è perché nessuno voleva che la storia passasse inosservata.

PARTE I – GIORNALISMO: UNO STUDIO DI SETTORE

Tutti sotto contratto

Intervista a Domenico Distante, editore Antenna Sud

Ci scusi se ne approfittiamo. Da quando è subentrato lei come editore come è cambiata la linea editoriale di Antenna Sud?

Devo essere sincero, io non conoscevo la linea editoriale precedente. Su questa domanda non posso rispondere, perché non sono ben a conoscenza di quello che facevano prima ad Antenna Sud perché io Antenna Sud l’ho rilevata un anno e mezzo fa. Non sapevo la linea editoriale della vecchia proprietà quale fosse. Noi abbiamo continuato la nostra linea editoriale in base a quello che facevamo già sull’altra nostra emittente che è Canale 85. Noi diamo sempre spazio a tutti, senza nessuna preclusione.

Come mai Antenna Sud ha più volte cambiato direttore?

Se lei parla da quando l’ho presa io, io non so la storia di Antenna Sud.

No no, da quando l’ha presa lei come emittente…

Noi abbiamo cambiato solamente una persona che è Patrizia Camassa.

Noi sappiamo che c’è stato Onofrio, Camassa…

Ma Onofrio continuava, c’era già.

Come mai questo cambio?

Noi abbiamo fatto dei contratti a tempo determinato. Poi sono finiti i contratti a tempo determinato e poi abbiamo preso altre direttrici. Che poi in questo caso è stata una continuazione di quello che facevamo su Canale 85. Perché l’attuale direttrice di Canale 85 è anche l’attuale direttrice di Antenna Sud. Quindi diciamo avvenuta la naturale scadenza del contratto a tempo determinato (si riferisce a quello fatto in precedenza alla Camassa) e non è stato poi rinnovato per tanti motivi. Insomma si è scelto insieme di non fare andare avanti quel contratto che scadeva, se non ricordo male, a maggio 2018.

Come vengono reclutati i vostri giornalisti, hanno tutti un contratto giornalistico?

Quelli che vanno in onda hanno tutti un contratto. Poi c’è anche un contratto part time o a partita Iva di certi che hanno magari già altri contratti con altre emittenti. Abbiamo un caso di un giornalista che ha un contratto con una tv nazionale.

Come vengono reclutati, sulla base di cosa?

Curriculum, che poi la direttrice ogni volta che dobbiamo assumere magari determinate persone, giustamente a sua discrezione, vede un attimo la persona, si interfaccia con la persona stessa e si decide chi prendere. Magari in base a ciò che è stato fatto prima dal candidato. Qui dentro abbiamo anche per esempio dato spazio alle persone alle prime armi, che si sono affacciate per la prima volta a questo lavoro. A Canale 85, siamo contenti, persone che non erano giornalisti prima, oggi sono giornalisti a tutti gli effetti e sono assunti come giornalisti.

Quindi pagati regolarmente… con il numero esatto di servizi che ti permettere di iscriverti all’Albo?

Noi non paghiamo a pezzo, abbiamo contratto per “x” ore a settimana. Noi abbiamo i contratti con i giornalisti che sono “Aeranti Corallo”. Non paghiamo a pezzo. Sull’Adriatico paghiamo, magari nostri giornalisti, “a pezzo” (articolo giornalistico, ndr).

Noi all’interno della nostra indagine stiamo facendo in focus sulla condizione delle giornaliste. È capitato che una giornalista di Antenna Sud sia stata vittima di minaccia o peggio ancora di violenza?

Violenza no. Abbiamo avuto un caso circa quattro o cinque mesi fa, di una nostra giornalista che ha avuto un episodio di minacce a Lecce e penso sia capitato solo in quell’occasione. Poi il caso di un nostro operatore a Taranto mal menato e la sua telecamera è stata buttata a mare. L’operatore mentre si accingeva a fare il suo lavoro, a fare una ripresa di un incidente è venuto…

Si è capito il senso di questo gesto estremo, come mai sia potuto accadere?

Questo qui perché non voleva che l’operatore riprendesse la scena, era una persona ai domiciliari.

E i cronisti minacciati, sono stati in qualche modo aiutati dalla redazione?

Noi abbiamo avuto un solo caso e deve essere prima il giornalista che porta il caso all’autorità giudiziaria e noi subito dopo, veniamo subito dopo…Non possiamo prendere iniziativa nostra di una persona che viene minacciata…Deve essere lei o lui a iniziare il rapporto con l’autorità giudiziaria per poter noi, subito dopo, prendere contatti con l’autorità giudiziaria per dare tutto il supporto necessario al nostro collaboratore, giornalista o operatore che sia.

PARTE I – GIORNALISMO: UNO STUDIO DI SETTORE

Eravamo il 2%

Intervista a Carmela Formicola, capo cronista Gazzetta del Mezzogiorno

Nella nostra breve chiacchierata Carmela Formicola, capo cronista della Gazzetta del Mezzogiorno, ci racconta di avere subito minacce e intimidazioni di vario genere nella sua ormai lunga carriera di cronista. Non entra nei dettagli, parla di un episodio nel quale la polizia intercettò intimidazioni ricevute da un noto boss di Bari e aggiunge di non aver mai creato clamore su episodi di questo genere.

“I giornalisti che si occupano di determinati argomenti, di determinate situazioni, che si dedicano all’approfondimento, all’inchiesta lo hanno nel conto che prima o poi qualcuno ti possa minacciare, possa tentare di intimidirti” aggiunge con naturalezza, orgogliosa di non aver “nemmeno dato molta soddisfazione a chi ha tentato di minacciarmi”.

Ha iniziato per strada, con la cronaca nera, la giudiziaria, lavorando anche di notte e nei giorni festivi e, forse anche per questo, non ha mai sentito o subìto la differenza con i colleghi maschi nonostante alla Gazzetta ci fossero solo due donne che lavoravano insieme a cento uomini.

Secondo una ricerca della AGCOM del 2017 in Italia ci sarebbe un “gender pay gap” retribuzioni diverse tra uomini e donne a parità di funzione. Qual è la sua esperienza in merito?

Nella mia esperienza, no. Diciamo che io sono stata un giornalista, una giornalista che ha lavorato sempre a parità con gli uomini non ho mai avvertito la differenza di genere tra me e i miei colleghi e anche sul salario, avendo accettato di fare anche notturni, straordinari, giorni festivi, è chiaro che la mia retribuzione non è stata mai inferiore a quella degli uomini proprio per questa ragione.

La stessa ricerca parla anche di una differenza tra soft e hard news rilevando una tendenza ad affidare alle donne argomenti come la cultura, gli spettacoli e agli uomini magari economia, finanza, politica. Lei è una capocronista ma al di là della sua esperienza personale cosa può dire in genere su questo argomento?

Io ho iniziato molto prima di diventare capocronista, ho iniziato a fare la cronista e ho iniziato per strada passando anche per la cronaca nera e la cronaca giudiziaria quindi ho avuto la fortuna di lavorare, credo, in un giornale dove indipendentemente dal genere se c’era la voglia la disponibilità e anche la capacità di gestire il triplice omicidio per strada piuttosto che la maxi retata da seguire alle cinque del mattino non c’era il discrimine che io fossi donna e nessuno dei miei capi, dei miei direttori ha mai pensato che questa cosa la potesse fare un uomo piuttosto che una donna. Credo che in alcuni ambiti professionali e culturali, italiani e non, ci sia ancora questa differenza, questa idea che la donna possa occuparsi di cose più lievi, più leggere, di cronaca rosa a differenza degli uomini ma la verità non è affatto questa. Io non solo ho un’esperienza diversa, ma moltissime delle mie colleghe in passato che si sono occupate di nera e giudiziaria credo che abbiano avuto la mia stessa esperienza, quella di una totale parità di occasioni e di situazioni.

Forse un tempo questo mestiere è stato più misogino e un tempo molte donne, per una questione anche culturale, non si avvicinavano al giornalismo se non in termini di part- time o di notizie e di settori più leggeri da seguire. C’era questo divertente aneddoto che raccontava un vecchio caporedattore, i suoi esami da professionista, lo scritto che aveva fatto a Roma c’era in effetti una collega, ma parliamo di moltissimi anni fa e lui incuriosito aveva chiesto “E tu dove lavori?” e lei aveva detto “A Mani di Fata” e lui “Ah ecco a Mani di fata” nel senso che era normale che questa collega più che di Mani di Fata non si potesse occupare. Ma parliamo non solo del secolo scorso ma di un evo che è completamente tramontato. Ma da tempo Il giornalismo è maschile e femminile in egual misura.

Secondo Ossigeno per l’informazione le minacce contro i giornalisti sono in aumento, su questo argomento qual è la sua esperienza?

Ma i giornalisti che si occupano di determinati argomenti, di determinate situazioni, che si dedicano all’approfondimento, all’inchiesta lo hanno nel conto che prima o poi qualcuno ti possa minacciare, possa tentare di intimidirti. Io ho avuto un paio di situazioni abbastanza antipatiche gestite non nei clamori della divulgazione, ma gestite con intelligenza, infatti non solo sono ancora qui ma non ho nemmeno dato molta soddisfazione a chi ha tentato di minacciarmi. Oggi la minaccia, secondo me, si è fatta ancora più inquietante per effetto della facilità con cui i social possono riverberare il dissenso rispetto a un nostro articolo, allora non esiste più la minaccia fisica che ti arriva dal boss come è accaduto anche a me ma c’è una minaccia che quotidianamente qualcuno, non necessariamente con un’identità reale, precisa, può rivolgerti perché magari non è d’accordo con le cose che stai scrivendo. A me è capitato sia di avere minacce intercettate dalle forze di polizia da parte di un grandissimo boss di Bari, ma è capitato anche di ricevere un messaggio tramite una delle piattaforme social perché avevo scritto di matrimoni un po’ appariscenti del quartiere Madonnella ma in realtà io non ho mai capito chi fosse a minacciarmi. Ma questo certamente non mi ha intimidito, ma credo che nessun giornalista che fa questo mestiere con un minimo di senso della propria dignità professionale si faccia realmente intimidire.

Diceva che fino a un po’ di tempo fa il giornalismo era un po’ misogino oggi numericamente all’interno di una grossa redazione come quella della Gazzetta del mezzogiorno qual è il rapporto numerico tra uomo tra uomini e donne?

Io ricordo quando sono entrata in redazione alla Gazzetta del mezzogiorno c’erano 100 giornalisti uomini e eravamo solo due donne. Adesso le cose sono molto cambiate. Se penso alle ultime assunzioni che abbiamo fatto nel 2018 abbiamo due colleghi uomini e due colleghe donne, quindi siamo perfettamente in parità. Ma se penso anche a molte redazioni di cronaca della Gazzetta, redazioni esterne, ci sono talvolta molte più donne che uomini e non è solo la presenza numerica, che per fortuna è aumentata, ma sono anche ruoli di responsabilità, in redazione ci sono anche colleghe che comandano settori e questo accade da almeno una decina, una ventina d’anni. Quindi no, io penso che sia completamente cambiato il senso del genere nel mondo dell’informazione.

Si è parlato tanto di tetto di cristallo di questa difficoltà per le donne di ottenere avanzamenti di carriera. Oggi effettivamente è ancora così?

No. Io mi baso sulla mia esperienza e su quello che ho visto. Ripeto io ho avuto la fortuna di lavorare in un giornale abbastanza meritocratico, abbiamo avuto alcuni direttori che indipendentemente da uomini o donne hanno saputo premiare l’impegno, il talento, il coraggio, il saper scrivere, perché poi in fondo in un giornale la scrittura è ancora uno dei valori, che fossero uomini o donne non c’è stato mai non sbarramento di carriera reale. No questo non l’ho visto nel mio giornale e non lo vedo nei giornali, nelle testate anche televisive, anche in quelle online che stanno prendendo piede io vedo molte donne molte donne ai posti di comando. No, fra l’altro tra colleghi ho sperimentato questa capacità solidale che non è di genere ma è una vera colleganza non con tutti ovviamente si hanno ottimi rapporti, ma questo accade in tutti i posti di lavoro, però sicuramente fra uomini e donne che lavorano in una squadra come può essere una redazione di cronaca so che è possibile sviluppare dei grandi rapporti di intesa di aiuto e anche di amicizia.

PARTE I – GIORNALISMO: UNO STUDIO DI SETTORE

Poche donne, ma particolarmente “toste”

Intervista a Michele Pennetti, caposervizio Corriere del Mezzogiorno

“Nella redazione del Corriere del Mezzogiorno di Bari lavorano solo due donne, tra cui una si occupa di cronaca nera. Gender pay gap? Da noi non esiste, sarebbe miserevole una differenza del genere. Chi lavora bene viene premiato, che sia uomo o donna.”

L’intervista con il capo-servizio del Corriere del Mezzogiorno della sede di Bari, Michele Pennetti, per quanto sia stata difficile da realizzare, a causa del trasloco della redazione che stava avvenendo proprio in quei giorni, non ha rilevato grosse problematiche. Nella sede tutto procede regolarmente, oltre ai 25 dipendenti con contratto regolare, ci sono molti collaboratori esterni che vengono pagati a pezzo, il cui rendimento varia in base all’importanza, alla dimensione e alla collocazione dell’articolo (da 25 a 70 euro). Tra scatoloni ancora da smistare nelle stanze e le poche scrivanie vuote alle 11 del mattino nella redazione, l’impressione emersa è che ci sia mancanza di personale. Ma Pennetti ci ha tenuto a precisare che dipende dal trasferimento della sede avvenuto appena una settimana prima.

Breve e conciso durante l’intervista, è stato altrettanto “rapido” ad accompagnarci verso la porta d’uscita.

Buongiorno, innanzitutto la ringraziamo per la disponibilità che ci ha dato per realizzare quest’intervista. Inizio col chiederle quanti giornalisti lavorano nella sede del Corriere del Mezzogiorno di Bari e se il numero delle risorse umane è sufficiente per le esigenze della testata.

Noi siamo 8 redattori. È un giornale particolare, nel senso che il Corriere del Mezzogiorno ha due edizioni: una a Napoli e una a Bari. La redazione di Bari della quale sono responsabile conta 8 redattori e poi una platea abbastanza vasta di collaboratori ed editorialisti. In tutto siamo un gruppo di lavoro che si aggira intorno alle 25 persone.

Come avviene il reclutamento dei giornalisti e in base a quale criterio vengono selezionati?

Il nostro reclutamento è storico, perché siamo una redazione che è stata costituita tanti anni fa e quindi la selezione è stata fatta a monte nel momento in cui è stata fondata la redazione del Corriere del Mezzogiorno. Poi per quanto concerne soprattutto il parco collaboratori noi valutiamo i curriculum dei nostri aspiranti giornalisti, valutiamo le loro caratteristiche, le esperienze, la loro storia professionale e in base a quello poi cerchiamo di pescare quello che per noi è il giornalista migliore o più adatto alle nostre esigenze.

Benissimo e che tipo di contratto hanno?

La redazione ha un regolare contratto di assunzione con delle differenze di qualifiche: tra chi ha delle responsabilità, i vice capo-servizi, i redattori ordinari. I collaboratori invece hanno dei contratti di collaborazione con uno “stipendio” fisso, oppure vengono pagati a pezzo, a seconda di quanto producono vengono retribuiti.

Collaboratori esterni, quindi freelance?

Esatto.

Quanto vengono pagati a pezzo?

Beh, dipende. I nostri editorialisti ad esempio prendono chi 70 chi 50 euro a pezzo. I nostri collaboratori hanno a seconda anche delle dimensioni o dell’importanza del pezzo, possono prendere chi 40 euro chi 25. Dipende molto dalle dimensioni e da dove vengono collocati i pezzi (se sono di apertura se sono di taglio centrale alto o basso). Pezzi ampi e molto importanti hanno una retribuzione migliore rispetto a un pezzo di routine.

Benissimo, quante donne lavorano nella redazione e qual è la loro età media?

Noi abbiamo 2 giornaliste che lavorano con noi: Angela Balenzano e un’altra collega che è una redattrice ma lavora esternamente rispetto alla redazione perché lavora da Brindisi, si chiama Francesca Mandese. Queste due sono le nostre redattrici. Poi abbiamo tante collaboratrici che hanno anche (da Serena Russo che è giovanissima a Lucia del Vecchio che magari è più esperta) ma abbiamo tante collaboratrici donne.

Secondo una ricerca dell’Agcom del 2017, in Italia esiste un “gender pay gap”, ossia le donne vengono pagate meno rispetto agli uomini a parità di mansione. Questo accade nella sua redazione?

No assolutamente. Non c’è nessuna differenza. Sarebbe tra l’altro veramente miserevole un atteggiamento del genere.

Secondo lei perché accade questo fenomeno?

Sinceramente non so spiegarmelo. Mi sembra una discriminazione allucinante nel 2018. Ma lo sarebbe stato anche 20 anni fa 50 anni fa è allucinante che si verifichino ancora queste disparità.

Poi sempre secondo questa ricerca dell’Agcom risulta che ci sia un’assegnazione di notizie di soft e hard news, in cui si dice gli uomini si occupino più di politica, economia e finanza e le donne si occupino di cultura e spettacolo.

Per quanto ci riguarda, no. Nel senso che appunto la collega Angela Balenzano di cui parlavo prima è una collega che si occupa di notizie tutt’altro che soft perché si occupa di cronaca nera e giudiziaria. Tra l’altro è stata l’autrice qualche anno fa dello scoop sulle escort di Berlusconi e quindi credo che più hard di così nel senso forte della notizia, non ci sia. La stessa collega Mandese che lavora a Brindisi si occupa di cronaca, quindi almeno da parte nostra non ci sono queste distinzioni di genere, anzi le nostre croniste sono particolarmente toste.

Le minacce nei confronti dei giornalisti sono in aumento. Lo rileva Ossigeno per l’informazione. Riscontrate questo fenomeno nella vostra redazione?

Minacce no, tranne in qualche situazione particolare che può riguardare casi di cronaca o di politica legata alla cronaca. Abbiamo avuto in passato, un passato non recentissimo, qualche caso del genere. Più che le minacce arrivano delle pressioni, delle forme di intimidazioni, soprattutto quando si vanno a toccare o personaggi o gruppi imprenditoriali particolarmente potenti. Ecco in quel caso si manifestano spesso delle pressioni ma diciamo almeno negli ultimi tempi oltre queste situazioni per fortuna non siamo andati. In passato devo dire che in più di qualche caso ci sono stata delle minacce, abbiamo avuto anche dei casi di denuncia da parte dei nostri colleghi in situazioni poco piacevoli.

Tramite un’altra ricerca della consigliera di Parità sulle giornaliste pugliesi risulta che solo il 20% delle donne abbia avuto un avanzamento di carriera, per il cosiddetto “tetto di cristallo”. Lei mi ha detto che ci sono già due redattrici donne…

Sì, diciamo che negli ultimi tempi, questo è un discorso che riguarda non solo il nostro giornale, ma riguarda un po’ tutti i giornali. È un po’ più difficile fare avanzamenti di carriera nei giornali. Ci sono situazioni spesso in cui accade perché i giornali faticano ad assumere e quindi faticano ad incrementare anche i loro organici. E quindi questo impedisce di sviluppare degli avanzamenti professionali. Però noi almeno da questo punto di vista siamo abbastanza esenti da queste logiche, nel senso che chi merita viene premiato e a chi lavora bene viene riconosciuto quello che deve essere riconosciuto.

E questo non può farci che piacere. Le faccio un’ultima domanda, questa volta personale: Ha dei figli? E se fosse stata donna l’avrebbe condizionata?

Sì mia moglie sta aspettando due gemelli. Sinceramente no, perché il giornalismo è soprattutto una passione più che lavoro. Quindi se ognuno di noi coltiva questa passione, il sesso non conta nulla. Cresce dal di dentro dal piacere di scrivere dal gusto di leggere il piacere di informarsi. Sono tutte cose che maturano dentro di noi e sono indipendenti dall’essere uomo o donna. Io nella mia carriera ho avuto la fortuna di trovare come riferimenti delle donne straordinarie e delle giornaliste straordinarie anche in questa redazione da Maddalena Tulanti a Rosanna Lampugnani, Lorena Saracino. Tutte colleghe che sono passate da questa redazione e che ora sono in pensione. Tutte donne di grandissimo spessore umano e professionale. Da loro ho imparato tantissimo. Le donne trasmettono molto più degli uomini, perché hanno anche una sensibilità diversa rispetto agli uomini.

PARTE I – GIORNALISMO: UNO STUDIO DI SETTORE

“Ho consigliato di non denunciare”

Intervista a Roberto De Marinis, direttore ed editore Radio Canale Cento

Roberto De Marinis, direttore ed editore di Canale Cento ma anche di Vera 24 e di Canale 5 è stato puntuale e gentile durante il nostro appuntamento. Canale Cento è una piccola radio, con pochi uffici ed ha una sola cabina radiofonica. La radio è composta da 16 collaboratori esterni. Questi per la maggior parte dei casi non sono ancora iscritti all’Ordine e collaborano proprio per riuscire ad ottenere il tesserino da pubblicisti. Sembrerebbe che vengano retribuiti correttamente, secondo quanto previsto dall’Ordine. I giornalisti già pubblicisti sono in netta minoranza all’interno della redazione. La radio non ha le risorse per permettersi grandi contratti e per questo ha preferito avvalersi di collaboratori esterni. Durante l’intervista, De Marinis spesso ha cercato di girare intorno alla domanda, allontanandosi dal focus principale. Così a volte ci siamo sentiti costretti ad approfondire, riportandolo sull’argomento richiesto. Molte volte è risultato poco chiaro nelle risposte, a causa del suo divagare. Parlando di minacce ai cronisti, molte dichiarazioni da lui rilasciate ci sono sembrate inappropriate. Ha raccontato di aver convinto una cronista a non denunciare ma non ha dato abbastanza elementi per comprendere a fondo la questione. Un racconto non chiaro che abbiamo cercato invano di approfondire. Durante la nostra visita ha telefonato a un’altra cronista, una certa Francesca, per chiederle di confermare il fatto che le donne vengono trattate bene e che sia data loro piena libertà. La giornalista ci ha chiesto di farle altre domande ma non lo abbiamo ritenuto opportuno. Eravamo lì per intervistare il direttore non la collega. E certo non in presenza del direttore.

Siamo con Roberto De Marinis. Quanti giornalisti lavorano in redazione?

Allora noi non abbiamo una redazione per ogni emittente. Abbiamo creato un’unica piattaforma redazionale e avendo più emittenti la nostra società, la stessa piattaforma redazionale serve, fra virgolette, tutte le emittenti. Quindi in sostanza, tutti i servizi, che vengono realizzati dai nostri collaboratori vengono scambiati e vengono realizzati per i vari notiziari. Abbiamo circa 7-8 notiziari al giorno, fra le varie forme di notiziari che produciamo.

Quali sono le altre emittenti? E quanti giornalisti lavorano in totale?

Noi abbiamo un numero di giornalisti, fra giornalisti già con patentino e giornalisti in formazione, secondo la legge sulla stampa, di un 15- 16 persone. La maggior parte dei quali sono in formazione. Quelli invece iscritti all’Ordine collaborano saltuariamente per la realizzazione dei pezzi più importanti. Questo perché la maggior parte ha un proprio lavoro. Alcuni sono residenti fuori. C’è una collega che è una giornalista internazionale, che risiede a Varese e lavora anche per un’emittente della Svizzera. Quindi il suo lavoro principale è quello e poi continua ad operare come giornalista in Italia, con noi, per qualche servizio, per qualche particolare rassegna stampa in alcuni giorni della settimana.

Quali sono le altre vostre emittenti?

Le emittenti di cui sono editore ne sono diverse. Noi come società editrice ne abbiamo molte. Quelle con testata giornalistica, quindi abilitate a questo tipo di attività sono 3. Questa ovvero Canale Cento, Vera 24 e la più antica Radio 5. Quest’ultima, da sola, ha portato circa una cinquantina di iscritti all’Ordine nel corso degli anni.

Come vengono reclutati i giornalisti e che tipo di contratto hanno?

La maggior parte delle collaborazioni, sono le collaborazioni che prevede la legge sulla stampa per quanto riguarda la pratica. Il contratto per quanto riguarda i giornalisti, quelli già iscritti, loro collaborano saltuariamente perché hanno altre collaborazioni (e io non posso permettermi di togliere una giornalista importante come Patrizia Speroni, faccio per dirne una, a un’emittente importante dove lei lavora in Svizzera). Mi piacerebbe molto ma la normativa italiana, al di la di quella che regolamenta i rapporti di lavoro, nei confronti degli emittenti radiofoniche e televisive, non è favorevole affinché le emittenti possano far crescere e assumere giornalisti. Anzi è esattamente il contrario, perché vengono premiate soltanto le emittenti molto grandi, quelle che hanno molti giornalisti, quelle in cui gli editori dicono ai giornalisti di fare o non fare determinate cose. In queste realtà i giornalisti servono a fare numero, perché con più giornalisti si ha più punteggio per avere i contributi dallo Stato.

Quindi per la maggior parte mi parla di collaboratori esterni? Quanto vengono retribuiti a servizio?

Sono tutti collaboratori esterni. Adesso non ho memoria della precisa. Comunque quello che prevede la normativa per quanto riguarda il tariffario per quelli che sono già giornalisti e che collaborano molto poco, il cui rapporto è regolamentato mezzo fattura, secondo le situazioni. Mentre, per quanto riguarda gli altri, quello che prevede l’Ordine dei giornalisti che ha previsto una serie di minimi finalizzati alla collaborazione professionale per diventare pubblicisti

Quindi tutti i collaboratori che stanno per diventare pubblicisti vengono retribuiti regolarmente?

Se cosi non fosse non potrebbero presentarsi all’Ordine. Anzi, devo dire la verità, in molti casi sono io a richiamare all’Ordine molti di loro perché loro tendono a dimenticarsi che ogni tanto c’è da prendere qualche soldino e fare le ricevute. Poi magari succede che se qualcuno per molto tempo non è in regola con la questione fiscale potrebbero ricevere problemi quando si presentano all’Ordine dove sono più fiscali di noi. Noi siamo abbastanza precisi nelle nostre cose, ciò nonostante i nostri giornalisti quando si presentano all’Ordine aspettano cinque o sei mesi prima di prendere il tesserino

Non le è mai capitato di sentir parlare di giornalisti pubblicisti che prima di diventarlo non sono mai stati retribuiti regolarmente, anzi sono stati costretti a pagare?

Sì, so perfettamente che accade e anche dove accade.

Nella nostra inchiesta stiamo realizzando un focus sulle giornaliste donne all’interno delle redazioni. Quante giornaliste lavorano qui?

Credo che siano più donne che uomini. Su 16 componenti della redazione credo che 10 siano donne. Perché la radio è femmina, presenta delle voci e quindi chi ascolta deve avere un’immagine di cosa ascolta, che sia la voce più musicale possibile. Come quando io mando in onda in radio un brano hard rock, magari la maggior parte delle persone si sente urtata da questa musica un po’ pesante e grezza. La stessa cosa succede con le voci, la voce è un’onda sonora esattamente come la musica. Adesso non voglio pensare di essere criticato al contrario, per me la voce femminile è più radiofonica di quella maschile.

Secondo una ricerca dell’Agcom del 2017, le donne vengono pagate meno degli uomini a parità di mansione. Accade anche nella sua radio?

Da noi non succede per i motivi che le ho detto. Noi non disponiamo di sufficienti fondi economici per poterci permettere di assumere giornalisti. Dopo due anni e qualche mese, alcuni hanno gli esami e quindi (ultimamente abbiamo una ragazza che ha finito i due anni e la stiamo spingendo a presentarsi ma sta studiando) diventano giornalisti. Noi retribuiamo tutti nella stessa maniera, vorremmo fare di più ma purtroppo questo non ci è concesso né dalla normativa né dal particolare periodo non florido per la raccolta della pubblicità locale. Una serie di situazioni che non ci sono favorevoli.

Ci sono stati nella vostra redazioni casi di minacce, abusi, o peggio ancora, violenze nei confronti delle donne?

Che io sappia no. Più logicamente suggerisco di porre questa domanda direttamente ai redattori. Io sono contrario a questo genere di situazioni. Quando vedo che ci sono personaggi, perché capita che si sentono di fare “i di più” e fanno i cretini intervengo per evitare di fare comunella fra questi soggetti e proteggo i soggetti più deboli. Molto difficile che accada nella nostra redazione, perché la maggior parte dei redattori lavora da lontano. Noi siamo un esempio di redazione multi locata. Noi abbiamo collaboratori in ogni dove. Giornalisti da Varese, alla Sicilia, Lazio. Si incontrano quindi raramente. Dalle nostre redazioni sono usciti, anzi, tre matrimoni.

Invece le minacce nei confronti dei giornalisti sono in aumento. Lo rileva Ossigeno per l’informazione. Le mai capitato che qualche suo cronista sia stato minacciato?

Purtroppo queste cose succedono. Una ragazza, una mamma, è stata fatta oggetto di una serie di minacce, intimidazioni da parte di ambienti da cui uno meno se lo aspetterebbe. Non approfondisco perché sono fatti accaduti a lei e non a me, quindi eventualmente vi do il nome.

Ha subito queste intimidazioni per un servizio realizzato per Canale Cento?

Le ha sia subite cercando di realizzare un servizio e sia perché come mamma cercava di realizzare un servizio in una scuola dove vanno i suoi figli. Non mi faccia dire di più. Non è successo a me personalmente e le varie carte che noi abbiamo non mi consentono di parlare di questa nostra collaboratrice più di tanto. Se volete potete contattarla…

Lei in qualità di direttore come si è comportato in questa vicenda?

Le ho detto cosa non fare. Perché lei mossa dall’istinto, dalla voglia di giustizia voleva muoversi, voleva denunciare etc… etc… senza approfondire la notizia. Tra parentesi perché le altre testate giornalistiche senza approfondire la notizia che la vedeva protagonista si erano lanciate a dare notizie fake e ovviamente lei voleva intervenire, voleva fare… Io le ho detto di non fare proprio niente perché se non si fa il tuo nome, per quale motivo vuoi intervenire tu, a dire sono io se nessuno ha detto che sei tu?

Quindi lei non ha denunciato?

Lei non ha denunciato. Ha seguito il mio consiglio, è stata ad aspettare che la cosa si sgonfiasse ed, infatti, la cosa si è sgonfiata.

Ma lei quindi non pensa che sia giusto che un giornalista denunci in merito alle minacce subite?

Io penso sia giusto trattare questo genere di situazioni, come cittadini a prescindere dalla professione che uno svolge. Perché diciamo anche, che poter definire una minaccia a un giornalista come tale, quindi una minaccia fatta ad un operatore dell’informazione nell’esercizio delle sue funzioni… Per poterla definire tale bisogna avere innanzitutto molta esperienza. Molto spesso ti capita di incontrare la persona che ti dice “questa cosa non la dire perché mi dà fastidio”. Questo in molte interviste, a noi capita in radio. Noi non tendiamo agguati, parlando da un punto di vista strettamente giornalistico, ma non prepariamo neanche le interviste con i nostri ospiti. Qui da noi in radio è venuta a trovarci un giorno l’autista di Giovanni Falcone con il suo collega giornalista che aveva scritto un libro su di lui e lo abbiamo intervistato in radio. Abbiamo concordato al momento le cose che lui preferiva si dicessero e le cose che forse era meglio che non si dicessero. Attenzione, perché come voi sapete, parliamo di un caso dove l’argomento…

Ma così ci può essere omertà…

Se parliamo di indagini in corso non possiamo dire tutto. Noi possiamo dire il fatto. Anzi per chi ascolterà, fra i vostri colleghi questa intervista, dico che il primo compito del giornalista è quello di riferire i fatti, ciò che vedete riferite al pubblico. Entrare nel dettaglio, dire se una cosa è giusta o no non è compito che spetta al giornalista. Le minacce vanno sempre denunciate come cittadini, capire che si tratti di minacce ad un giornalista è un discorso un po’ diverso. Io credo che per poter dire “sono stato minacciato perché sono un giornalista e non mi hanno minacciato come persona”, sono due cose distinte e per poterlo fare c’è bisogno di una certa esperienza. Io devo poter capire se vengo minacciato in quanto qualcuno pensi che porta avanti un’inchiesta. Io me ne sono sempre fregato, ho fatto sempre quello che ritenevo giusto. Io sono editore di me stesso, non faccio testo. Gli altri giornalisti si trovano ad operare alle dipendenze di altri editori i quali hanno una serie anche di convenienze economiche. Se ad un mio giornalista venisse in mente di fare un’inchiesta sul palazzo della morte, che si trova vicino all’Ipercoop, io non dico al mio cronista di non parlare dell’Ipercoop perché sono nostri clienti pubblicitari. Io non ho problemi. Siamo stati più volte raggiunti da persone che ci hanno chiesto “ma era proprio il caso di?” e io ho sempre risposto in maniera affermativa.

Noi possiamo sempre fare dal punto dell’informazione tutto ciò che vogliamo, sempre in rispetto della legge, nel totale rispetto delle carte dei giornalisti, ma perché io sono il mio editore e il direttore. Per fortuna la legge consente questo. Ho un duplice ruolo editore e direttore. In una città della Puglia, non faccio nomi altrimenti si capisce di cosa parlo, ci sono state molte retate nei confronti di un editore che per poter prendere i contributi aveva assunto come giornalisti persone che facevano altre attività. Se in questa redazione avessi 15 giornalisti… mica tutti e 15 farebbero i giornalisti.

Ultima domanda, se lei venisse minacciato come giornalista, denuncerebbe?

Assolutamente. Se qualcuno mi minacciasse prima prenderebbe un ceffone e poi verrebbe denunciato.

A volte non è cosi semplice, se pensiamo che colleghi vengono minacciati da clan mafiosi…

Allora il problema è che i clan mafiosi ultimamente, al di la di quello che ci insegnano, sono diventati molto più furbi. I clan mafiosi cercano di avvicinarti e di farsi amici di quelli che potrebbero dare dei problemi. Cercano di fare ciò per potersi garantire una certa tranquillità perché non si lavora bene quando non si è tranquilli. Nessun lavoro si riesce a svolgere senza tranquillità, anche i delinquenti preferiscono lavorare tranquillamente. Salvo quando non si scatena qualche guerra di mafia, che si uccidono fra loro. Tutti cercano di lavorare tranquillamente, anche loro. È molto facile, a noi è capitato, essere avvicinati da qualcuno di questi personaggi in maniera molto amichevole non minacciosa. Anzi loro si avvicinano, si propongono per aiutarti, se hai bisogno di qualcosa, ti chiedono magari un favore perché magari avendo la radio magari qualcuno ha bisogno di pubblicità ti chiedono qualcosa di questo genere. Uno di loro magari ti chiede “io ho un amico potrebbe avere uno sconto?” Lo sconto che facciamo a tutti. Se qualcuno mi dice che ha un amico, io valuto di chi si tratta e poi magari facciamo il contratto. Non tutti hanno la fortuna di essere parenti a Gesù Cristo. Se magari qualcuno è amico a qualcun altro che magari non razzola benissimo, poverino. Se qualcuno lavora e svolge la sua attività, noi non possiamo stare a discriminare. È molto più frequente oggi giorno essere avvicinati da questi personaggi per farsi amici i redattori. Se cosi non fosse non ci sarebbero gli informatori. Gli informatori come nascono? Non dall’uovo di Pasqua. Agli informatori si arriva perché sono loro a cercare noi. Nel mondo dell’informazione si fa troppa attenzione a determinate situazioni e non si fa attenzione a vedere chi le gestisce. La legge Mammì prevedeva che non potessero essere rilasciate concessioni a chi aveva precedenti penali di un certo tipo, chi avesse parenti mafiosi ed è anche logico ci mancherebbe altro. Ultimamente però io sto assistendo all’ingresso dei media di personaggi che mi sembra siano interessati a fare altre cose di spettacolo usando i media e non il giornalismo. I redattori di Canale 5, la Rai o Mediaset non denunciano il loro direttore quando qualcuno dice loro di non dire qualcosa. Qui non succede questo.

PARTE I – GIORNALISMO: UNO STUDIO DI SETTORE

Dipendenti comunali, previdenza giornalistica

Intervista a Rossella Garofalo, coordinatrice Ufficio Stampa Comune di Bari

Non hanno il contratto da giornaliste, ma il Comune di Bari versa i contributi all’Inpgi (Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti italiani). Questa la situazione di Rossella Garofalo, coordinatrice dell’ufficio stampa del Comune di Bari, e della sua collega Concita Turi.

La dottoressa Garofalo ci spiega che erano entrambe già dipendenti comunali prima dell’approvazione della legge 150 del 2000 che intendeva regolamentare gli uffici stampa degli enti pubblici.

L’ente le fece partecipare a un corso professionalizzante consentendo loro di diventare giornaliste pubbliciste. “La legge all’epoca lo prevedeva” aggiunge “proprio per sistemare, tra virgolette, delle situazioni che nel tempo si erano stratificate”.

Il Comune di Bari nel 2000 (qualche mese prima dell’approvazione della legge 150) aveva registrato una testata giornalistica, Il comune comunica, tramite la quale vengono diffusi comunicati stampa che riguardano l’amministrazione.

Nel suo ufficio quante persone lavorano e quante di queste sono giornalisti?

Nell’ufficio stampa del Comune di Bari lavorano 5 persone, due, io e la collega Concita Turi, siamo inquadrate con il profilo di giornalista pubblicista, poi abbiamo un collega webmaster e 2 addetti per la segreteria

Per quanto riguarda voi due giornaliste che tipologia di contratto avete?

Il contratto è quello degli enti locali, siamo inquadrate con la qualifica D, quella dei funzionari, mentre per quanto riguarda i versamenti previdenziali questi vengono fatti correttamente all’Inpgi (Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti italiani) perché questa è l’indicazione Il Comune di Bari ha avuto

Come vengono effettuate le assunzioni?

Per tutte le assunzioni al Comune a tempo indeterminato sono previsti bandi pubblici. Per quanto riguarda invece le altre possibilità sono quelle che la legge consente, di far parte per esempio degli staff del sindaco staff di comunicazione, la legge prevede l’assunzione a tempo determinato collegata al mandato del sindaco, quindi per la durata dell’amministrazione

Per quanto riguarda il recepimento della legge 150 del 2000, per la sua esperienza è stata correttamente e completamente applicata?

La legge 150 risale a giugno del 2000 e quindi risente un po’ del tempo che è passato. Al Comune di Bari è stata applicata, nel senso che sia io sia la mia collega, a suo tempo, abbiamo seguito il corso così come era previsto, il corso professionalizzante, eravamo già nella pianta organica del Comune e quindi con questo corso, con il lavoro che avevamo svolto, siamo diventate pubbliciste e quindi siamo entrate a far parte dell’ufficio stampa

Quindi c’è stata anche la possibilità di utilizzare personale amministrativo già presente all’interno degli uffici comunali?

Sì, la legge all’epoca lo prevedeva proprio per sistemare, tra virgolette, delle situazioni che nel tempo si erano stratificate e che quindi attraverso questa legge poi sono state superate e quindi c’è stata la creazione degli uffici stampa pubblici

Vi capita di utilizzare agenzie esterne per la comunicazione giornalistica o magari per determinati eventi?

No, diciamo che la comunicazione la seguiamo direttamente. Anzi, sempre nel 2000, è nata proprio un’agenzia di stampa del Comune di Bari, prima addirittura della legge è nata questa agenzia di stampa che si chiama “Il Comune comunica”. È una testata registrata e quotidianamente noi produciamo una serie di comunicati stampa che riguardano l’amministrazione e vengono pubblicati sul portale istituzionale e vengono inviati a una mailing list alla quale è possibile, diciamo, iscriversi e quindi ricevere quotidianamente i nostri comunicati

Per quanto riguarda l’attività sui social siete sempre voi che vi occupate dei contenuti?

Allora diciamo che il Comune adesso, oggi come oggi, ha una pagina Facebook istituzionale che accanto ad una serie di informazioni fornite dal nostro Urp (Ufficio relazioni con il pubblico) rilancia dei comunicati stampa che noi inviamo sulle principali attività e, soprattutto, avendo anche il polso delle richieste dei cittadini risponde anche alle varie domande che vengono fatte utilizzando in parte comunicati stampa e in parte producendo delle informazioni in proprio

Quindi attualmente il canale dei social media non è utilizzato come un canale giornalistico vero e proprio?

No, è utilizzato attraverso l’Urp. Poi per quanto riguarda le emergenze utilizziamo anche WhatsApp, abbiamo utilizzato e utilizziamo in caso di necessità Telegram, questi sono i principali canali che utilizziamo.

Il rapporto uomo-donna vediamo che qui è al 100% a favore delle donne. Una ricerca dell’Agcom del 2017 afferma che esiste in Italia ancora un “gender pay gap” quindi una differenza di retribuzione, a parità di mansione, tra uomo e donna. Al di là della sua esperienza personale, ha mai sentito in questi anni di situazioni di questo tipo?

Sinceramente direttamente no, perché nella pubblica amministrazione questo problema non c’è né possiamo dire onestamente nella nostra carriera di essere state in qualche modo mai discriminate in quanto donne. Questo non è avvenuto nella nostra esperienza

Un altro argomento del quale si parla sono le eventuali molestie che le donne possono subire negli ambienti di lavoro e in particolare in quello giornalistico. Le è mai capitato di vivere situazioni di questo tipo o di venire a conoscenza di fatti del genere?

Diciamo che qui al Comune dove lavoro io da tantissimo tempo personalmente non ho mai avuto problemi di questo tipo né nessuna delle persone che ho conosciuto, che ho frequentato ha avuto problemi di questo tipo. C’è anche da dire che al Comune siamo moltissime donne quindi forse anche questo un poco aiuta, poi magari ci sarà chi ha avuto esperienze diverse. Però diciamo che nell’ambito delle mie conoscenze non ci sono stati mai problemi di questo tipo

Le è mai capitato di avere l’incarico di dover diffondere qualche notizia, qualche comunicato sul quale non era d’accordo e come si è comportata in questo caso?

Noi come ufficio stampa del Comune produciamo un’informazione che è legata alle attività istituzionali, quindi in linea di massima sono attività che vengono svolte, per dire ultimamente le due cose che abbiamo fatto sono state una conferenza stampa sull’ emergenza freddo ed è stato presentato un programma contro l’emergenza freddo. Capisce bene che sono tutti argomenti legati ai servizi sociali, alla cultura e ad altri servizi al cittadino quindi diciamo che uno può essere d’accordo o non d’accordo su un servizio fatto in un modo oppure in un altro però non c’è un problema deontologico da questo punto di vista. Qui la situazione è molto chiara: siamo un ufficio stampa del comune, informiamo sulle attività del comune, le dichiarazioni degli assessori, del sindaco, eccetera, sono virgolettate. Quindi questo credo sia anche corretto nei confronti di chi legge, di chi comunque riceve questa informazione, cioè i ruoli sono chiari ecco

E di fatto voi non siete portavoce e dei vari personaggi politici

No, perché il sindaco, come dicevo prima, ha il suo portavoce

Quindi non vi è mai capitato di aver avuto qualche intrusione nella vostra attività giornalistica?

No, questo no. Diciamo che noi comunque ci confrontiamo, qui c’è un rapporto di correttezza con lo staff (del sindaco) che è molto importante. Poi è chiaro, loro hanno anche tutta una serie di informazioni, noi siamo legate un po’ a quello che è l’iter amministrativo, quindi noi abbiamo informazioni dagli uffici, invece loro hanno comunque il perché e il percome si è arrivati a determinate scelte, che è tipico dell’assessore, del sindaco che alla fine è anche interessante perché bisogna dare la possibilità a chi amministra di spiegare perché ha fatto una scelta piuttosto che un’altra

E questa comunicazione ha un carattere più politico…

Certo, più politico, mentre il nostro lavoro è più legato all’attività amministrativa in senso stretto quindi un po’ all’iter, all’informazione su come si arriva a fare determinate scelte e il perché e il percome poi è quello un po’ dello staff di comunicazione che dà spazio alle parole degli assessori e del sindaco

Le minacce ai giornalisti sono in aumento. La sua esperienza personale in proposito?

Nella nostra esperienza diretta noi non abbiamo mai avuto problemi di questo tipo. Diciamo che più problematico può essere per un amministratore particolarmente esposto, però per un ufficio stampa che ha un ruolo anche un pochino defilato, se si vuole, noi siamo diciamo molto legati all’amministrazione, quindi anche al lavoro qui all’interno, non posso dire di aver avuto mai problemi perché proprio non ce n’è stato modo forse.

PARTE I – GIORNALISMO: UNO STUDIO DI SETTORE

Metter su famiglia? Alle giornaliste è “sconsigliato”

Intervista a Vincenzo Magistà, direttore Telenorba

“A una donna che vuole fare seriamente la giornalista, sconsiglierei di metter su famiglia”. È stata una delle affermazioni più interessanti espresse dal direttore di Telenorba Vincenzo Magistà.

Lo abbiamo intervistato nella sede centrale degli studi di Telenorba a Conversano martedì 13/11/2018. La sede, dall’esterno apparentemente piccola, comprende un’ampissima struttura suddivisa in più piani. Il direttore, puntuale, disponibile e sorridente, ci ha accolte nel suo ufficio. Lo studio è collocato alla fine del corridoio d’ingresso ed è l’unico ufficio interrato. È suddiviso in due grandi stanze, è caratterizzato da luci calde, mobili antichi, pareti di pietra viva e grandi scaffali colmi di libri e di oggetti del direttore. Magistà, in maniera verbosa, ha soddisfatto tutte le nostre domande. Su certi temi, si è esposto con esperienze personali e nonostante fosse sulla difensiva, si è sbottonato e ha espresso una serie di opinioni. Particolarmente interessante l’episodio raccontato sulle minacce e stalking ricevuti da una delle giornaliste della redazione, che ha portato al fermo di un uomo fuori la sede di Telenorba. È stato molto diretto sulle informazioni contrattuali dei suoi giornalisti, ha confessato apertamente che fino a qualche anno fa si assumevano con una trattativa privata e quindi per conoscenza. Ha raccontato l’evoluzione della sua redazione e di questo mestiere. Secondo il direttore con lo scorrere degli anni il giornalismo è diventato sempre più rosa. A fine intervista gli abbiamo chiesto di poter fare alcune riprese agli uffici. Ci ha concesso un tour completo degli studi televisivi e delle varie redazioni, compresa quella di RadioNorba. Ci ha accompagnato per tutto il tempo il suo segretario Paolo. Abbiamo avuto la possibilità di osservare tutti gli archivi, la zona del montaggio, gli studi televisivi de “Il Graffio”, “Buon pomeriggio”, “Anna e i suoi fornelli”, lo studio di TgNorba e infine RadioNorba. L’intero edificio presenta molte zone verdi, bar e sale trucco per le giornaliste.

Innanzitutto la ringraziamo per la sua disponibilità. Come ben sappiamo Telenorba è un grande gruppo, che opera attraverso diverse redazioni tra radio, tg e televisione. Nella redazione da lei diretta quanti giornalisti ci sono in tutto? Le risorse umane sono sufficienti per realizzare tutti i servizi?

Allora, diciamo che ci sono redazioni separate. La radio è tutta un’altra cosa, un’altra società che ha un suo direttore, una sua redazione, una vita propria. Noi invece qui facciamo la televisione quindi curiamo l’informazione (tg e rubriche) per Telenorba, Teledue e Tgnorba24. Per realizzare questo ciclo di informazioni e di telegiornali 24 h su 24 abbiamo una redazione di circa 40 giornalisti che sono distribuiti tra la sede centrale, questa di Conversano, dove ne operano una ventina, il resto è disseminato nelle sedi periferiche: 5 colleghi nella sede di Bari, 3 colleghi su Lecce, 1 su Taranto, 1 su Foggia, abbiamo una redazione anche a Potenza, una a Roma con altri 2 giornalisti, un redattore a Milano, insomma siamo una quarantina in tutto. Questi 40 giornalisti assicurano tutta l’informazione. Certo, se ci fossero più giornalisti, si farebbe un prodotto migliore, però dobbiamo lavorare con le forze che abbiamo. Nuovi contributi potrebbero ampliare l’offerta, creare nuove rubriche, fare altri tg, ma le potenzialità che abbiamo sono quelle. Derivano principalmente dalle pubblicità, una fetta anche dai contributi pubblici, ma la gran parte dalle pubblicità. Il mercato oggi ci rende disponibile una certa quantità di risorse e in base a quelle ci adeguiamo.

Infatti dai dati Corecom risulta che a livello regionale Telenorba è al primo posto nel ricevere i finanziamenti pubblici. In cosa vengono utilizzati maggiormente?

I finanziamenti che Telenorba riceve (come tutte le televisioni) provengono dal fondo nazionale costituito con legge nazionale, quello che prevede che una quota del canone sia destinata al sostegno della tele/radiovisione locale. Noi non siamo la Rai, ma siamo la “sorella piccola della Rai”. Noi siamo privati, ma forniamo un servizio pubblico: fare informazione locale. Lo Stato quindi ritaglia una piccola quota che annualmente viene distribuita alle tv locali: come si attinge a questo fondo? Si fa una graduatoria in base a dei criteri: il bilancio, quindi la commissione verifica il bilancio annuale, le entrate e le uscite, gli ascolti e quindi la forza che ha sul territorio quella televisione (noi siamo rilevati dall’Auditel) e poi il personale, soprattutto il personale giornalistico. Ovviamente chi produce meglio e chi investe di più fa maggiore ascolti, è un fatto quasi naturale. In questa graduatoria noi da sempre siamo al primo posto. Da quando siamo nati, quindi da 42 anni, siamo sempre stati la prima televisione locale italiana. E quindi non potevamo non essere in testa alla graduatoria dei finanziamenti: vengono utilizzati per coprire le spese di bilancio, per pagare i dipendenti, per acquistare i programmi, per fare i programmi. E’ un ciclo che si alimenta continuamente.

Ritornando al personale giornalistico, come vengono reclutati i giornalisti? E che tipo di contratto hanno?

Adesso è un po’ di tempo che non ne reclutiamo. La tendenza che si è diffusa negli ultimi anni è quella di utilizzare tutti gli strumenti che la legislazione nazionale mette a disposizione per favorire l’occupazione: tu prendi uno da fuori e per due anni non paghi i contributi. Quindi alle aziende conviene anziché assumere a tempo indeterminato una persona, andare avanti con contratti a scadenza determinata, che prima si potevano allungare a tre anni, adesso con il decreto dignità si sono ridotti a due anni. E quindi anche noi quando abbiamo bisogno di aggiungere personale e collaboratori alla redazione, attiviamo questo tipo di contratti: per 6 mesi, 1 anno, al massimo 2 anni. Essendo noi un’azienda privata, non facciamo concorsi pubblici, facciamo una selezione: ci arrivano giornalmente domande di giovani che vogliono entrare in azienda, li cataloghiamo in ordine temporale, in ordine di arrivo e poi selezioniamo in base al curriculum chi potrebbe essere più utile. In base alle disponibilità e offerte che abbiamo, gli telefoniamo. L’80% di quelli che chiamiamo solitamente, hanno trovato già un altro lavoro e da quelli restanti vediamo cosa si può fare. Da 5/6 anni funziona così la selezione. Prima invece, come in tutte le aziende giornalistiche, Rai compresa, si entrava e si usciva perché ci si conosceva e si faceva una trattativa privata. Il contratto che noi applichiamo è l’Aeranti-Corallo, un contratto fatto apposta condiviso dalla FNSI e dai sindacati e viene applicato integralmente.

Quante donne ci sono in redazione? E qual è la loro età media?

Qui abbiamo l’80% di donne. Sono quasi tutte donne. E devo dire che non abbiamo fatto una selezione particolare, ce le siamo ritrovate. Sono quelle che sono rimaste di più, che sono affezionate di più a questo lavoro e a quest’azienda. Ogni anno c’è gente che entra e esce, c’è chi trova di meglio e giustamente va via, prevalentemente maschi. Alla fine adesso, dopo anni e anni di ciclo, sono rimaste quasi tutte donne. L’80% della nostra redazione è composto da donne. L’età media è tra i 40 e i 50 anni.

Quindi lei pensa che il lavoro giornalistico con lo scorrere degli anni stia diventando più un lavoro femminile?

Io penso di sì e credo che sia meglio. Almeno per la televisione. Non è per un fatto estetico, perché magari tu presenti una donna e sei certo di fare bella figura. È anche quello, ma non solo. Io scopro proprio che le donne si applicano di più. Per fare questo lavoro c’è bisogno di essere curiosi. Se uno non è curioso, non può fare il giornalista. Se uno non sta sempre a chiedersi: “Che c’è dietro quel libro? Perché è successa questa cosa?”, se uno non ha questa curiosità, difficilmente può sfondare in questo mestiere. Beh, le donne hanno questa caratteristica in più. La curiosità, che diciamo essere tipicamente femminile, finisce per essere un vantaggio in questo tipo di lavoro. Per cui le donne si applicano maggiormente, perché sono testarde, vogliono arrivare alla soluzione del problema. E alla fine spesso ci riescono. Da noi c’è un prodotto complessivamente migliore.

E quante redattrici, caporedattrici e caposervizio ci sono nella sua redazione?

Dunque, nella redazione centrale ho due caporedattori maschi, che sono due dei cinque maschi che abbiamo. Però abbiamo Stefania Congedo, caposervizio a Lecce, Stefania Rotolo, capo della redazione romana, Daniela Mazzacane, responsabile di rubriche… insomma abbiamo 3-4 ruoli di vertice, o quanto meno a metà strada, ricoperti da donne.

Quindi può affermare che non esiste il cosiddetto “tetto di cristallo” nella sua redazione?

No, assolutamente no.

Perfetto. Secondo una ricerca dell’Agcom del 2017, in Italia esiste un “gender pay gap”, cioè le donne vengono pagamento meno degli uomini a parità di mansione. Secondo lei perché? Nella redazione che lei dirige c’è una disparità salariale tra uomini e donne?

È chiaro che se uno fa il caporedattore percepisce uno stipendio maggiore. Da noi i due caporedattori sono maschi e quindi vengono pagati più delle donne… se ci fosse una caporedattrice, prenderebbe quanto i due caporedattori.

Quindi nello specifico, un caporedattore e una caporedattrice a parità di mansione percepirebbero lo stesso stipendio?

Sì, lo stipendio sarebbe identico. Ecco, perché le mansioni superiori vanno più a favore dei maschi anziché delle donne? Nel nostro caso questa storia viene da lontano perché i due caporedattori maschi c’erano e sono rimasti, da 15 anni gli stessi. Adesso inevitabilmente essendo noi una redazione prevalentemente rosa, i vertici tra qualche anno diventeranno rosa.

Sempre secondo la ricerca Agcom, esiste una differenza tra “soft” e “hard” news, secondo cui notizie riguardanti politica, economia e finanza vengono affidate agli uomini e le altre (cultura, spettacolo e altro) vengono trattate dalle donne. Questo avviene nella sua redazione?

Può anche essere che avvenga ma è soltanto casuale: noi seguiamo l’attività culturale ma li seguiamo prevalentemente a Bari. Non che nel resto della Puglia non si svolgano attività culturali, ma preferiamo che questa fetta di notiziario si segua con eventi baresi, anche per una nostra facilità operativa. A Bari tre redattori su quattro sono donne. Quindi necessariamente la cronaca della prima lirica del Teatro Petruzzelli o la mostra di pittura ecc. la faccia una donna. Ma è un fatto casuale. È casuale che la politica la segua un redattore maschio perché stava lì da molto tempo ed è rimasto. Ma noi abbiamo avuto donne che hanno fatto la giudiziaria, donne che fanno la cronaca. Quindi si, questa distinzione si potrebbe anche rilevare da noi, ma è casuale. Poi chi sta qui al desk nella sede centrale, fa tutto. Quindi siccome qua l’80% è fatto di donne, le donne si occupano di tutto.

Secondo l’International news safety institute circa due terzi delle giornaliste intervistate hanno subito molestie da parte dei propri superiori e la maggior parte di loro non ha denunciato. Perché c’è questa difficoltà secondo lei?

Beh, è una domanda che andrebbe fatta alle presunte vittime. Per me sarebbe facile dire “io non ho mai molestato nessuno” però siccome so che a volte anche inconsciamente, inconsapevolmente posso averlo fatto, non mi permetto di dirlo. Bisognerebbe fare questa domanda alle redattrici, se si sentono sottoposte a torture o altro tipo di violenza. Sessuale, non credo minimamente. Ma la violenza non è solo sessuale, può essere anche verbale. Noi abbiamo avuto due o tre casi di giornaliste che uscivano da qui ed erano inseguite, ricevevano attenzioni e anche minacce e loro hanno denunciato. Addirittura abbiamo preso uno qui fuori gli studi grazie all’intervento dei carabinieri che stavano collaborando con questa giornalista e si erano messi d’accordo per attirare questo signore in una trappola proprio qui davanti la nostra sede. Io poi non so se esistano casi che non vengono denunciati, io denuncerei.

Ci sono collaboratori esterni? E tra questi ci sono donne? Come vengono retribuiti?

Si, abbiamo collaboratori esterni, anche donne. Abbiamo ad esempio la Spinelli che collabora con Graffio. Abbiamo 5-6 collaboratori esterni, non molti. Vengono retribuiti con lo stesso contratto di lavoro, l’Aeranti-Corallo oppure vengono pagati a servizio o a periodo, per un certo periodo di tempo, per 3 mesi, 6 mesi. Ce ne abbiamo anche un paio che vengono pagati a fattura, ossia loro propongono dei servizi, si fa il contratto e alla fornitura vengono pagati.

Un’ultima domanda, piuttosto personale: Lei ha dei figli?

Certo, due maschi.

Questo l’ha condizionata nel suo lavoro di giornalista?

No, questo ha condizionato i miei figli. Da un lato non hanno avuto la possibilità di avere al loro fianco un padre che seguisse tutte le loro attività, anche quando magari era richiesto. Però, ci ha pensato grazie a Dio la madre e ci hanno pensato anche loro stessi. La cosa che forse mi pesa maggiormente, e forse pesa anche a loro, è il fatto che hanno un padre troppo noto e importante e loro hanno la responsabilità del confronto. Loro sanno che non potranno fare la stessa mia carriera. Non dico che ne soffrono, ma un po’ si sentono limitati. Oltretutto poi io per primo non mi permetto di facilitargli la vita professionale, mi tengo sempre distante. Anzi questo per loro purtroppo è un limite perché se c’è da aiutare qualcuno, aiuto più altri e non loro. Questo un padre non dovrebbe farlo, però un padre nella mia posizione, è costretto a farlo. Mio figlio fa il giornalista, lavora qui a Telenorba, ma non è un caso di familismo, se l’è vista per conto suo. Dopo essere stato per 10 anni in Canada a Toronto a lavorare, il giornale per cui lavorava ha chiuso ed è stato costretto a tornare in Italia.

Ci sono collaboratori esterni? E tra questi ci sono donne? Come vengono retribuiti?
Si, abbiamo collaboratori esterni, anche donne. Abbiamo ad esempio la Spinelli che collabora con Graffio. Abbiamo 5-6 collaboratori esterni, non molti. Vengono retribuiti con lo stesso contratto di lavoro, l’Aeranti-Corallo oppure vengono pagati a servizio o a periodo, per un certo periodo di tempo, per 3 mesi, 6 mesi. Ce ne abbiamo anche un paio che vengono pagati a fattura, ossia loro propongono dei servizi, si fa il contratto e alla fornitura vengono pagati.

Un’ultima domanda, piuttosto personale: Lei ha dei figli?

Certo, due maschi.

Questo l’ha condizionata nel suo lavoro di giornalista?

No, questo ha condizionato i miei figli. Da un lato non hanno avuto la possibilità di avere al loro fianco un padre che seguisse tutte le loro attività, anche quando magari era richiesto. Però, ci ha pensato grazie a Dio la madre e ci hanno pensato anche loro stessi. La cosa che forse mi pesa maggiormente, e forse pesa anche a loro, è il fatto che hanno un padre troppo noto e importante e loro hanno la responsabilità del confronto. Loro sanno che non potranno fare la stessa mia carriera. Non dico che ne soffrono, ma un po’ si sentono limitati. Oltretutto poi io per primo non mi permetto di facilitargli la vita professionale, mi tengo sempre distante. Anzi questo per loro purtroppo è un limite perché se c’è da aiutare qualcuno, aiuto più altri e non loro. Questo un padre non dovrebbe farlo, però un padre nella mia posizione, è costretto a farlo. Mio figlio fa il giornalista, lavora qui a Telenorba, ma non è un caso di familismo, se l’è vista per conto suo. Dopo essere stato per 10 anni in Canada a Toronto a lavorare, il giornale per cui lavorava ha chiuso ed è stato costretto a tornare in Italia.

Ecco, lei prima diceva: “Per fortuna c’è la mamma”. E quando è la mamma a fare la giornalista?

Problema. Problema serio. Secondo me, chi sposa questa professione, non dovrebbe metter su famiglia, la donna in particolare. Io vedo e vivo giornalmente situazioni che reputo drammatiche: la mattina arrivo qui alle 5 e ci sono giornaliste che sono qui già dalle 4. Alcune di loro sono madri, anche di bambini piccoli. Alcune hanno un marito che vive e lavora in un’altra regione e hanno il problema di lasciare il bambino piccolo di notte per venire a lavorare, abitando magari anche a 30 km di distanza. Non vi nascondo che certe mattine quando so che di turno c’è quella determinata persona, mi chiedo se il giorno dopo la ritroverò. E quando torno, la mattina seguente, assisto a quello che io reputo un miracolo: la trovo qui, pronta, sempre puntuale, con il sorriso. È veramente un miracolo. Quando poi magari finiamo di lavorare e ci prendiamo un caffè, mi raccontano tutto ciò che si lasciano alle spalle e io dico “Tu sei pazza! Io non l’avrei fatto”. Perciò io a una donna che vuole fare seriamente questo lavoro, sconsiglierei di metter su famiglia. Non solo per lei, per dispiaceri e limiti personali, ma anche per chi la circonda, per il marito e i figli. Una giornalista per esempio che va in un posto dove c’è stato un terremoto e non sa quando tornerà a casa come fa a seguire i figli? E la notte di capodanno che deve essere inviata sul luogo dei fuochi pirotecnici? […] Sono problemi seri, ovviamente oggi superabilissimi, ma reali, concreti. Grazie a Dio ci sono donne che accettano questo peso e lo portano e sopportano molto bene. Finora ci è andata bene.

PARTE I – GIORNALISMO: UNO STUDIO DI SETTORE

La parola ai giornalisti pugliesi

La ricerca sullo stato del giornalismo pugliese ha coinvolto gli addetti del mondo del giornalismo locale, interpellati attraverso un questionario, da compilare in forma anonima, sui diversi aspetti della professione.

Il questionario è stato trasmesso al target di riferimento via e-mail, con la collaborazione di Ordine dei Giornalisti della Puglia ed Assostampa, che hanno fatto da tramite con i rispettivi iscritti su tutto il territorio regionale.

Una divisione in sezioni tematiche, con il reindirizzamento automatico in base alla risposta, ha consentito di rivolgere una parte delle domande solo a determinate categorie.

Per altre informazioni sul questionario, cfr. Appendici n. 4, 5 e 6.

PARTE I – GIORNALISMO: UNO STUDIO DI SETTORE

I numeri del giornalismo pugliese a confronto con i dati nazionali

In Puglia, gli iscritti all’Ordine regionale dei Giornalisti sono complessivamente 4.533, di cui 2.805 uomini (il 61,9%) e 1.728 donne (il 38,1%).
Di questi, 720 (il 15,9%) sono iscritti al registro dei professionisti (di cui 450 uomini e 270 donne) e 3.813 (l’84,1%) al registro dei pubblicisti (di cui 1.458 donne e 2.355 uomini).
Sia la composizione interna per genere che quella per categoria professionale corrispondono al trend nazionale, seppur con percentuali differenti.
Secondo il già citato Osservatorio sul giornalismo (AGCOM 2017), nel 2016 erano 112.397 i giornalisti di tutta Italia iscritti all’Ordine.

Prendendo in considerazione il genere, la media nazionale maschile si attesta al 58,4%, quella femminile al 41,6%. Dunque, a livello pugliese è confermata la prevalenza della componente maschile, ma la presenza di donne è inferiore di 3,5 punti percentuali rispetto al dato nazionale.

Figura 11. Uomini e donne nel giornalismo: confronto tra media nazionale e media pugliese

Figura 11. Uomini e donne nel giornalismo: confronto tra media nazionale e media pugliese

Riguardo l’appartenenza professionale, gli iscritti all’elenco dei pubblicisti rappresentano il 75,1% del campione nazionale, a fronte del 27,9% costituito dagli iscritti al registro dei professionisti12. Come nel caso precedente, i numeri pugliesi confermano il trend nazionale: il numero di pubblicisti è decisamente maggiore rispetto a quello di professionisti; tuttavia, se lo scarto nazionale tra le due categorie è di 47,2 punti percentuali, quello regionale sale a ben 68, 3 punti percentuali.

 

PARTE I – GIORNALISMO: UNO STUDIO DI SETTORE

Il campione di riferimento

Il questionario elaborato ai fini della presente ricerca è stato somministrato ai giornalisti iscritti all’Ordine di Puglia e a quelli iscritti ad Assostampa (anche questi ultimi iscritti all’ordine professionale), grazie all’invio di una newsletter contenente il link attraverso il quale accedere al questionario.

L’invio è stato a cura dell’Ordine e del sindacato, responsabili del trattamento dei dati sensibili, dunque nessuna ricercatrice e nessun praticante del master in Giornalismo è venuto a contatto con la mailing list.

Al questionario hanno risposto 465 appartenenti al mondo del giornalismo pugliese.

Il campione rappresentativo è dunque costituito dal 10,2% del totale regionale di iscritti all’Ordine dei giornalisti (rispettivamente, il 10,9% del totale maschile e l’8,8% del totale femminile di iscritti).

Il campione è rappresentato in gran parte da uomini (306 contro 152 donne, rispettivamente il 66,8 e il 33,2% del totale; 7 persone non hanno risposto alla domanda sul genere di appartenenza).

Questi dati, seppur con percentuali differenti, corrispondono al trend nazionale concernente la composizione interna per genere e per categoria professionale ed hanno un tasso di rappresentatività adeguato, con un livello di confidenza del 90% ed un margine di errore di circa il 3%. Inoltre: “l’asimmetrica distribuzione dei giornalisti per genere appare pertanto essere il riflesso delle distorsioni che coinvolgono l’intero sistema produttivo e sociale nazionale, e non già di specifici fattori settoriali”13. Il gender gap nel campione di riferimento pugliese degli iscritti all’Ordine regionale dei Giornalisti è maggiore rispetto a quello nazionale: 2.805 uomini (il 61,9%) e 1.728 donne (il 38,1%).

La fascia d’età prevalente è quella tra i 26 e i 48 anni (42,1%), seguita dalla fascia 41-55 anni (34,9%); meno numerosi gli over 55 (22,1%). La categoria meno rappresentata è la più giovane: solo lo 0,9% ha un’età compresa tra i 18 e i 25 anni. Questo minor interesse da parte delle giovani generazioni è in linea con il trend nazionale, dove “gli elementi di analisi ci dicono che è sostanzialmente cambiata la percezione di valore e le aspettative nei confronti dei prodotti informativi”14. Inoltre, secondo Nielsen, nel 2018 i quotidiani e i periodici hanno avuto una regressione di investimenti pubblicitari pari a circa il 6,5%15.

La provincia di residenza più rappresentata è quella di Bari: nel capoluogo regionale risiede infatti il 41% degli intervistati; fanalino di coda Barletta-Andria-Trani (BAT), con il 7,4%. Si collocano nel mezzo Lecce (16,4%), Taranto (13,5%), Foggia (11,6%) e Brindisi (9,6%). Solo lo 0,4% del campione ha preferito non indicare la provincia in cui vive.

Lievissima è la discrepanza tra single e sposati: rappresentano, rispettivamente, il 45,9% e il 46,7% del totale; il 7% è separato o divorziato, lo 0,2% è vedovo. Un altro 0,2% non ha risposto alla domanda.

La maggior parte (il 53,3%) non ha figli, a fronte di un 46,1% con uno, due o più figli (rispettivamente il 19%, il 22,5% e il 4,6%).

PARTE I – GIORNALISMO: UNO STUDIO DI SETTORE

Discriminazioni e stereotipi di genere

Alle sole donne (che, si ricorda, rappresentano il 33,2% del campione di riferimento) sono state rivolte domande su tematiche inerenti il gender gap a livello professionale.

Molte (il 48%) hanno affermato di aver ricevuto domande di natura privata, potenziali fonti di discriminazione durante il colloquio di assunzione: domande inerenti lo stato civile, l’essere madre o la probabilità di avere figli in futuro, persino il reddito del proprio compagno.

La massima parte delle intervistate (il 94,1%) ha dichiarato di non aver mai beneficiato di un avanzamento di carriera; per le più fortunate (9 su 152), lo scatto è arrivato tra il 4° e il 10° anno dall’assunzione.

Il 55,3% ritiene di ricoprire un ruolo inferiore alle proprie competenze, mentre il 42,1% si ritiene soddisfatta. La maggior parte (il 55,9%) riceve uno stipendio pari a quello dei colleghi. Complessivamente, il 70,4% ritiene di non sentirsi personalmente discriminata rispetto agli uomini.

Un dato che stride con quello rilevato sull’esistenza, nel mondo del giornalismo, di differenze di trattamento tra uomini e donne: il 69,7% crede che questa disparità di genere ci sia, soprattutto sul piano mansionistico (79%) ed economico (69,5%); un’intervistata ha indicato una differenza nel rispetto della dignità, mentre un’altra ha affermato che gli uomini beneficerebbero di una raccomandazione politica, preclusa alle donne.

Solo il 6,6% afferma di essere stata costretta ad accettare compromessi per la carriera; tra questi, mobbing, retribuzione insufficiente, ma anche la rinuncia ad esprimere le proprie idee politiche o a formare una famiglia. Un’intervistata ha risposto con un sibillino “non ci vuole tanto a capire!”.

Sebbene il 72,4% del campione dichiari di non aver mai subito personalmente atteggiamenti o offese sessiste o a sfondo sessuale sul posto di lavoro, in molte (il 44,7%) sostengono di aver sentito pronunciare, da parte dei colleghi, una o più frasi misogine: pensieri generici, o riferiti ad una collega; di seguito le frasi proposte alle intervistate, in ordine decrescente dalla più gettonata (ognuna poteva indicare una o più risposte):

È opinione prevalente (per il 64,5%) che all’interno della propria redazione la bella presenza non sia ritenuta un requisito importante; il 32,2% sostiene invece che la bellezza conti; il 3,3% non ha risposto.

Il 68,4% ritiene che nella propria redazione il punto di vista femminile è ben rappresentato, e che viene dato il giusto spazio alle opinioniste anche in ambiti come la politica o l’economia; il 50,6% conferma l’esistenza di un protocollo redazionale per il corretto utilizzo del linguaggio di genere.

Il 14,5% ha subito personalmente minacce: queste spaziano dalle intimidazioni verbali alle querele temerarie, alle azioni disciplinari sul lavoro.

Un episodio risalente all’inizio del mese è il commento del diplomatico iraniano Hassan Niazi ad un post di Facebook della giornalista Tiziana Ciavardini, premiata al Festival della Comunicazione 2019 Controsenso (Abruzzo) che scrive: “be carefull, it’s not your business”. Colorando il tutto con l’espressione iraniana estremamente offensiva: “Hoshhhhh”16.

I dati riscontrati sono in linea con gli esiti delle ricerche nazioni, tanto da far descrivere come “fenomeno pervasivo, ma che resta sommerso” dalla Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI)17. La statistica Laura Sabbadini commenta: “I dati ci dicono che è un fenomeno diventato quasi strutturale. Come se ci si fosse fatta l’abitudine, come se fosse una cosa normale. Un clima che si è consolidato nel tempo contro il quale è necessario un cambio di mentalità”18.

 

16 Minacce-via-social-alla-giornalista-tiziana-ciavardini-la-solidarietà delle-colleghe (Articolo 21)

17 Molestie-sessuali-il-5-aprile-in-fnsi-la-presentazione-dei-risultati-della-prima indagine-sul-mondo-dei-media (fnsi.it)

18 Mind_the_gap/giornaliste_molestie_inpgi_sessismo_sondaggio_insulti.html (messaggero.it)

PARTE I – GIORNALISMO: UNO STUDIO DI SETTORE

Categoria professionale

Il campione è popolato in massima parte da pubblicisti: l’81,6% del totale; dato che, come si potrà considerare, è conforme a quanto già rilevato a livello nazionale e regionale sul totale di iscritti all’ordine.

PARTE I – GIORNALISMO: UNO STUDIO DI SETTORE

Sezione pubblicisti

All’interno della categoria più rappresentativa del settore giornalistico locale emergono due punti critici: la tendenza allo sfruttamento degli aspiranti cronisti e la sfiducia di fondo verso nuove prospettive di carriera.

A fronte di un 64% di persone che affermano di essere stati pagati regolarmente dai propri datori di lavoro per diventare pubblicisti, corrisponde un 35,4% non pagato. Addirittura, il 12,3% ha dovuto pagare gli editori perché li iscrivessero all’Ordine. Tutto ciò è ancora una aporia autorefenziale in quanto, come afferma il segretario della FNSI Raffaele Lorusso: “Il precariato e lo sfruttamento rappresentano un problema che è stato rimosso dal dibattito politico”19.

La maggioranza degli intervistati (l’83,1%) non crede che ad un eventuale passaggio alla categoria di giornalista professionista possa corrispondere un miglioramento delle condizioni lavorative sul piano economico e/o mansionistico.

PARTE I – GIORNALISMO: UNO STUDIO DI SETTORE

Informazioni sulla professione

La maggior parte degli intervistati totali ha avuto accesso alla professione tramite praticantato in redazione (59,8%); altre forme di accesso sono freelance con tutoraggio (20,6%), praticantato d’ufficio (9%), scuola di giornalismo (4%), ricongiungimento (1,3%).

Mentre in tanti dichiarano di lavorare senza un regolare contratto, le forme di collaborazione prevalenti sono prestazione occasionale (27,9%), contratto di collaborazione (25,4%) e partita IVA (12,5%).

Il 63% ha lo stesso contratto da più di tre anni.

PARTE I – GIORNALISMO: UNO STUDIO DI SETTORE

Mansioni e retribuzione

I giornalisti pugliesi lavorano in gran parte per testate cartacee (52,5%) e web (49%); seguono televisione (17,4%) e radio (6,7%).

Il ruolo di redattore/collaboratore fisso/corrispondente è il più rappresentato (26,2%), seguito da collaboratore redazionale/pubblicista USPI (25,8%); le figure apicali (direttore e vicedirettore) costituiscono l’11,4% del campione.

La maggior parte degli intervistati (38,7%) dedica al lavoro giornalistico meno di 4 ore al giorno; una parte significativa (32,2%) lavora tra le 4 e le 8 ore, mentre una minore (20,6%) lavora più di 8 ore giornaliere.

Il 53,1% dichiara un reddito derivante da prestazioni giornalistiche inferiore a €5.000 annui; il 12,7% guadagna dai €5.001 ai €10.000, mentre il 10,7% ha un reddito compreso tra i €10.001 e i €20.000. In netta minoranza chi percepisce stipendi che ormai per il giornalismo sono un lontano ricordo: il 5,2% guadagna tra i €20.001 e i 30.001 annui, mentre il 4,5 ha un reddito annuo superiore a €30.000.

Un reddito che rispecchia la retribuzione media “a pezzo”, compresa secondo gli intervistati tra i €5 e i €50.

PARTE I – GIORNALISMO: UNO STUDIO DI SETTORE

Minacce e chilling effect

L’ultima sezione del questionario è dedicata alle intimidazioni subite dai giornalisti pugliesi.

Un terzo, pari al 31,4% degli intervistati dichiara di aver subito minacce; tra le forme più comuni (gli intervistati potevano indicare più risposte), telefonate di diffida (48,9%), querele temerarie (39,7%) e lettere di diffida (21,3%). Seguono, seppur in misura minore, aggressioni o tentate aggressioni fisiche, furti, insulti e minacce sui social.

L’88,6% di chi ha subito minacce ha scelto di continuare a svolgere il proprio lavoro, supportato in buona parte anche dalla redazione di riferimento: solo il 20,1% dichiara di aver ricevuto dai propri superiori l’invito a non andare avanti.

PARTE I – GIORNALISMO: UNO STUDIO DI SETTORE

Conclusioni

Il questionario ad un campione rappresentativo di 465 giornalisti pugliesi, pari al 10,2% del totale regionale di iscritti all’Ordine, restituisce spunti di riflessione interessanti.

In buona parte, si tratta di dati che confermano le criticità già rilevate dal rapporto nazionale AGCOM 2017: precarietà, difficoltà reddituale e minacce sono tra i problemi più riscontrati al Sud (cfr. Figura 3), mentre il progressivo invecchiamento della categoria, non bilanciato dall’ingresso di nuove leve, sembra un trend generalizzato su tutto il territorio nazionale.

PARTE I – GIORNALISMO: UNO STUDIO DI SETTORE

Pagare per diventare pubblicisti

Da non far passare in secondo piano è la percentuale (il 12,3%) di aspiranti pubblicisti costretti a pagare per ottenere la qualifica: un tasto dolente su cui anche l’Ordine dei Giornalisti della Puglia mette in guardia20.

Un fenomeno che merita di essere ulteriormente esplorato, per capire le motivazioni alla base di tale scelta in quanto l’aspirazione ad un incremento del reddito, dati alla mano, non è sicuramente la spinta alla base della scelta.

 

 

20 Avviso agli aspiranti pubblicisti”

 

 

 

PARTE I – GIORNALISMO: UNO STUDIO DI SETTORE

Minacce e ritorsioni: il 20%

L’esposizione degli operatori dell’informazione a minacce e ritorsioni per il proprio lavoro è un fenomeno crescente, rilevato da AGCOM e denunciato in Italia da più fonti, tra cui Ossigeno per l’informazione21 (sui cui dati si basa parte del lavoro AGCOM). Le informazioni raccolte nella presente ricerca (come riportato nel paragrafo precedente, la quota di operatori minacciati è pari a quasi un terzo del totale degli intervistati) dicono che la Puglia non fa eccezione alla regola empirica che vede le regioni del Sud ai primi posti per minacce alla libertà d’informazione. In particolare, la Puglia è al 2° posto per minacce verso i giornalisti, nella classifica italiana22 stilata da Ossigeno per l’Informazione.

Anche le modalità utilizzate per intimorire si pongono sul solco rilevato da AGCOM (cfr. Tabella 2): al primo posto gli avvertimenti, seguiti da azioni legali temerarie e, al terzo posto, da aggressioni fisiche e danni materiali.

Un esempio di questo modus operandi è l’aggressione alla giornalista Maria Grazia Mazzola da parte di Monica Laera, moglie del boss Lorenzo Caldarola, nel quartiere Libertà di Bari23.

In controtendenza rispetto a quanto rilevato dagli studi internazionali citati nel primo capitolo del presente lavoro, non sembrano rappresentare un fenomeno rilevante le minacce online: qualche caso è stato riportato (in gran parte offese sui social network), ma nulla a che vedere con le campagne d’odio virtuali di cui si è discusso in precedenza.

La percentuale di chi resiste alla pressione, spesso supportato dal board redazionale (dato, quest’ultimo, tutt’altro che scontato) fa ben sperare, dimostrando che la voglia di verità e giustizia, anche al Sud, supera la paura ed il chilling effect.

PARTE I – GIORNALISMO: UNO STUDIO DI SETTORE

3.9.3. GENDER GAP SUPERIORE ALLA MEDIA NAZIONALE

Il gender gap nel campione di riferimento pugliese c’è, ed è maggiore rispetto al dato nazionale: se il rapporto AGCOM rileva una presenza maschile del 58,4% e una femminile del 41,6% (cfr. Figura 5), la presente ricerca attesta una rappresentatività maschile del 66,8% e una femminile del 33,2%. Il campione si può ritenere tutto sommato uno spaccato che rispecchia il divario regionale che, si ricorda, vede il 61,9% di uomini e il 38,1% di donne.

Le giornaliste confermano anche l’esistenza, nel giornalismo locale, di un gender pay gap abbastanza diffuso (si ricordi che il 55,9% riceve uno stipendio pari a quello dei colleghi: la maggioranza, sì, ma una maggioranza piuttosto esigua), accompagnato da una insoddisfazione diffusa per le mansioni ricoperte.

Altri elementi, come l’utilizzo di frasi sessiste da parte dei colleghi e la possibilità di essere sottoposte in fase di assunzione a domande sulla propria vita privata, indicano che nel giornalismo pugliese, malgrado qualche passo avanti, predomini ancora un paradigma culturale ostile alle donne e alla loro piena realizzazione come professioniste. È un dato su cui intervenire, perché solo la giusta percezione del rapporto uomo-donna e del ruolo femminile nella società può determinare una corretta rappresentazione, libera da stereotipi.

PARTE I – GIORNALISMO: UNO STUDIO DI SETTORE

3.9.4. LA DISCRASIA TRA I FENOMENI OSSERVATI DALL’ALTO E DAL BASSO

La percezione dei fenomeni analizzati è differente per come viene percepita dai vertici delle redazioni pugliesi e dalla “manodopera”, cioè dai giornalisti.

Dalle interviste frontali a chi è in posizione apicale nelle redazioni pugliesi emerge una presenza dei fenomeni oggetto della ricerca attutita, se non in molti casi negata o non percepita come un problema.

Il “tetto di cristallo” c’è, ma non viene percepito (es: l’affermazione del caporedattore, uomo, che sostiene che i vertici sono tutti donne).

La “femminilizzazione”, cioè l’utilizzo delle giornaliste come donne-immagine, più che come autrici dei servizi, nei programmi d’informazione, c’è, ma non è percepita come un problema (esempio: il direttore di una tv afferma che fa sempre piacere vedere la donna in video, intendendo l’immagine femminile come abbellimento estetico del prodotto d’informazione e come strumento di attrazione dei telespettatori).

Siamo di fronte alla negazione dei problemi e, attraverso la negazione del riconoscimento dei problemi, alla negazione dei fenomeni, che invece vengono confermati dai questionari anonimi, sia quello somministrato agli addetti ai lavori sia quello somministrato ad una platea più vasta.

Anche la presenza di questo fenomeno conferma la necessità di un Osservatorio sulla libertà d’informazione in Puglia: una base da cui partire per un cambiamento culturale, necessario per abbattere fenomeni che trovano nella matrice patriarcale della nostra società la loro radice.

PARTE II – DA SPETTATORE PASSIVO A FRUITORE ESIGENTE: UN’ANALISI DELL’UTENTE 2.0

Nuove tendenze editoriali contro il gap generazionale e di genere

Grazie all’accessibilità del web e alla possibilità, per ogni utente, di contribuire al traffico quotidiano d’informazione anche attraverso gli user-generated content (UGC), lo spazio virtuale si va sempre più profilando come luogo possibile in cui tentare di sviluppare una serie di azioni volte a superare, anche e soprattutto nei settori attinenti l’informazione, i divari generazionali e di genere.

In questo senso il web si va affermando, da un lato, come luogo in cui è dato intraprendere una ri-mediazione dell’immaginario e dei linguaggi legati alla donna e alla sua rappresentazione all’interno del contesto socio-culturale contemporaneo; dall’altro, come spazio all’interno del quale si sta procedendo ad una progressiva conquista di territori virtuali in cui attivare nuove forme di informazione e di informazione partecipata.

In entrambi i sensi, importanti input ci vengono offerti dallo stesso mondo dei media: basta spostare l’attenzione sulle nuove declinazioni editoriali contemporanee in cui si impongono, tra le altre, pratiche quali entertainment, edutainment e infotainment.

Nel tracciare le coordinate dei nuovi luoghi e delle nuove modalità in cui sono attualmente attivi i processi cui si è fatto riferimento, sono da segnalare:

  • le piattaforme di streaming audio e video;
  • i social network;
  • le produzioni editoriali legate alla dimensione web.
PARTE II – DA SPETTATORE PASSIVO A FRUITORE ESIGENTE: UN’ANALISI DELL’UTENTE 2.0

UGC – User-Generated Content, social media e informazione

Per User-Generated Content (UGC) s’intendono tutti quei contenuti – in questo documento si vuole riferirsi, nello specifico, ad un tipo di contenuto afferente alla categoria dell’informazione intesa nel pieno della sua complessità di senso – direttamente prodotti dagli utenti del web.

Il tentativo di proporre una fotografia attuale dello stato dell’informazione mette in luce il radicale processo di trasformazione in atto. Gli ambiti interessati da tale processo, oltre i modelli di business e di consumo e la figura stessa del giornalista, sono quelli che riguardano le modalità di generazione e diffusione della notizia.

Il progresso tecnologico, dopo aver contaminato i campi della socialità e della comunicazione, ha costretto anche le dinamiche informative ad una rivoluzione necessaria in termini di approccio alla notizia. Ora che, proprio grazie alle possibilità offerte dal digitale, è diventato possibile testimoniare e produrre contenuti relativi ad ogni evento e ad opera di chiunque, purché presente nel luogo dello stesso, il potenziale flusso informativo a cui gli utenti sono soggetti è pressoché incontrollabile. In questo nuovo scenario alla figura del giornalista si richiede non solo tempestività ma, anche e soprattutto, attendibilità. Ciò è dovuto al fatto che sempre più comunemente i media, tradizionali e non, ricorrono agli UGC come fonti, soprattutto nelle situazioni in cui è ostacolata o non è resa possibile la documentazione di eventi in atto da parte di giornalisti professionisti. Ad esempio ciò può accadere in particolari contesti di guerra o in luoghi dove non è riconosciuta la libertà di stampa come diritto. Gli UGC possono allora concorrere a divenire un’importante risorsa ma, come ogni fonte e anzi in misura ancor maggiore rispetto a fonti qualificate, richiedono di essere attentamente verificati prima di stabilirne affidabilità di cronaca.

Il tema della necessita di verifica di questi contenuti è riconosciuto come urgenza già da anni e molto si sta facendo in questa direzione. I primi importanti interventi in questo senso li ritroviamo già a partire dal 2015, quando a Londra, durante news:rewired24, conferenza a cura di Journalism.co.uk, si è tenuto un panel dedicato al tema, che ha visto la partecipazione dell’UGC producer della BBC, del fondatore di SAM Desk, James Neufeld, e dell’innovation manager e responsabile di Deutsche Welle.

A fare da perno alla discussione sono state soprattutto due considerazioni: innanzitutto la doppia natura dei social media come possibile strumento non solo di reperimento di informazioni e notizie sotto forma di UGC, ma anche per entrare in diretto contatto con chi produce questi contenuti o con testimoni di eventi, al fine di poter avviare il processo di verifica della fonti in maniera diretta e immediata. E ciò è possibile all’interno di ogni piattaforma social identificando e inserendosi nelle conversazioni e nei flussi di contenuti generati in riferimento ai trend topic del momento.

La seconda considerazione verteva sull’urgenza di creare strumenti e definire procedimenti per garantire il corretto svolgimento dei processi di verifica della natura più o meno affidabile degli UGC.

In questo senso vi sono delle esperienze importanti da menzionare come tentativi esemplari di gestione e valorizzazione di questo tipo di contenuti all’interno delle realtà informative canoniche. La prima è l’esperienza della BBC, che già dal 2005 ha creato un hub interno dedicato alla sola verifica dei contenuti prodotti dagli utenti, in funzione del loro utilizzo all’interno dei canali di informazione ufficiale, attraverso un iter di lavoro che porta chi si occupa di questo processo a contattare direttamente i produttori – e proprietari – del contenuto. In maniera parallela il processo di verifica, oltre a convalidare l’utilizzo del materiale informativo autentico, permette anche di agire direttamente sulle notizie false, le cosiddette bufale, le quali, proprio grazie ai meccanismi di condivisione virale, intasano e inquinano i flussi informativi.

In risposta a questa esigenza sono stati nel tempo ideati tool e piattaforme che si propongono di incrociare dati e contenuti presenti sui social media e creati dagli utenti al fine di aiutare i processi di verifica delle informazioni presenti. Tra gli altri citiamo SAM Desk che, nata come start up in Canada, è stata tra le prime esperienze a comprendere il valore dei social media come possibile fonte di notizie in real time, permettendo il monitoraggio e la verifica, attraverso i suoi software, di possibili contenuti notiziabili.

Ma da dove arriva per il giornalismo l’esigenza di rimanere all’erta su canali originariamente non pensati per l’informazione ma per la comunicazione e la condivisione personale?

La risposta a questo quesito si articola essenzialmente in due punti. Il primo è strettamente insito nelle dinamiche digitali che sono entrate a gamba tesa nella nostra quotidianità. Se in passato una persona comune voleva contribuire alla diffusione o alla segnalazione di una notizia, doveva necessariamente entrare in contatto con le redazioni e in qualche modo far ricevere loro materiale utile; adesso l’utente è autonomo nelle pratiche di condivisione e più o meno consapevolmente contribuisce a generare notizie.

Il secondo punto nasce nello stesso terreno del primo ma è maggiormente consapevole: le nuove generazioni, grazie alla possibilità di rimanere costantemente aggiornati e approfondire quanto avviene intorno a loro, hanno sviluppato una coscienza sensibile, che però si scontra con l’estrema difficoltà di inserirsi all’interno dei contesti d’informazione tradizionale. Avendo per primi compreso le potenzialità delle nuove tecnologie e della possibilità di generare autonomamente contenuti, hanno utilizzato a loro favore questi mezzi per cercare di colmare il gap percepito. Blog personali e social network sono diventati così lo strumento autonomo di una generazione, per far sentire la propria voce. Ciò è reso attuabile dalla possibilità di entrare direttamente a gamba tesa nei flussi d’informazione non tradizionali grazie alla qualità e al peso dei proprio contenuti. Non è da sottovalutare inoltre la possibilità di dialogo e confronto che attraverso questi mezzi è possibile non solo con i fruitori finali dell’informazione, ma anche – seppur talvolta più difficile – con le personalità e le realtà ufficiali.

Dall’altra parte, occorre prendere consapevolezza di come un ruolo importante nel processo che ha portato le nuove generazioni a guardare al mondo digitale come possibile alternativa, è giocato dalla crisi nel settore dell’informazione, che penalizza, di fatto, l’ingresso di quanti cercano di affacciarsi alla professione giornalistica e marca ulteriormente la frattura rispetto ai giornalisti strutturati da maggior tempo. Vi è pertanto una sostanziale inadeguatezza ad accogliere e collocare queste nuove risorse.

L’ultimo aspetto di cui è opportuno tener conto quando si parla di relazione tra i produttori di informazione all’interno degli ambienti digitali e i suoi fruitori, e quindi andando inevitabilmente a far ricadere il discorso sull’attendibilità di queste figure e dei contenuti informativi che producono, è la possibilità di divenire loro stessi una sorta di marchio informativo in grado, talvolta, di sostituirsi per autorevolezza a realtà editoriali- informative più ufficiali.

Quanto finora espresso è strettamente connesso alle pratiche di accesso e alfabetizzazione rispetto al digitale.

PARTE II – DA SPETTATORE PASSIVO A FRUITORE ESIGENTE: UN’ANALISI DELL’UTENTE 2.0

Confronto media tradizionali e new media e modalità di offerta dei contenuti

All’interno delle analisi legate all’utilizzo di internet, sono altresì interessanti i risultati relativi all’approccio e fruizione dei contenuti audio/video.

Da notare, nell’ottica generale, la registrazione di una crescita nella fruizione della tv via internet, che registra un aumento nell’ambito delle web e smart tv del +2,4% in un anno28. In particolare l’11,1% degli italiani utilizza le piattaforme video per guardare programmi.

Connesse a questo nuovo tipo di fruizione televisiva sono le dinamiche della Social Tv. In esse la fascia d’età più rappresentata è quella che copre l’intervallo 25-34 anni. All’interno di questa, ad esclusione di tematiche quali sport, talent e reality – il cui pubblico è prevalentemente maschile – sono le donne a risultare come utenti maggiormente attivi. Nei primi sei mesi dello scorso anno, sono stati circa 5,4 milioni gli Italiani che, in media, hanno commentato i programmi televisivi attraverso e all’interno delle piattaforme social. La Social Tv è un’esperienza di cui non si può non tener conto, in quanto estende il tempo di rilevanza di una property televisiva e si connette direttamente con gli umori della società. Ciò significa che è una pratica naturalmente predisposta a veicolare messaggi, positivi o negativi che siano, e a cui è quindi doveroso prestare molta attenzione.

Secondo i dati del 15° Rapporto sulla comunicazione del Censis29 , nel confronto tra i media tradizionali e i new media, emerge un chiaro trend a favore dei secondi all’interno della prospettiva delle pratiche di informazione contemporanea.

Sebbene la televisione tradizionale rimanga ancora oggi il media più amato con un valore di utenza in dati percentuali pari a 89,9%30 per la tv digitale terrestre e del 41,2 % per la tv satellitare, gli stessi risultano essere inferiori di circa il 2,3% rispetto ai valori dell’anno precedente. L’utenza per le Web e smart tv è del 30%, per le mobile tv del 25,9%.

Anche la radio tradizionale è in crisi con una perdita di circa il 2,9% dell’utenza a fronte di un aumento delle trasmissioni radiofoniche via mobile (21%) e pc (17%).

A completare questo quadro è emerso che il 56% degli italiani non fruisce abitualmente di libri, giornali, riviste e periodici.

Per comprendere appieno le modalità secondo cui i contenuti di informazione e intrattenimento si integrano nel nostro quotidiano, bisogna quindi guardare specificatamente al web. In ambito social l’esperimento editoriale più interessante e soprattutto innovativo degli ultimi anni si conferma Freeda. Progetto editoriale pensato e costruito esclusivamente per i social (il sito internet di riferimento31 collegato è una sorta di pagina vetrina, che rimanda ai contenuti postati sui social network) e che vede nei millenials e nella cosiddetta “generazione x” il target principale di riferimento, Freeda si caratterizza per l’intenzione di veicolare – attraverso un linguaggio marcatamente pop – temi ed esperienze femministe oltre che queer.

Nel momento della sua nascita social, nel 2017, Freeda si è presentato come “Il primo media italiano di nuova generazione che si rivolge a un pubblico di donne millenial” ed è arrivato a contare una fanbase di 1.641.285 utenti su Facebook e 1,2 milioni di follower su Instagram. Il target di riferimento sono quindi le donne tra i 18 e 34 anni, pubblico sensibile ad una linea editoriale costruita su instant articles: contenuti veloci e immediati, pensati appositamente per una fruizione solo online che minimizza il ricorso a link esterni puntando piuttosto su video della durata di circa 3 minuti sottotitolati (possono quindi essere visti senza audio durante lo scroll della proprio newsfeed). I temi affrontati, generalisti, sono per lo più legati all’empowerment femminile e alle pratiche di auto- affermazione. Daria Bernardoni, editor del progetto, ha dichiarato che Freeda intende appartenere alla cosiddetta quarta ondata del femminismo: un femminismo più aperto ed inclusivo, inteso a promuovere la parità e non la “guerra” tra i sessi.

Il progetto è stato lanciato dalla Ag Digital Media e fondato da Andrea Scotti Calderini e Gianluigi Casole. All’interno della società sono entrati Ginevra Elkann e la società FW, di cui fa parte Lorenzo Mieli.

Durante il 47° Convegno dei Giovani Imprenditori di Confindustria, Daria Bernardoni ha spiegato che la redazione di Freeda è composta al 75% da donne e che il modello di business del progetto è strettamente connesso alla possibilità che Freeda, diventata voce di una generazione, offre alle aziende: entrare in contatto diretto con questo target [giovani donne tra i 18 e i 34 anni] attraverso attività di comunicazione e marketing a 360°33.

Sulla stessa scia “social only” è l’analogo esperimento firmato da Condé Nast Italia: Lisa, diventato poi Experience is (in entrambi i casi si mira a sfruttare la viralità dei contenuti promossi su Facebook e Instagram)

Le questioni legate al tentativo di colmare un divario di genere all’interno non solo dei protagonisti dell’informazione, ma anche dei contenuti, rappresentano evidentemente uno dei trend più seguiti.

Anche le più importanti realtà in essere nell’ambito dello streaming online hanno aggiornato i propri cataloghi con prodotti d’intrattenimento volti a dare nuove letture dell’esperienza femminile.

Prima tra tutte Netflix, piattaforma regina dello streaming on demand, che propone e produce film, format seriali, documentari e docu-serie legati a questa nuova visione. Il target di riferimento della più importante piattaforma di streaming, Netflix, risulta infatti essere caratterizzato da una netta percentuale di pubblico femminile: circa il 65% e con un’età compresa tra i 24 e i 35 anni.

Per citare alcuni esempi di contenuti che mirano a de-stereotipizzare la figura femminile: Miss Representation (2011), She’s beautiful when she’s angry35 (2014), Chelsea does… (2016) e Femministe: ritratti di un’epoca (2018). A queste vanno aggiunte le numerose serie, prodotte direttamente da Netflix o acquisite ed in catalogo, che riguardano l’universo femminile nelle sue diverse sfaccettature. Degna di nota è la presenza, tra le sezioni di suggerimenti, di catalogazioni dedicate a “donne che dominano lo schermo” (citazione testuale della categoria) o serie con protagoniste femminili forti.

Non va tralasciato che, nella profilazione automatica della piattaforma, questo genere di contenuti viene immediatamente suggerito ad un pubblico di sesso femminile. Attraverso l’utilizzo dei big data e i trend di visualizzazione storici, Netflix – così come avviene non solo per le altre piattaforme di streaming ma anche con i contenuti sponsorizzati che vengono proposti sulle piattaforme social e attraverso i motori di ricerca – evidenzia o meno una serie di contenuti e tematiche già potenzialmente interessanti per l’utente finale.

L’esponenziale aumento di possibilità di scelta che si prospetta all’utente in termini di notizie o prodotti informativi e di intrattenimento, ha inevitabilmente reso più complessa la ricerca e la selezione di ciò che l’utente può volere o a cui può essere interessato, soprattutto quando questo si muove – come spesso accade – in maniera distratta tra le diverse piattaforme. Questo ha fatto si che si sviluppassero strategie di utilizzo dei big data perché siano i contenuti stessi ad essere proposti all’utente secondo una profilazione costante delle sue attività di ricerca – ma non solo – on line. L’utente si ritrova quindi spesso a subire l’informazione o le proprie scelte in modalità passiva.

La profilazione di Netflix a cui si è poc’anzi fatto riferimento è un esempio evidente.

La sua interfaccia grafica di navigazione si presenta infatti in una vista estremamente semplificata rispetto al complesso sistema di metadati sotteso al catalogo offerto all’utente.

Il sistema (che non differisce molto da quello di altre piattaforme di streaming come, ad esempio, Spotify), con la sua catalogazione per generi e sottogeneri indicativi e la sezione dei “consigliati” favorisce così una modalità passiva dell’utente, limitandone le modalità attive di ricerca del contenuto e penalizzando quella parte di target che desidererebbe un maggior controllo sui contenuti.

 

NOTE

28 Fonte: 51° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2017

29 https://www.primaonline.it/wp-content/uploads/2018/10/Presentazione-11-ottobre.pdf
30 I dati espressi non considerano differenza di genere se non espressamente dichiarato.
31 http://www.freedamedia.com/

PARTE II – DA SPETTATORE PASSIVO A FRUITORE ESIGENTE: UN’ANALISI DELL’UTENTE 2.0

Il podcast come nuovo strumento informativo e di approfondimento

Le riflessioni più interessanti nell’ambito dei tentativi di risposta al gap generazione nel settore dell’informazione sono quelle legate all’evoluzione nell’approccio e nella fruizione dei podcast. La prima cosa da sottolineare è che, nonostante il podcast sia un format nato nel primo periodo del Duemila, solo ultimamente si sta effettivamente affermando come possibile e utile veicolo di informazione e comunicazione. La diffusione sempre maggiore dell’utilizzo e dell’interesse intorno a questo tipo di contenuto voice only è altresì testimoniata dal rapido incremento dell’industria ad esso connessa e degli innumerevoli servizi che si prestano a farvi riferimento (dalle app agli assistenti vocali e all’internet delle cose). Secondo il report dell’Interactive Advertising Bureau (IAB) e di PwC, il fatturato stimato dell’industria legata al podcasting produrrà un fatturato stimato di più di un miliardo di dollari entro il 2021.

Se, secondo i dati Censis sull’utilizzo della rete, diminuisce l’ascolto delle radio in fm e aumenta la fruizione di contenuti audio online sia in streaming che in download, è proprio grazie all’aumento dei device attraverso cui è diventato possibile oggi fruire di contenuti audio first (non più solo smartphone e pc ma anche tablet, smart tv e smart speakers) che si possono iniziare ad intuire le interessanti possibilità di sviluppo e utilizzo in termini di informazione dei podcast. Sfruttando le possibilità di una connessione onnipresente potenziata dall’avvento di una nuova generazione di dispositivi domestici attivabili e gestibili attraverso i soli comandi vocali, l’uso degli schermi potrebbe progressivamente diminuire (rispetto alla totalizzante esperienza del nostro quotidiano attuale), in favore di un potenziamento del Digital Audio.

Nota a sé la caratterizzazione della user experience come maggiormente predisposta ad una esperienza individuale e intimistica, quindi riflessiva, e l’interessante possibilità di ideazione, creazione e diffusione di contenuti dal basso. Ancora, una delle principali caratteristiche di questo contenuto (a differenza di quello che viene diffuso nei palinsesti radiofonici tradizionali) è la naturale predisposizione del mezzo all’approfondimento e all’attenzione verso nicchie informative e/o di contenuti specifici e la catalizzazione di un pubblico predisposto a questo tipo di approfondimento, protagonista quindi di una ricerca attiva dell’informazione.

In linea con quanto già evidenziato nell’ambito delle dinamiche di rapporto tra informazione e social media, anche il podcasting si propone come pratica sempre più diffusa tra le nuove generazioni per produrre e diffondere materiale informativo e di approfondimento e cercare così di superare le evidenti difficoltà di inserimento all’interno delle realtà di informazione più tradizionali. Quello che ne deriva è, per certi versi,

identificabile come una specie di circuito parallelo di contenuti prodotti per inserirsi all’interno del costante flusso informativo.

Purtroppo anche in questo settore bisogna però confrontarsi con la scarsa presenza femminile nella firma di questa tipologia di intrattenimento voice only. Nella consapevolezza di questo aspetto, viene da riflettere su una delle più ataviche problematiche che purtroppo hanno visto protagonista l’assenza – o meglio, il ritardo – del coinvolgimento delle donne all’interno delle innovazioni culturali più o meno contemporanee e tecnologiche (digital gender gap).

Anche Spotify, uno dei maggiori e più diffusi servizi digitali specifici per lo streaming dei contenuti audio, ha integrato l’offerta della libreria musicale con l’introduzione della sezione podcast, che comprende una serie di contenuti divulgativi e di intrattenimento. Tra gli stessi sono da citare, in quanto inerenti alla problematica poc’anzi sollevata, almeno due raccolte di podcast, evidentemente orientati alla ricostruzione di un immaginario femminile forte e indipendente: Senza rossetto (progetto di Giulia Cuter e Giulia Perrone) e Morgana (di Michela Murgia, scritto con Chiara Tagliaferri). Oggetto del primo è la figura della donna e delle convenzioni socialmente attribuitele tra passato e presente attraverso i racconti di scrittrici contemporanee. Il secondo racconta invece la vita di donne “difficili da collocare”, forti e controcorrente. Tra le altre Santa Caterina da Siena, Margaret Atwood e Vivienne Westwood.

Sempre Spotify ha ulteriormente sottolineato la portata innovatrice di questo contenuto, annunciando la sigla di un accordo in esclusiva con Higher Ground, società di produzione di proprietà di Barack Obama e Michelle Obama, per la produzione di podcast.

PARTE II – DA SPETTATORE PASSIVO A FRUITORE ESIGENTE: UN’ANALISI DELL’UTENTE 2.0

Donne nell’informazione e rappresentazioni di genere

Il complesso rapporto che lega donne e informazione sviluppa le sue problematiche su almeno un doppio binario. Da una parte vi sono le questioni più strettamente connesse alla fase di produzione dell’informazione e che riguardano le situazioni di oggettiva difficoltà e disparità riscontrate all’interno della categoria delle giornaliste, ma anche in quella, più ampia e varia, di quante vengono chiamate a ricoprire il ruolo di opinioniste all’interno di programmi di attualità e costume. Dall’altra parte vi sono i limiti di una rappresentazione della donna come oggetto d’informazione in senso stretto ma anche come protagonista di prodotti socio-culturali intenti, più o meno consapevolmente, a veicolare una tipologia di immaginario ancora troppo legato ad una rappresentazione stereotipata della donna nella società contemporanea.

La prima constatazione è che l’insieme delle problematiche oggetto di questa ricerca sono più ampiamente riscontrabili tanto in territorio nazionale quanto in contesti internazionali. Se a questi ultimi si deve un’eco maggiore, è anche vero che gli stessi hanno reso possibile una più sentita presa di coscienza e apertura verso la necessità urgente di arginare situazioni di grave distorsione sociale, lavorativa ed economica.

Come evidenziato dal report a cura dell’Institute for Women’s Policy Research, nel 2017 il divario tra i salari medi maschili e quelli femminili equivale a 19.5 punti percentuali, invariati dal 2016. Lo stesso report ha inoltre evidenziato che, mantenendo invariato il ritmo del cambiamento nel rapporto annuale degli utili secondo i valori tracciati a partire dal 1960, la parità salariale tra uomini e donne verrà raggiunta non prima del 2059.

A tal riguardo, ed in maniera più pertinente rispetto al segmento specifico in oggetto in questa ricerca, ha fatto scalpore sui giornali di tutto il mondo la presa di posizione delle giornaliste della Bbc, firmatarie nel 2017 di una lettera aperta37 di protesta verso il direttore generale Tony Hall per richiedere, con effetto immediato, un adeguamento del loro salario – e del salario dell’intero personale femminile impiegato a vario titolo all’interno dell’emittente – rispetto a quello dei colleghi uomini.

In Italia, secondo la classifica stilata dal Wef (World Economic Forum)38, si assiste ad un pericoloso peggioramento della situazione di disparità tra uomini e donne. Il tasso generale del gender gap fa infatti precipitare il nostro paese all’82esima posizione rispetto ai 144 Paesi presi in esame, con un crollo di 32 posizioni rispetto al 2016. Gli ambiti attraverso la cui analisi si è arrivati a definire la classifica sono diversi: dall’educazione, al lavoro, alla presenza in ambito politico. Il dato più preoccupante si conferma quello legato alla parità salariale laddove, dall’analisi sviluppata dal Wef, emerge che la quota percentuale di lavoro quotidiano non pagato è pari al 61,5% per le donne contro il 22,9% per gli uomini.

Nel rapportarci a questa stima occorre tener bene presente non solo del divario che, nell’effettivo, riguarda il livello salariale, ma anche di tutti quei fattori sia politici che sociali che ostacolano le donne all’interno del mondo del lavoro.

All’interno di un siffatto quadro generale, un ulteriore elemento preoccupante è quello legato alle molestie. Secondo i dati Istat39 si stima che, il 43,6% delle donne tra i 14 e i 65 anni hanno subito una qualche forma di molestia sessuale nel corso della loro vita e che circa il 15,4% le abbia subite negli ultimi tre anni. A fronte, tuttavia, di una costante diminuzione dal 1997-98 ad oggi delle vittime di molestie fisiche e verbali a vario titolo, dal 2008-2009 risulta invece stabile il tasso dei ricatti sessuali sul lavoro subiti nei tre anni precedenti alla rilevazione.

Nel febbraio 2018 sulla scia dei più noti movimenti del #metoo e sulla scorta delle proteste sollevatesi in ambito internazionale, oltre 450 giornaliste italiane sono state firmatarie di un documento contro molestie sessuali e situazioni di disparità di genere – sia salariale che di carriera – e per chiedere una presa di posizione maggiore da parte dell’informazione nella battaglia contro gli abusi.

Prima di procedere oltre e arrivare a trattare il tema della rappresentazione della donna, è opportuno concludere i discorsi relativi alla sua presenza nell’universo lavorativo e, specificatamente, in quello dell’informazione riportando i dati resi noti dai ricercatori dell’Ejo40 (European Journalism Observatory). I risultati dell’analisi svolta dimostrano infatti quanto la disparità di genere sia generalmente frequente nelle testate a stampa. Tuttavia, seppure nelle organizzazioni digitali vi sia nel complesso un maggior equilibrio, la maggior parte tende comunque a preferire contributi (sia testuali che fotografici) a firma maschile. In alcuni Paesi si è addirittura riscontrata la presenza di articoli attribuiti ad agenzia in quantità maggiore rispetto a quelli attribuiti a giornaliste. Tra i Paesi in cui si è potuto verificare il maggior tasso di disparità di genere nelle firme figura l’Italia con il 63% di autori maschili contro il 21% di autrici femminili.

Su proposta del consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, l’Osservatorio di Pavia a partire dal 2011 ha avviato una ricerca sull’immagine delle donne nei media e, a partire dal 2004, anche rispetto all’informazione. Interessanti41 sono i risultati restituiti dalle analisi delle presenze femminili all’interno dei più noti talk show d’informazione laddove si evidenzia una presenza pari a solo il 24% a fronte di circa 2000 ospiti. In particolare la presenza di opinioniste donna è apparsa maggiormente legata a temi sociali (22%) e di costume e società (16%) a fronte di una scarsa presenza all’interno dei dibattiti relativi a questioni politiche (6%), economiche (7%) e di giustizia (3%). In aggiunta a ciò, solo il 37% delle donne è coinvolto in qualità di esperte (contro il 66% degli uomini).

Ancora nel 2014, l’Osservatorio di Pavia ha realizzato uno studio per la Rai all’interno del quale è emerso che solo il 41% delle conduttrici e presentatrici è donna e che i settori in cui la loro presenza è più forte rimangono quelli del servizio e dell’intrattenimento. L’unico ruolo in cui la presenza femminile si assesta su valori nettamente superiori rispetto a quelli maschili è la presenza all’interno delle trasmissioni televisive in qualità di pubblico in studio o da casa.

Negli anni 2016 e 2017, l’Università Roma Tre, ha portato avanti un progetto di monitoraggio sulla rappresentazione femminile all’interno della programmazione RAI42. I dati che se ne evincono risultano particolarmente interessanti per comprendere verso quale direzione ci si sta impegnando nell’ottica di un superamento delle distorsioni di genere all’interno delle rappresentazioni e del vivo tessuto sociale.

Occorrerà ricordare che all’interno della prospettiva disciplinare dei feminist studies, è stata riconosciuta una natura dello sguardo sempre sessualmente orientata sulla scorta di codifiche ideologiche e già culturalmente e socialmente definite.

Nell’ambito dei monitoraggi a cui si è poc’anzi fatto riferimento è emerso innanzitutto un lieve ed incoraggiante aumento delle percentuali di figure femminili all’interno dei programmi Rai pari al 2,7%. La corretta interpretazione di questo dato non può non tener conto del fatto che si tratti di un valore medio e che presenta in linea generale scarti differenti rispetto ai generi monitorati. A fronte di un aumento di partecipazione femminile nei programmi di intrattenimento (40,5%), in quelli che riguardano cultura, scienza e ambiente si registra un calo del 33,9%. I programmi di attualità e servizio vedono, rispetto ai valori del 2016, un aumento sul totale della presenza di figure femminili rispettivamente del 11,3% e del 8,0%. Si conferma invece l’ambito delle rubriche sportive quello con la percentuale più bassa di presenza femminile, con un valore pari al 14,7%. A tal proposito, tuttavia, il dato positivo è che in questo settore si registra comunque una partecipazione femminile legata alla professionalità delle donne coinvolte pur essendo il loro ruolo prevalentemente di supporto o assistenza.

Da un punto di vista anagrafico è emerso che oltre il 56% delle donne rappresentate hanno un’età che va dai 19 ai 49 anni in linea con quanto avviene in ambito europeo e internazionale laddove si conferma la rappresentazione in televisione di una donna prevalentemente giovane. A fronte di ciò, rispetto al 2016, si può evidenziare un aumento della presenza di donne collocabili in fasce d’età adiacenti a quella sopra citata. In particolare si registra un aumento pari al 25,1% di teenager e del 12,7% di donne con un’età compresa tra i 50 e i 64 anni. Cala invece il dato relativo alla presenza delle categorie più estreme: ultrasessantacinquenni e bambine che rispettivamente rappresentano il 6,0% e l’1,7% del totale delle donne rappresentate.

Il genere televisivo in cui vi è una maggior presenza rispetto alla media di donne in una fascia d’età compresa tra i 19 e i 49 anni è quello dell’intrattenimento (oltre il 70%) mentre nell’ambito dell’informazione questo valore risulta non solo meno marcato, ma nell’ambito dei programmi che trattano tematiche di attualità, oltre il 37% delle donne che vi partecipano ha almeno 50 anni (nell’approfondimento il valore supera il 30%).

Nell’ambito dell’entertainment è nella fiction e nelle serie tv che si registra la più alta presenza femminile delle donne nel ruolo di protagoniste o co-protagoniste.

A fronte di un aumento dei dati di presenza delle donne all’interno delle dinamiche televisive, non è possibile non operare un confronto con i motivi della rappresentazione maschile. Da ciò viene fuori che la presenza delle donne risulta maggiormente legata al loro ruolo familiare (+4,7%), a bellezza o appeal sessuale (+2,0%), in quanto vittime o parenti di vittime (+1,6), per il loro genere (+0,6%). A parte la rappresentazione nel contesto familiare, i valori relativi alle altre motivazioni di rappresentazioni citate dimostrano comunque una diminuzione di scarto rispetto ai valori del 2016. In ogni caso appare evidente come questi dati restituiscano la permanenza di un immaginario femminile ancora connesso a doppio filo con quello familiare, molto più di quanto avviene per la rappresentazione maschile che invece vengono maggiormente rappresentati per le loro capacità professionali o perché ricoprenti ruoli di potere (rispettivamente 66,7% e 3,9%).

I discorsi su una rappresentazione stereotipata del genere diventano allora necessari da monitorare per comprendere appieno le evoluzioni di cui auspichiamo essere testimoni.

Da quanto emerge dal monitoraggio svolto nell’anno 2017 all’interno della programmazione Rai, è emersa una sostanziale correttezza rispetto alla gestione degli stereotipi di genere laddove nell’82,3% dei programmi non si sono riscontrate distorsioni di rappresentazione evidenti e solo nell’11,9% dei casi ne sono state registrate di lievi.

In linea con quanto rilevato nel monitoraggio 2016, gli ambiti in cui è possibile riscontrare un maggior uno di rappresentazioni stereotipate sono il cinema co-prodotto o distribuito da RAI/01 Distribution (in cui sono state riscontrate criticità nel 13,8% dei casi), l’intrattenimento (11,8%) e la fiction (10,0%). Quest’ultima, sia nel 2016 che nel 2017, ha registrato una percentuale maggiore rispetto agli altri di un ricorso reputato grave degli stereotipi (2,9% dei casi).

Tra le motivazioni alla base del ricorso a questo genere di rappresentazione vi è il fatto che, in questi contesti narrativi, le donne vengono inserite all’interno di un paradigma che esprime la polarità tra la donna oggetto/seduttrice e “angelo del focolare”. Diversamente, seppur in maniera minore, questo è giustificato dall’esigenza di una rappresentazione in linea con lo stereotipo della donna debole, vittima o sopravvissuta (17,7%).

Nel complesso risulta comunque possibile affermare che solo nell’1% dei casi monitorati e analizzati è stato possibile riscontrare un livello di rappresentazione classificato come grave e significativo nel 7,6%.

Rispetto alle pratiche relative alla strumentalizzazione e mercificazione del corpo femminile nonché a pratiche di volgarità, il monitoraggio a cui si sta facendo riferimenti all’interno di questo focus ha registrato, rispetto al 2016, una sostanziale diminuzione delle inquadrature e sequenze di immagini riconducibili ad una mera esibizione del corpo femminile.

Anche in questo caso l’ambito in cui maggiormente è ancora attuata questa pratica è quello del cinema e della fiction (34,5% e 32,9%) e dell’intrattenimento (33,1%). Vi è comunque da operare una distinzione legata ad una eventuale pertinenza dell’esibizione del corpo legata ad esigenze di rappresentazione del personaggio o dell’argomento trattato.

All’interno dei programmi di intrattenimento, il ricorso ad inquadrature o sequenze insistenti sul corpo della donna o su alcune sue specifiche parti e più evidente e riscontrabile nel 6,6% dei casi. Rispetto ai dati emersi nei monitoraggi del 2016, nell’anno 2017 si è comunque osservata una leggera riduzione di questo fenomeno.

NOTE

37 https://www.theguardian.com/media/2017/jul/23/fix-bbc-pay-gap-female-stars-director-general-fullletter
38 http://www3.weforum.org/docs/WEF_GGGR_2017.pdf

39 https://www.istat.it/it/files/2018/02/statistica-report-MOLESTIE-SESSUALI-13-02-2018.pdf?title=Molestie+sessuali+sul+lavoro+-+13/feb/2018+-+Testo+integrale+e+nota+metodologica.pdf
40 https://it.ejo.ch/in-evidenza/donne-genere-giornalismo

41 http://www.ingenere.it/articoli/il-gender-gap-dellinformazione
42 http://www.rai.it/dl/docs/1525866307125Monitoraggio_della_Figura_Femminile_2017_-_ISIMM_.pdf

PARTE II – DA SPETTATORE PASSIVO A FRUITORE ESIGENTE: UN’ANALISI DELL’UTENTE 2.0

Prime valutazioni finali e il caso Open

I percorsi di ricerca e riflessione svolti nell’ambito della ricognizione e analisi dei nuovi format di informazione, della natura della loro utenza e del dialogo tra l’informazione e i gap generazionali e di genere, non possono che concludersi con una valutazione incrociata che mira a definire possibili evoluzioni di integrazione.

Il primo dato che pretende di essere considerato è come le nuove modalità di fruizione dell’informazione si stiano contaminando. Le prospettive aperte grazie alle possibilità offerte dal digitale – nel senso più ampio del termine – se da una parte si collocano nell’urgenza di rispettare i tempi dell’immediatezza informativa, dall’altra ben si prestano a riscoprire ma soprattutto a rivalorizzare i momenti di approfondimento.

Nell’ottica di una proposta di innovazione intesa a migliorare la qualità dell’informazione da una parte e l’equità in termini di riconoscimenti e contenuti dall’altra, e viste le differenze di approccio ai device tecnologici e alle piattaforme digitali, potrebbe risultare interessante l’ideazione di una tipologia di informazione su doppio tempo.

Ad una informazione in real time dovrebbero pertanto corrispondere approfondimenti mirati e costruiti già attraverso la possibilità di interazione con l’utente e integrazione tra i media.

Le pratiche social dello sharing hanno già posto le basi di una fruizione compartecipata che, se ben compresa nelle sue dinamiche, può aumentare il valore della pratica d’informazione laddove questa realizza un costante rimando dei suoi contenuti con i diversi utenti di cui può riuscire a comprendere i bisogni. A questo tipo di dialogo deve poi corrispondere una tipologia di contenuto informativo accurato e qualitativamente di valore, idoneo a soddisfare le esigenze di un utente che è predisposto a cercare e fruire delle informazioni in luoghi non convenzionali e dinamici: le piattaforme di streaming e di podcasting ne sono un valido esempio.

Attualmente i luoghi virtuali dell’informazione si stanno rivelando terreno fertile per i tentativi di superamento della difficoltà delle nuove generazioni di trovare spazio e riconoscimento all’interno del sistema di informazione tradizionale. Ciò si è tradotto in una serie di esperimenti di creazione di nuovi format editoriali. Dopo il caso Freeda e le possibilità rese possibili grazie ad un uso strutturato dei podcast, uno degli esempi più rilevanti da monitorare e seguire è quello rappresentato da Open, l’esperimento editoriale ideato e promosso da Enrico Mentana, per permettere ai giornalisti di nuova generazione di trovare uno spazio in cui esprimersi e crescere professionalmente.

Stando a quanto dichiarato dallo stesso Mentana sui suoi canali social – luoghi esclusivi in cui si è risolta la promozione “ufficiale” del progetto – è nata a partire dalla consapevolezza del giornalista della difficoltà incontrata dalle nuove generazioni ad inserirsi professionalmente in un settore evidentemente in forte crisi come quello dell’informazione e, laddove questo riesce comunque ad accadere, la sostanziale precarietà dello stato di lavoro.

Open si struttura come un prodotto giornalistico pensato solo per l’online attraverso la creazione in rete di un sito e la possibilità di accedervi tramite una app ad esso collegata. Il giornale, completamente mobile quindi e totalmente gratuito, propone contenuti afferenti ai diversi campi dell’informazione sotto forma di articoli, inchieste, approfondimenti, dirette e podcast, mantenendo alta l’attenzione sui temi inerenti al mondo del lavoro e sull’impegno contro la diffusione delle fake news.

La filosofia dietro l’attuazione e la diffusione di questo prodotto è quella di offrire uno strumento dinamico e accessibile a chiunque in ogni momento, ma soprattutto appare evidente l’intenzione – già dalle modalità attraverso cui il progetto Open è stato promosso e diffuso dal suo ideatore – di collocarsi al centro dei bisogni informativi della nuova generazione diventandone riferimento sia in termini di credibilità informativa sia di possibile risposta al disagio dei nuovi aspiranti professionisti del settore.

Il giornale si propone inoltre di tornare a nobilitare la figura del giovane giornalista anche in termini economici e si pone l’obiettivo di sostenersi solo attraverso la pubblicità, mantenendo così la possibilità di fruizione completamente gratuita e senza scopi di lucro. In linea con questo proposito, l’investimento iniziale pari a circa un milione di euro, è stato interamente sostenuto dal suo promotore, che ne è anche garante economico.

All’annuncio del progetto nel luglio 2018 ha fatto seguito nel mese di settembre l’annuncio ufficiale della fondazione della società editoriale e la presentazione dei 24 giovani giornalisti selezionati – previa presentazione del CV e colloquio – e l’inizio ufficiale dei lavori il 1° dicembre.

Open rappresenta dunque un caso di studio interessante, da valutare meglio nel lungo periodo; ma il digitale offre anche altri strumenti, ancora largamente inesplorati, che si prestano ad essere utilizzati come canali d’approfondimento per l’informazione giornalistica, e dunque come presidio per contrastare il fenomeno fake news che, come accennato in precedenza, ha trovato nel web un veicolo di diffusione immediato, senza precedenti.

PARTE II – DA SPETTATORE PASSIVO A FRUITORE ESIGENTE: UN’ANALISI DELL’UTENTE 2.0

Immergersi in una nuova era del giornalismo

Trasformare lo spettatore in “testimone” degli eventi, cambiando radicalmente il suo modo di approcciarsi alla notizia: sin dagli anni Novanta (Biocca e Levy, 1995) il mondo dell’informazione ha individuato nella realtà virtuale una possibile risorsa.

Negli anni, il progresso tecnologico ha portato ad una maggiore disponibilità di strumenti e software sempre più sofisticati, e a diversificare quello che genericamente veniva definito “virtuale”: ad oggi, sono più netti i confini tra realtà virtuale, realtà aumentata e realtà mista; tre facce di un’innovazione, che si distinguono per il grado di interazione tra l’utente e il mondo concreto:

  • nella realtà virtuale, l’utente vive l’impressione di essere completamente immerso in un mondo del tutto artificiale, con un grado di interazione nullo nel mondo reale;
  • nella realtà aumentata, all’ambiente reale si sovrappongono contenuti informativi virtuali come testi e immagini;
  • nella realtà mista avviene un incontro tra realtà virtuale e realtà aumentata: l’utente è pienamente consapevole dell’ambiente reale che lo circonda, ma può interagire con gli oggetti virtuali sofisticati (testi, contenuti multimediali, ologrammi) che appaiono all’interno del suo campo visivo.

Da tempo il giornalismo, soprattutto quello statunitense, ha iniziato ad esplorare le potenzialità di questo tipo di tecnologia, focalizzandosi però soprattutto sulla realtà virtuale. Interessante è il lavoro di Nonny de la Peña, giornalista (ha collaborato con testate come Newsweek e The New York Times), pioniera dell’uso del virtuale a scopi informativi: è lei, nel 2010, a coniare l’espressione “immersive journalism”, giornalismo immersivo (de la Peña et al., 2010).

Uno dei primissimi lavori di giornalismo immersivo realizzati da de la Peña e dal suo Emblematic group è Hunger in Los Angeles (2012), documentario che ricostruisce tramite la realtà virtuale un episodio realmente avvenuto e documentato nella città statunitense: la crisi ipoglicemica di un uomo diabetico, durante una estenuante fila per ricevere cibo all’esterno della First Unitarian Church. Lo spettatore, completamente immerso nelle strade di Los Angeles, ascolta le testimonianze audio reali, raccolte nel momento in cui l’episodio è successo, e vede l’uomo steso a terra, preso dal malore. “Sapevo di non poter far sentire affamate le persone, ma forse potevo trovare un modo per far provare loro qualcosa di fisico”, ha raccontato poi de la Peña43; nonostante i limiti di una tecnologia ancora in fase embrionale, Hunger in Los Angeles ha segnato gli spettatori: “Vedevo persone a terra che cercavano di consolare la vittima, che cercavano di sussurrargli parole all’orecchio, di aiutarlo in qualche modo, anche se non potevano”, ha riportato la giornalista, che negli anni ha poi realizzato diversi lavori collegando la realtà virtuale a problematiche sociali, dando al suo giornalismo immersivo una connotazione fortemente etica. Nel 2014 il World Economic Forum ha commissionato alla “madrina della realtà virtuale” Project Syria, un lavoro sulla piaga dei bambini rifugiati nel distretto di Aleppo, in Siria: uno strumento per chiedere ai leader politici mondiali di immergersi nella drammaticità del fenomeno e spingerli ad azioni concrete.

“Con la realtà virtuale posso condurvi al centro della storia, e voi avrete la sensazione di essere davvero lì con il corpo”, ha affermato la giornalista, sottolineando che, nel realizzare questo tipo di prodotti, “i principi base del giornalismo in realtà non cambiano: l’elemento diverso è la sensazione di essere presenti sulla scena. Bisogna stare molto attenti nel creare i pezzi, seguire le migliori pratiche giornalistiche ed essere sicuri che storie così potenti siano costruite con integrità. Se non raccogliamo noi stessi il materiale, dobbiamo essere estremamente esigenti nel capirne la provenienza e l’autenticità”.

Anche le grandi redazioni internazionali, dal New York Times alla CNN, hanno dato spazio alla realtà virtuale, offrendo al proprio pubblico contenuti immersivi di diverso genere. A riprova della consapevolezza della potenza di questo tipo di tecnologia, l’assegnazione del Premio Pulitzer 2018, sezione Explanatory Reporting, ai giornalisti delle testate The Arizona Republic e USA Today Network, che hanno realizzato “testimonianze chiare e tempestive, che combinano magistralmente testo, video, podcast e realtà virtuale per esaminare, da più punti di vista, le difficoltà e le conseguenze involontarie di adempiere all’impegno del presidente Trump di costruire un muro lungo il confine statunitense con il Messico”44.

Nonostante le numerose potenzialità, tuttavia, il giornalismo immersivo non si è ancora imposto come elemento trainante del mondo dell’informazione mainstream: ciò è da ricondurre a diversi fattori, in primis i costi elevati per l’acquisto delle tecnologie.

Costi che iniziano oggi a diminuire, rendendo possibile anche l’esplorazione pionieristica di risorse che ancora non hanno mostrato appieno il loro valore, come la realtà mista.

PARTE II – DA SPETTATORE PASSIVO A FRUITORE ESIGENTE: UN’ANALISI DELL’UTENTE 2.0

La realtà mista: il caso Otip

Una tecnologia su cui puntare, allargandone il raggio d’azione, appare oggi Optip, un sistema integrato di comunicazione in holopresenza sviluppato da Predict, un’azienda innovativa tutta pugliese specializzata nella commercializzazione di strumenti sanitari.

Anche Optip è stato inizialmente concepito per l’assistenza sanitaria, come strumento di telemedicina per l’emergenza-urgenza e come mezzo di assistenza a distanza basato sulla realtà mista: il sistema è composto da un visore, un’applicazione desktop e un’applicazione per smartphone o tablet, oltre a un back-end di gestione delle interazioni.

Tutto questo permette all’operatore di vedere ciò che ha realmente davanti e condividere questa visione con un altro operatore a distanza (in remoto), collegato tramite un computer. Al contempo, il secondo operatore può interagire inviando elementi multimediali complessi, che appariranno nel campo visivo del primo sotto forma di ologrammi. Un esempio pratico, già ampiamente sperimentato, è l’assistenza in remoto durante un intervento chirurgico: il chirurgo presente in sala indossa i visori e condivide la visione del campo operatorio con un collega esperto, a distanza. Quest’ultimo può guidare l’intervento, dialogando in tempo reale con il chirurgo e inviandogli elementi come le immagini pre-operatorie, che appariranno a chi indossa il visore in sala sotto forma di ologrammi mobili nello spazio: l’operatore li potrà sovrapporre a oggetti presenti fisicamente, o spostare al margine del suo campo visivo.

L’estrema versatilità rende Optip (che recentemente è stato adottato da Tim per le sperimentazioni sulla rete 5G a Bari) facilmente utilizzabile in diversi ambiti. In quello dell’informazione, ad esempio, può essere utile sia come risorsa per i giornalisti che operano sul campo (si pensi ad esempio ai cronisti sui fronti di guerra), sia, soprattutto, come strumento per la fruizione di nuovi format da parte degli utenti, sempre assistiti, in tempo reale ma a distanza, da una figura terza (il giornalista in prima persona, o un membro della redazione, ad esempio).

Con Optip avviene un’interazione tra l’ambiente fisico in cui si trova l’utente e gli oggetti virtuali (ologrammi) proiettati, con un plus che, come visto nei paragrafi precedenti, si rende essenziale per i nuovi prodotti informativi: l’interattività. Tramite la mixed reality, è l’utente in prima persona a muoversi nello spazio, a scegliere cosa approfondire e cosa no, in un dialogo costante con la figura assistente: notizia e utente, insomma, si vengono incontro.

Optip è stato presentato nel corso della prima edizione di Web’s Cool, la summer school in Web editorial platform, Social media and communication in COOperative Learning organizzata da Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” nel 2017 e rivolta a giornaliste e giornalisti interessati al mondo della comunicazione digitale.

A sperimentare con soddisfazione questo nuovo, potenziale modo di fare giornalismo, Lino Patruno, ex direttore responsabile de La Gazzetta del Mezzogiorno ed attualmente direttore didattico del Master in Giornalismo dell’Università di Bari.

Optip si rivela particolarmente utile nel settore dell’infotainment, come canale di approfondimento e di alfabetizzazione all’informazione. Tendenzialmente adatto ad un target generalista, può essere valorizzato ulteriormente nell’ottica di format di nicchia, pensati per categorie particolari quali anziani, persone con disabilità motoria, o per famiglie con bambini piccoli, che inizierebbero un percorso guidato di acquisizione di consapevolezza, per stare al mondo senza esserne preda.

“Guardare” la notizia con i propri occhi, ascoltare le testimonianze autentiche raccolte sul campo, ma scegliere il percorso da seguire senza subire un flusso informativo a senso unico: elementi di cui il nuovo pubblico ha sempre più bisogno, e che possono diventare realtà.

PARTE II – DA SPETTATORE PASSIVO A FRUITORE ESIGENTE: UN’ANALISI DELL’UTENTE 2.0

Dentro la notizia: l’informazione a 360°

Ulteriore strumento interattivo di approfondimento, i video a 360 gradi sono strumenti che aiutano a raccontare le storie in modo diverso, portando lo spettatore dentro la notizia. Queste frontiere della tecnologia stanno formando un nuovo paradigma, che potrà cambiare il modo in cui consumiamo informazioni, le forme e la distribuzione dei contenuti nel giornalismo, proprio come internet e i social media hanno fatto in questi ultimi vent’anni.

I video sono girati con particolari telecamere con più obiettivi fisheye grandangolari, che riprendono la scena a 360°: non c’è un videomaker che decide cosa inquadrare, ma anche il giornalista è “immerso” nella scena della storia che sta raccontando. Un software poi ricuce ciò che è stato registrato dai diversi obiettivi, eliminando le parti che si sovrappongono.

Il prodotto finale è un video in cui lo spettatore è al centro della scena che viene raccontata, e può scegliere il proprio punto di vista indossando un visore di realtà virtuale o navigando sullo schermo del pc con il mouse o con il dito sullo smartphone.

Le principali media company mondiali hanno già raggiunto un alto grado di sperimentazione: Cnn ha attivato una virtual room sul visore più diffuso (Oculus), The Guardian, New York Times e Al Jazeera hanno rilasciato delle app per gli smartphone e canali di realtà virtuale. In Italia c’è stata una prima sperimentazione del Corriere della Sera, con il portale video Corriere360, ma l’editore non ha più dato seguito alla produzione di tali video, nonostante qualche buon reportage realizzato sulla camorra e nelle carceri.

In Puglia un giornalista professionista, Michele de Sanctis, ha fondato a settembre del 2018 una start up, MoreView, per la produzione di reportage giornalistici con video a 360°. Tre i video realizzati sperimentando questa nuova tecnologia. Nel primo video il giornalista ha portato lo spettatore nel cantiere del nuovo porto commerciale di Molfetta, fermo dal 2013. Una storia di sprechi e cattiva amministrazione, pubblicata da Quindici on line, un giornale locale.

Il secondo video ha come protagonista Antonio Giampietro, un giovane docente di 38 anni, non vedente dalla nascita, che ha lanciato un blog dal titolo “Non vedo che Bari” per supportare il suo impegno politico. La storia ha una ripresa in “POV”, con la telecamera sulla testa del protagonista che si muove con il suo cane guida tra le insidie della città e racconta la propria storia. Il video46, postato sulla pagina Facebook del progetto, ha ottenuto oltre 20.000 visualizzazioni.

Il terzo video è invece dedicato alla storia di Ibrahim Savane e alla Silent Academy, realizzata dalla Cooperativa sociale “Il sicomoro” per Matera 2019. Un sarto scappato da una persecuzione politica in Costa d’Avorio è diventato il responsabile di una sartoria sociale che integra le diversità. La storia è stata pubblicata sul portale nazionale Globalist.it47.

MoreView è stato presentato a Bari il 22 e il 23 novembre 2018, nell’ambito del 3° Forum of Mediterranean Women Journalists. Visori di realtà virtuale e cardboard sono stati messi a disposizione dei partecipanti al Forum, che hanno sperimentato le “Storie in scatola”, “entrando” nei campi profughi del Sudan e del Bangladesh, nella Nigeria segnata dall’insurrezione di Boko Haram, guardando cosa accade sul confine tra il Messico e gli Stati Uniti o al confine italo-francese di Ventimiglia.

Un altro modo nelle mani dei giornalisti per generare il coinvolgimento degli utenti, infine, è realizzare video in 3D: attraverso la postproduzione digitale, è possibile anche intervenire su contributi già prodotti, dando loro una veste nuova e più accattivante, riattualizzandoli. Anche i video in 3D sono particolarmente adatti all’infotainment, come mostra un’altra eccellenza pugliese, l’azienda HGV Italia di San Severo (FG). Esperta in multimedia e grafica tridimensionale, HGV ha realizzato documentari ed altri format in 3D, collaborando anche con importanti realtà nazionali.

Uno su tutti, il documentario sul territorio pugliese andato in onda all’interno di Ulisse, il programma di Rai3 ideato da Piero e Alberto Angela, e condotto proprio da quest’ultimo. Attraverso la tridimensionalità, HGV Italia ha regalato allo spettatore la possibilità di immergersi in edifici storici pugliesi, da Lucera a Lecce, facendolo viaggiare nello spazio e nel tempo in un modo straordinariamente coinvolgente.

Per concludere, come si è visto attraverso l’analisi dei diversi mezzi e delle diverse tecnologie, a prescindere dal medium e dall’epoca di riferimento resta fondamentale la missione giornalistica: condurre ricerche approfondite, trovare fonti e riferimenti visivi per la storia che si vuole raccontare. Tecniche come la realtà virtuale e mista, i video a 360à, il 3D, hanno il potenziale per aumentare la qualità e la profondità della nostra comprensione del mondo. Lo scopo principale di offrire una nuova prospettiva nella trasmissione delle notizie deve essere, è bene ribadirlo, informare meglio il pubblico, proprio perché la tecnologia influisce sul modo in cui “leggiamo” la realtà intorno a noi.

PARTE II – DA SPETTATORE PASSIVO A FRUITORE ESIGENTE: UN’ANALISI DELL’UTENTE 2.0

Il gaming: una nuova frontiera per l’informazione?

L’avvento di Internet ha prodotto una rivoluzione nel mondo mediatico. Sono entrate in scena diverse dinamiche, tra cui la possibilità, inedita nei media tradizionali, che chiunque sia contemporaneamente produttore e fruitore di contenuti, e la facoltà per gli utenti di interagire direttamente (ad esempio attraverso le piattaforme social) per recensire quanto visto o suggerire nuovi spunti. A condizionare le abitudini degli utenti, poi, è la crossmedialità: la televisione non è più il medium freddo di un tempo (McLuhan 1964); grazie alla connessione ad internet ed al collegamento con altri supporti, allarga notevolmente le possibilità d’azione dei fruitori, diventando una vera e propria finestra interattiva sul mondo. Uno dei settori che hanno beneficiato di questo progresso tecnologico è quello dei videogiochi; quello che prima era un mondo sostanzialmente chiuso, legato al rapporto esclusivo tra il giocatore e la piattaforma automatizzata (la possibilità di confrontarsi tra giocatori diversi esisteva, ma era legata al vincolo di essere simultaneamente presenti nella stessa stanza) ora si è aperto, ad esempio, a sfide tra giocatori distanti anche migliaia di chilometri tra loro.

Alla luce di questa trasformazione, il mondo del gaming offre alcuni spunti di riflessione su tematiche inerenti la presente ricerca. Ci si è chiesti, in particolare, se l’interattività e il fattore ludico possano essere elementi veicolabili da nuove piattaforme che coniughino contenuti informativi di qualità con modalità legate all’intrattenimento (il cosiddetto infotainment o edutainment, già esplorato dai media tradizionali). Un secondo filone della ricerca ha poi riguardato il gaming in un’ottica di genere. Si è cercato, perciò, di capire innanzitutto se il considerare quello dei videogiochi un mondo prettamente maschile sia giustificato o risenta di stereotipi radicati nella società Successivamente, si è ipotizzato che il gaming a scopi informativi possa essere un ulteriore strumento innovativo per veicolare contenuti legati all’empowerment femminile e combattere il gender gap.

Per capire meglio se il videogioco possa essere un medium attraverso il quale proporre informazione, in particolare quella di taglio giornalistico, si inizierà dando una definizione di videogioco, passando in rassegna un’analisi sull’oggetto culturale in questione, ed esponendo una breve sintesi della sua storia. Si procederà analizzando i dati raccolti nel 2017 da due diverse organizzazioni di settore, The Entertainment Software Association (ESA) e Associazione Editori Sviluppatori Videogiochi Italiani (AESVI): percentuali dei players femminili e maschili, età media, tipologie di videogiochi più vendute, piattaforme e/o consolle maggiormente utilizzate. Si passerà quindi ad un’analisi mirata ad indagare gli aspetti socio-culturali esposti sopra, avvalendosi anche delle opinioni di due addetti ai lavori: Marco Accordi Rickards e Micaela Romanini, rispettivamente direttore e vice direttrice di Fondazione VIGAMUS, ente di promozione legato al gaming.

INTRODUZIONE

Da spettatore passivo a fruitore esigente

L’avvento di Internet ha prodotto una rivoluzione nel mondo mediatico. Sono entrate in scena diverse dinamiche, tra cui la possibilità, inedita nei media tradizionali, che chiunque sia contemporaneamente produttore e fruitore di contenuti, e la facoltà per gli utenti di interagire direttamente (ad esempio attraverso le piattaforme social) per recensire quanto visto o suggerire nuovi spunti.

A condizionare le abitudini degli utenti, poi, è la crossmedialità: la televisione non è più il medium freddo di un tempo (McLuhan 1964); grazie alla connessione ad internet ed al collegamento con altri supporti, allarga notevolmente le possibilità d’azione dei fruitori, diventando una vera e propria finestra interattiva sul mondo.

Uno dei settori che hanno beneficiato di questo progresso tecnologico è quello dei videogiochi; quello che prima era un mondo sostanzialmente chiuso, legato al rapporto esclusivo tra il giocatore e la piattaforma automatizzata (la possibilità di confrontarsi tra giocatori diversi esisteva, ma era legata al vincolo di essere simultaneamente presenti nella stessa stanza) ora si è aperto, ad esempio, a sfide tra giocatori distanti anche migliaia di chilometri tra loro.

Alla luce di questa trasformazione, il mondo del gaming offre alcuni spunti di riflessione su tematiche inerenti la presente ricerca.

Ci si è chiesti, in particolare, se l’interattività e il fattore ludico possano essere elementi veicolabili da nuove piattaforme che coniughino contenuti informativi di qualità con modalità legate all’intrattenimento (il cosiddetto infotainment o edutainment, già esplorato dai media tradizionali).

Un secondo filone della ricerca ha poi riguardato il gaming in un’ottica di genere. Si è cercato, perciò, di capire innanzitutto se il considerare quello dei videogiochi un mondo prettamente maschile sia giustificato o risenta di stereotipi radicati nella società.

Successivamente, si è ipotizzato che il gaming a scopi informativi possa essere un ulteriore strumento innovativo per veicolare contenuti legati all’empowerment femminile e combattere il gender gap.

Per capire meglio se il videogioco possa essere un medium attraverso il quale proporre informazione, in particolare quella di taglio giornalistico, si inizierà dando una definizione di videogioco, passando in rassegna un’analisi sull’oggetto culturale in questione, ed esponendo una breve sintesi della sua storia.

Si procederà analizzando i dati raccolti nel 2017 da due diverse organizzazioni di settore, The Entertainment Software Association (ESA) e Associazione Editori Sviluppatori Videogiochi Italiani (AESVI): percentuali dei players femminili e maschili, età media, tipologie di videogiochi più vendute, piattaforme e/o consolle maggiormente utilizzate. Si passerà quindi ad un’analisi mirata ad indagare gli aspetti socio-culturali esposti sopra, avvalendosi anche delle opinioni di due addetti ai lavori: Marco Accordi Rickards e Micaela Romanini, rispettivamente direttore e vice direttrice di Fondazione VIGAMUS, ente di promozione legato al gaming.

PARTE II – DA SPETTATORE PASSIVO A FRUITORE ESIGENTE: UN’ANALISI DELL’UTENTE 2.0

Il videogioco: una breve storia

I giochi elettronici sono apparsi per la prima volta nel 1950: al fine di mettere a confronto la nascente intelligenza artificiale della macchina con quella dell’uomo, vennero realizzati programmi di simulazione di giochi a due.

Nel 1961 l’informatico statunitense Steve Russell, ricercatore del MIT (Massachusetts Institute of Technology), realizzò Spacewar®, un gioco che simulava una battaglia tra due astronavi. Ma il primo prodotto di massa si ebbe nel 1971, con la creazione di Pong®, ideato dall’imprenditore statunitense Nolan Bushnell, che proponeva in maniera estremamente schematica lo svolgimento di una partita di ping-pong. Il gioco, inizialmente distribuito nei locali pubblici, riscosse un enorme successo, tanto da indurre l’industria videoludica a creare le prime console per uso privato.

Con l’avvento di Internet, a partire dagli anni Novanta il settore ha intrapreso una crescita notevole, migliorando notevolmente, nel corso del tempo, nella grafica e nei software,

rendendo più complesse le strutture algoritmiche dello spazio interattivo creato. Grazie alla realizzazione delle piattaforme online, l’esperienza del gaming non è più un confronto a due uomo-macchina, ma una possibilità di interazione tra più utenti dislocati in varie parti del Mondo.

La definizione tecnica di videogioco parla di “un dispositivo elettronico che consente di giocare interagendo con le immagini di uno schermo”48: il giocatore rivolge l’attenzione su un monitor e si muove all’interno di un mondo fittizio mediante strumenti di dialogo come il joystick.

Questa definizione, esplicativa se si fa riferimento alla caratterizzazione meramente tecnica del dispositivo, è riduttiva nello spiegare l’esperienza dinamico-partecipativa che il videogioco racchiude. Compiutamente ipermediale, ampiamente interattiva, l’esperienza video-ludica prevede un tipo di coinvolgimento degli utenti che, dall’originaria prospettiva del gioco, è migrato verso due orizzonti ulteriori: quello della narrazione e quello della relazione sociale49.

Stefania Garassini e Giuseppe Romano (2009)50, ampliano il significato di videogioco come storia interattiva, testo che racconta storie, «spazio poetico navigabile» (richiamando la definizione di Lev Manovich, in The Language of New Media, 2001). Il fruitore attua una performance, recita, interpretando lo spazio testuale che sta vivendo, in un’esperienza intellettualmente immersiva, fisicamente distaccata. Una fisicità che, però, si connette con gli strumenti tecnologici utilizzati, attraverso i quali il giocatore invia degli input che definiscono le azioni all’interno del videogame.

Per comprendere appieno la portata internazionale del fenomeno gaming, si procederà ora ad un’analisi di due studi di settore.

48:http://www.treccani.it/enciclopedia/videogioco/

49: 9 http://www.digitalkids.it/wp-content/uploads/2010/11/garassini-romano-com-soc-3_09.pdf

50: ibidem

INDICE DELLE TABELLE

Sintesi del rapporto Esa 2017: “essential facts about the computer and videogame industry”

Nel 2017 The Entertainment Software Association (ESA ) ha pubblicato “Essential facts about the computer and video game industry”, uno studio, il più approfondito del suo genere, su oltre 4000 famiglie americane; scopo dell’indagine era analizzare i giocatori all’interno del nucleo familiare, le loro abitudini e pratiche di acquisto.

Nel 2016, il fatturato dell’industria del videogioco è stato 30,4 miliardi di dollari, diviso in:

  • 24,5 miliardi di dollari per l’acquisto di contenuti (videogames);
  • 3,7 miliardi di dollari per l’acquisto di hardware;
  • 2,2 miliardi di dollari per l’acquisto di accessori per consolle.

Gli sviluppatori e gli addetti ai lavori dell’industria del gaming sono stati 65.678.

L’analisi sulle famiglie ha portato a scoprire che il 67% delle famiglie possiede un dispositivo che consenta di giocare: come si evince dal grafico seguente, la maggioranza dei dispositivi è costituita da PC, smartphone e tablet. Poco meno della metà possiede una console.

Il 65% delle famiglie americane ha in casa un membro che gioca per più di tre ore al giorno, e il 90% dei genitori è presente al momento dell’acquisto di un videogioco da parte dei figli.

ESA ha poi analizzato le percentuali dei giocatori per sesso e per età.

Il 58% dei giocatori è di sesso maschile, con il 42% di sesso femminile. Una percentuale in costante aumento, che costringe a rivedere lo storico pregiudizio del gaming come prerogativa maschile.

L’età media dei giocatori è di 35 anni; per i gamers di genere maschile si attesta a 33 anni, mentre per le giocatrici a 37.

Un’analisi di genere più approfondita permette di rilevare che:

  • tra gli uomini, il 30% è costituito da ragazzi di età inferiore ai 18 anni, seguito dal 29% con di età compresa tra i 18 e i 35 anni. Gli uomini con più di 50 anni costituiscono il 22% dei players maschili, mentre il 19% ha un’età compresa tra i 3 e i 49 anni.

La maggioranza delle donne giocatrici (31%) ha più di 50 anni, 12 punti percentuali in più rispetto alle donne tra i 36 e i 49 anni. Su percentuali simili (rispettivamente 26% e 24%) si attestano le under gamers under 18 quelle di età compresa tra i 18 e i 35 anni.

Paragonando i dati tra i due sessi, si evince che le donne che hanno superato la maggiore età giocano di più (31%) rispetto ai ragazzi di età inferiore ai 18 anni (18%).

Il 53% del campione complessivo preferisce giocare con altre persone. ESA fornisce i dati percentuali riguardanti la compagnia preferita. Il 41% dei players gioca con i propri amici, affermando che il videogioco crei legami amicali più stretti. La metà preferisce i membri della propria famiglia, avvertendo il momento del gioco come un elemento rafforzativo dei rapporti familiari. Il gaming diventa così un’occasione intima nella cerchia familiare: un momento in cui i genitori ritrovano i loro figli dopo gli impegni reciproci, si divertono, socializzano con loro, e prestano attenzione ai videogiochi utilizzati, osservando se possano essere consoni all’età o se, al contrario, possano avere contenuti che influiscano negativamente sul loro sviluppo.

Solo il 17% del campione dichiara di giocare con il proprio coniuge.

La ricerca fornisce poi i dati sugli acquirenti di videogames: il 63% è di genere maschile, contro il 37% di genere femminile. L’età media è di 36 anni.

ESA offre anche un dettaglio dei videogiochi più venduti nel 2016, con una classifica elaborata per titoli e genere:

Figura 31. Analisi delle tipologie di videogiochi più vendute (ESA 2017)

Il 27,5% dei videogiochi più venduti è rappresentato dagli “sparatutto”, seguiti dal 22,5% da quelli di azione. I giochi di ruolo e sportivi hanno una percentuale rispettiva del 12,9% e dell’11,7%, seguiti dai giochi di avventura per il 7,8%. Quasi il 6% è occupato dai giochi di combattimento, mentre il 4,3% da giochi di strategia e dai simulatori di guida (3,3%).

Un’altra tabella, inoltre, mostra come la vendita di videogiochi in formato digitale (abbonamenti, contenuti aggiuntivi, app per dispositivi mobili e giochi sui social network) sia aumentata dal 2010 al 2016. Se nel 2010 il digitale rappresentava il 31% delle vendite totali, a fronte del 69% dei videogiochi su supporto fisico, a distanza di pochi anni la situazione si è ribaltata: nel 2016 i videogiochi in formato digitale erano il 74% del totale venduto, mentre i giochi su supporto fisico si sono ridotti al 26%.

 

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Il gaming all’italiana: il rapporto Aesvi 2018

Il 19 aprile 2018, l’Associazione Editori Sviluppatori Videogiochi Italiani (AESVI) ha pubblicato “I videogiochi in Italia nel 2017”, rapporto sul mercato videoludico italiano e sui suoi consumatori.

Il report è stato realizzato in collaborazione con Games Sales Data (GSD)51 per l’analisi del mercato fisico, GameTrack52 ed AppAnnie53 per lo studio del mercato digitale, e IPSOS Connect, per l’analisi dei consumatori; per valutare quest’ultimo aspetto, è stato somministrato un questionario online a un campione di 1.324 intervistati di età compresa tra 16 e 64 anni.

La ricerca AESVI restituisce una visione precisa del settore di riferimento in tutti i suoi ecosistemi (console, PC e mobile) e in tutti i suoi formati (fisico e digitale).

La migrazione verso una nuova metodologia di ricerca è avvenuta sotto l’impulso di ISFE, la Federazione Europea dell’Industria dei Videogiochi, di cui AESVI fa parte: obiettivo dichiarato, rappresentare in modo sempre più accurato l’evoluzione di un mercato in continuo cambiamento.

Nel 2017 il totale del mercato videoludico in Italia ha fatturato quasi un miliardo e mezzo di euro, costituito per il 71% dalla vendita di applicativi software e per il 29% dalla vendita di dispositivi hardware.

Rispetto al 2016, il mercato italiano dei videogiochi ha visto un notevole incremento: la vendita di console ha registrato un aumento del 9% circa rispetto all’anno precedente, incidendo per il 78% sul fatturato totale. Il 95% delle vendite ha riguardato le console home, mentre il restante 5% le console portatili.

Per il segmento di mercato hardware, il 37% dell’intero fatturato è stato raggiunto dalla vendita di app per dispositivi mobili, seguita dalla vendita di software fisici (35%). Il restante 28% riguarda l’acquisto di applicativi digitali per pc e console.

All’analisi di mercato segue, all’interno del rapporto AESVI, lo studio del pubblico.

Questo comprende sia i dati sul campione intercettato direttamente tramite una survey online (1.324 videogiocatori di età compresa tra i 16 e i 64 anni), sia quelli intercettati da indagini omnibus, riferiti ai circa 17 milioni di Italiani che hanno utilizzato un videogioco negli ultimi 12 mesi (il 57% della popolazione nazionale).

Quest’ultimo bacino di riferimento, rileva AESVI, è costituito per il 59% da utenti uomini:

il 18% in più rispetto alla quota di giocatrici, che si attesta al 41% del totale.

Il rapporto restituisce un’istantanea sull’analisi dei giocatori per età oltre che per genere. In Italia, la fascia d’età maggiormente coinvolta da questa pratica ludica, per entrambi i generi, è quella dai 25 ai 34 anni, con il 15% degli uomini e il 13% delle donne. Alte sono anche le percentuali delle fasce d’età 35-44, 45-54 nel sesso maschile, rispettivamente 13% e 12%. Le percentuali riguardanti le giocatrici sono invece tendenzialmente più basse nelle altre fasce d’età, con una sostanziale oscillazione tra il 5% e il 7%.

La somministrazione del questionario online ha riguardato aspetti complementari; agli intervistati online è stato chiesto innanzitutto se fossero interessati ai videogiochi. Il 44% ha detto di essere molto/abbastanza interessato, a differenza del 28% non interessato affatto. Il 27% non è molto interessato, ma la percentuale indica comunque la probabilità che il fruitore si interfacci al videogioco.

Riguardo i dispositivi di gioco preferiti dagli utenti, il rapporto rileva una predominanza dei dispositivi mobili (usati dal 52% dei giocatori), contro le console (48%) e i PC (46%). Irrisoria è la percentuale di utilizzo delle console portatili (19%).

I dispositivi mobili più utilizzati, smartphone e tablet, hanno un sistema Android, per un totale del 67%. Il 35% sono invece prodotti Apple.

Gli Android phones sono i dispositivi più utilizzati in ogni fascia di età, seguiti da console e PC. Le portable console sono nettamente meno utilizzate.

Questi ultimi dati sono importanti nell’ipotesi, caldeggiata da questa ricerca, di utilizzare il medium ludico per veicolare l’informazione giornalistica. Prendere in considerazione i dispositivi maggiormente utilizzati significa consentire già una larga diffusione del prodotto editoriale, più facile da reperire, senza che si abbia la necessità di acquistare nuovi dispositivi. In quel caso il potenziale acquirente sarebbe demotivato e lascerebbe sfumare la curiosità dell’esperienza ludico-informativa.

Il rapporto AESVI 2018 considera anche le fonti utilizzate dagli utenti per informarsi su videogiochi in uscita ed altre novità del settore, recensioni, e tutto ciò che è inerente alla sfera video ludica.

Una percentuale rilevante attinge alle informazioni tramite i social network (32%) e i vlog su Youtube (33%).

Il fenomeno del videoblog è in continua espansione, e molti sono gli utenti che consultano questi diari digitali per informarsi su fumetti, viaggi, libri, cosmetica e anche videogiochi.

Uno dei vloggers italiani più seguito in ambito dei videogiochi è Sabaku no Maiku, pseudonimo di Michele Poggi, con quasi 187mila iscritti al canale. Sabaku approfondisce la storia dei videogiochi, la loro produzione e lavorazione, realizzando dei mini- documentari in merito ai titoli più interessanti.

Oltre a Sabaku, I Termosifoni è un gruppo di gamers che condivide le proprie esperienze videoludiche su un canale che conta poco più di 74mila iscritti.

Rivolgersi agli youtubers sarebbe utile per sponsorizzare e diffondere in maniera più ampia la nascita di un nuovo prodotto, sfruttando anche i social network per generare una rete di rimandi all’informazione che si sta tentando di divulgare.

Importante capire anche quali siano i gusti dei fruitori che si interfacciano al videogioco, focalizzando l’attenzione sulle tipologie di videogioco più vendute per i vari dispositivi ludici. Anche su questo AESVI ha raccolto dati che dimostrano quanto il supporto (console o computer) influisca sul genere di videogioco prediletto dagli utenti.

Il genere “sparatutto”, preferito, come mostrato nel paragrafo precedente, dai gamers statunitensi, riscuote successo anche in Italia, sia per console che per PC. I giochi d’azione sono i preferiti da chi possiede una console, mentre sono situati al quinto posto tra le preferenze di chi gioca da una postazione desktop. I giochi di strategia si posizionano secondi nella classifica dei videogiochi più venduti per PC, mentre solo ottavi per quanto riguarda la console.

Lo sport è un genere che funziona per entrambi i settori di mercato: è terzo nella classifica dei console games, quarto in quella dei PC games.

Incrociando i dati dei due settori di vendita (console e pc games), la classifica dei generi più venduti è la seguente:

  • Shooter
  • Sport games
  • Role playing
  • Adventure

Questi i titoli dei videogiochi più venduti in Italia nel 2017, secondo AESVI.

51: GSD è un progetto di ricerca specializzato nell’industria dei videogiochi e gestisce un modello di estrapolazione dei dati sofisticato e customizzato per far fronte alla specificità del mercato di riferimento. GSD elabora i dati di vendita relativi a hardware, accessori e software fisico su base settimanale a partire da un panel di retailer e estrapola i dati per coprire il 100% del mercato. La metodologia di estrapolazione utilizzata da GSD si basa su due elementi principali: • Utilizzo di campioni di dati di vendita provenienti da editori e produttori di console; • Utilizzo di modelli di estrapolazione diversi per ogni tipo di prodotto.

52: GameTrack estrapola successivamente i dati GSD per stimare il mercato totale (tutti gli editori, tutte le piattaforme e gli acquisti in game). La metodologia di estrapolazione di GameTrack si basa su due elementi principali:
• Collaborazione con le piattaforme di download;
• Indagini periodiche on-line su un panel dei consumatori europei calibrate per garantire
campioni rappresentativi a livello nazionale con indagini annuali off-line.

53: App Annie è la società di ricerca riferimento internazionale per i dati di mercato delle applicazioni per dispositivi mobili. La metodologia utilizzata da App Annie si basa sui seguenti elementi:
• Classifiche periodiche complete ricevute da Android e iOS;
• Per la stessa periodicità, dati relativi a volumi e valori di più giochi mobile forniti dagli stessi sviluppatori di applicazioni. I dati raccolti da App Annie attraverso questa metodologia permettono di stimare il valore generato dalle unità vendute e dagli sviluppatori. Per stimare la spesa dei consumatori vengono applicati i tassi di estrapolazione di GameTrack. Tutte le definizioni sono state estrapolate dal rapporto AESVI 2018.